Google/ AdWords, la Corte di Giustizia Ue dà ragione a Louis Vuitton: i marchi registrati non possono essere acquistati come parole chiave
Mar 24th, 2010 | Di Altri | Categoria: Web e Dintorni
La Corte di Giustizia Europea dà ragione a Louis Vuitton nel contenzioso contro Google sul tema degli AdWords, il servizio a pagamento del colosso di Mountain View attraverso il quale, digitando una parola sul motore di ricerca, compaiono – accanto ai risultati liberi della ricerca, dettati dall’algoritmo di ricerca – anche i siti di inserzionisti che hanno comprato quella parola chiave.
Questo meccanismo di ricerca a pagamento include anche i marchi registrati, con la conseguenza che, fino a oggi, ricercando un marchio su Google, l’utente poteva essere rimandato a siti di commercianti non titolari della marca, e che magari vendono merci estranee o contraffatte.
La Corte Europea ha sancito che gli inserzionisti non possono utilizzare un marchio registrato come parola chiave, senza l’autorizzazione del proprietario del marchio stesso.
“Il tema di fondo - commenta Santo Versace dopo il pronunciamento della Corte - è l’innovazione. E i prodotti, per essere comunicati al consumatore e apprezzati dallo stesso, devono poter essere contraddistinti da una marca carica di valori e di identità.
Per questo tutelare le marche significa tutelare non solo un patrimonio costruito nei decenni, ma consentire anche in futuro un fortissimo investimento nell’innovazione di ogni natura, estetica, tecnologica, di stile di vita.
Le marche sono patrimonio esclusivo di chi le ha create, di chi vi ha incorporato negli anni significati e valori. La Corte Europea di Giustizia ha affermato che la funzione del marchio registrato è proprio quello di garantire al consumatore l’origine di beni o servizi”.
Per il patron della maison Versace, “internet è un mezzo formidabile di diffusione delle informazioni e sempre di più un canale fondamentale per la promozione e la diffusione commerciale di prodotti di alta gamma.
Ma la crescita dell’economia digitale deve essere sana oltre che rapida: è necessario che la crescita delle vendite on-line avvenga sulla base della grande esperienza che negli anni si è accumulata nella distribuzione fisica, particolarmente in quella monomarca, e con le stesse regole. Solo così si potrà creare un mutuo rafforzamento, sempre nell’ottica della migliore soddisfazione del consumatore finale”.
La risposta di Google arriva da Harjinder S. Obhi, Senior Litigation Counsel, EMEA della società, secondo il quale “questo caso non riguarda la nostra volontà di rivendicare il diritto di ospitare messaggi pubblicitari di beni contraffatti.
Google ha regole molto severe che vietano la pubblicità di falsi, poiché questa pratica si traduce in una cattiva esperienza per gli utenti. Infatti collaboriamo attivamente con i titolari di diritti di proprietà intellettuale per identificare e perseguire i contraffattori”.
Il rappresentante di Google aggiunge che “alcune aziende vogliono limitare la scelta degli utenti attraverso un’estensione della legge di tutela dei marchi, che finisca per comprendere anche l’uso delle parole chiave nella pubblicità online.
Costoro vogliono essere in grado di esercitare un maggiore controllo sulle informazioni disponibili per gli utenti, al fine di impedire ad altre società di fare fare pubblicità quando un utente inserisce il loro marchio in un motore di ricerca. In altre parole, la loro volontà è controllare e restringere la quantità di informazioni che gli utenti possono visualizzare in risposta alle loro ricerche”.
E conclude: “Oggi, la Corte Europea di Giustizia ha confermato che Google non ha violato il diritto dei marchi nel consentire agli inserzionisti l’acquisto di parole chiave corrispondenti ai marchi di impresa dei loro concorrenti. È stato anche confermato che la legge europea che protegge gli hosting service provider si applica anche al programma pubblicitario Google AdWords. È importante che sia stato ribadito questo principio fondamentale alla base del libero flusso di informazioni attraverso la Rete”.
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