Il nome straniero seduce i clienti giapponesi e diventa strumento di marketing

Mar 20th, 2009 | Di Altri | Categoria: Marketing


Gli shopper nipponici si lasciano facilmente conquistare dai prodotti con nomi stranieri. Così imprese e retailer vanno a caccia di espressioni francesi, italiane o tedesche

A fare scuola in questo campo è stata un’azienda di gelati aperta nel Bronx nel 1961. Convinto che un’immagine “nordica” avrebbe garantito maggiore appeal ai suoi prodotti, l’abile imprenditore newyorkese Reuben Mattus scelse di chiamare il suo marchio Häagen-Dazs, una parola che in realtà non ha alcun significato nelle lingue scandinave. Ma poco importa.

Ciò che conta è riuscire a creare un alone di mistero e dare l’impressione che le referenze siano state scovate chissà dove, selezionate e importate per la loro alta qualità.

Una strategia, quella del foreign branding, che oggi gode di ampio consenso in Giappone. Sulla scia della grande popolarità che hanno conquistato Louis Vuitton, Cartier e Bulgari e dal momento che il lusso è in genere associato a Francia e Italia, molte imprese nipponiche hanno iniziato a usare per i loro luxury brand nomi italiani o francesi. E pazienza se non sempre hanno un senso nella lingua d’origine.

Passeggiando lungo le vie di Ginza e Omotesando, i quartieri della moda di Tokyo, si possono scorgere nelle vetrine marchi quali Deuxième Classe, le charme de fifi et fafa, RaviJour, La Totalité, edifice, Odette é Odile, anateliér, L’ange Noir, Coccolare, Cordier, Coup de Chance, Passage Flaneur o Lui Chantant. Nomi 100% europei per articoli 100% giapponesi.

Non è una novità, a dire il vero, che imprese giapponesi utilizzino espressioni straniere. Esploso con forza negli ultimi anni, il fenomeno ha in realtà origini antiche. Lungo i corridoi del Retro Packaging Museum di Tokyo, ci si può in effetti imbattere in prodotti nipponici degli anni Trenta con indicazioni sulle confezioni in un alquanto improbabile inglese.

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