La Cina è vicina…?

Mar 10th, 2016 | Di Altri | Categoria: Editoriale


In Italia, dall’inizio della crisi del 2008, c’è stata una progressiva emorragia nella domanda interna, un calo che, legato anche alla perdita di oltre il 50% della capacità produttiva del nostro Paese, ha ridotto posti di lavoro, stipendi e, quindi, consumi.
Molte delle aziende che già da tempo si erano strutturate con uffici/divisioni estere sono riuscite a resistere alla crisi, se non addirittura a crescere. Altre, hanno iniziato a guardare oltre le Alpi come una speranza di sopravvivenza. Molte hanno iniziato a guardare la Cina non solo come mercato dove rifornirsi, ma anche come mercato di sbocco dei loro prodotti.
In Cina, infatti, la società sta cambiando in modo tumultuoso. Qualche decennio fa, la società era composta dai Funzionari di Partito/Burocrati, una serie infinita di piccoli neo imprenditori, masse di operai sfruttati quasi a livello di schiavitù e tutta la popolazione contadina poverissima che viveva lontano dalle grandi metropoli. Adesso, invece, si sta sviluppando una “borghesia” di alto livello che apprezza i prodotti di qualità ed in particolare il Made in Italy. Ciò facilitato anche da un processo di urbanizzazione violentissimo con la nascita di agglomerati urbani che fanno impallidire le nostre metropoli occidentali.

Qualche dato: Pechino ha 19,6 milioni di abitanti, Shanghai ben 24,1 Hong Kong, Canton 12,7. Ma quello che impressiona sono le città “periferiche”, sconosciute ai più, che contano dagli 8 ai 5 milioni di abitanti, come Shenzen, Chongqing, Tientsin, Shenyang. Se immaginiamo che Roma ha 2,8 milioni di abitanti e Milano “solo” 1,3 la differenza è enorme…

Le potenzialità della Cina non sono solo nella numerica, ma anche nella ponderata dei suoi dati: i cinesi rappresentano ben il 46% delle vendite di beni di lusso nel mondo. Il dato deriva da una ricerca condotta da Fortune Character Group, società con sede a Pechino.

Nel 2015, i consumatori cinesi hanno speso 1,2 trilioni di yuan (pari a circa 165 miliardi di euro), dai beni di lusso ai prodotti di consumo. Oltre il 60% di questa cifra, 105 miliardi di euro, è legato allo shopping di lusso.

Entrando nel dettaglio dei dati riportati dallo studio, il 78% degli acquisti di lusso effettuati dai cinesi avvengono all’estero, spesso sfruttando le zone Tax Free o la legislazione sul Tourist Refund.

Lo shopping all’estero è aumentato del 12% raggiungendo 81 miliardi di euro, mentre il giro d’affari generato dai luxury goods in China è aumentato del 3,2% a quota 23,5 miliardi di euro.

La motivazione di questo sviluppo differenziato è stata evidenziata dalla China Chamber of international Commerce, secondo la quale lo scorso anno i prezzi di 37 beni di consumo di fascia alta sono stati tra il 40% e il 68% maggiori rispetto ad altri Paesi tra cui Stati Uniti, Italia, Francia e Germania. Ciò giustifica il perché degli acquisti dei cinesi oltre frontiera.

Questi dati evidenziano una capacità di spesa (ed una richiesta) enorme, di prodotti di fascia alta, di elevata qualità produttiva, con brand riconoscibili che non è soddisfatta dalle marche locali. Una grandissima opportunità per il nostro Made in Italy se programmata e sfruttata bene.

Questo spiega anche il fenomeno di “shopping” di aziende/marchi italiani che molti Gruppi cinesi stanno attuando nel nostro Paese. Acquistare a prezzi scontati (o quasi) in Italia, grazie alla crisi interna, aziende e marchi che, impiantati in Cina, hanno delle potenzialità enormi.

Molte aziende italiane (soprattutto PMI) hanno portato avanti (e stanno tuttora facendo) timidi tentativi per approcciare il mercato cinese. L’opportunità è talmente ghiotta che non può non solleticare gli appetiti di aziende immerse in un mercato depresso come il nostro.

Tuttavia, questi tentativi si sono spesso scontrati con una serie di problematiche insormontabili: le differenze linguistiche e culturali (sono ben otto le lingue parlate in Cina), la presenza di operatori locali truffaldini, la complessità di un mercato così vasto, le difficoltà logistiche.

Le grandi Griffe hanno superato queste “barriere all’ingresso” attrezzandosi adeguatamente con Filiali proprie, Monomarca e/o negozi in Affiliazione, staff commerciali e legali articolati e numerosi oppure con Distributori affidabili, Contratti di Licensing o Joint Venture con imprenditori locali di spessore. Accordi bilaterali tra i due paesi sono stati siglati, ma riguardano le grandissime aziende come Snam e Terna ed i grandi appalti legati all’energia.

Le PMI, invece, che come sappiamo bene rappresentano la colonna vertebrale del nostro sistema produttivo d economico, come possono approfittare di questa opportunità?
Qualche tardiva iniziativa si sta portando avanti tra l’ICE (Istituto Commercio Estero), l’UnionCamere (l’unione delle Camere di Commercio italiane), la Rete Imprese Italia, il Ministero per lo sviluppo economico ed altri.

Ammirevole anche è l’iniziativa di alcune società di Consulenza multinazionali che avendo sedi, tra le altre nel mondo, sia in Italia che in Cina, stanno sviluppando Progetti specifici per affiancare le PMI nel percorso verso il Sol Levante attraverso una consulenza commerciale e legale preziosissima per chi abbia un prodotto ed un marchio italiano di qualità vincente, ma non l’organizzazione per proporlo in Cina.

Una sorta di “tutoraggio” che rasserena molti imprenditori italiani desiderosi di uscire dalla stagnazione dei consumi interni e rivolgersi a mercati emergenti con tassi di crescita, fino all’anno scorso, a doppia cifra. Un’idea vincente per approcciare un mercato così interessante quanto difficile, misterioso e pericoloso.

In definitiva, la Cina può essere vicina, ma solo a patto di fare i passi giusti, programmati e con i partner adeguati.
Altrimenti, si corre il serio rischio di sbattere contro la “Muraglia”…

di Massimo Antinolfi
PH CONSULTING S.r.L.
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