Rapporto Coop 2009 “Consumi e Distribuzione”: nella crisi cresce il ruolo delle disuguaglianze
Ott 29th, 2009 | Di Altri | Categoria: Statistiche e Ricerche
I consumi complessivi degli italiani ritorneranno in positivo solo nel 2011. È uno dei dati salienti, e anche più preoccupanti, che emergono dal Rapporto Coop 2009 (“Consumi e distribuzione”) redatto dall’Ufficio studi Ancc-Coop con la collaborazione di Ref (Ricerche per l’economia e la finanza) e contributi di Nielsen, Iri-Infoscan e Demos.
Il rapporto presentato da Enrico Migliavacca, vicepresidente Ancc-Coop, indaga gli effetti che la crisi ha generato sui consumi delle famiglie italiane, come ne sta modificando i comportamenti, e fornisce previsioni per il 2009-2011.
Anche se nel primo semestre il calo del Pil (che sfiora nel 2009 quasi -6%) è stato ben più grave rispetto a quello dei consumi (-2,3% a prezzi costanti), uno dei dati più inquietanti è senza dubbio l’incremento del tasso di disoccupazione che nel 2010 dovrebbe superare, secondo le stime Coop, il 9%. Le dinamiche legate all’occupazione e ai redditi impattano fortemente sui consumi.
Ipotizzando in circa 400 euro la differenza di spesa media mensile tra un operaio e un disoccupato, i 700.000 occupati in meno stimati nel biennio 2009-2010 (prevalentemente nel settore manifatturiero) sottrarrebbero ai consumi totali quasi 3,4 miliardi di euro.
Per una famiglia di tre persone (coppia con figlio), la contrazione dei consumi rispetto a una famiglia di operai è pari al 17%, con variazioni che differiscono notevolmente secondo i capitoli di spesa.
Gli scompensi della ricchezza.
La spesa alimentare è una delle poche voci a rimanere relativamente indenne (-1%). Il vero problema risiede tuttavia in quella che possiamo eufemisticamente definire come “diseguale ripartizione della ricchezza” nell’economia italiana: poco meno della metà della ricchezza finanziaria nel nostro paese si concentra nelle tasche del 10% della popolazione.
“A tal proposito basti dire che per far superare la soglia di povertà alle famiglie meno abbienti basterebbe meno del 2% del reddito del 10% degli italiani più ricchi - ha precisato Aldo Soldi, presidente Ancc-Coop - e questo oltre a far migliorare le condizioni di vita di ben 8 milioni di persone sortirebbe un effetto positivo di quasi 4 miliardi di euro di maggiori consumi”.
Vorremmo anche aggiungere un dato che non è presente nel Rapporto: gli italiani spendono complessivamente 50 miliardi di euro all’anno in lotterie del tipo Gratta & vinci, Superenalotto, Totocalcio et similia.
Questa cifra è destinata a crescere per il 2011 a 70 miliardi. Il dato è importante perché si collega - e qui ritorniamo al Rapporto Coop - al vissuto di molti italiani: il 66% delle famiglie si sente povero, un quinto fa fatica a fare gli acquisti alimentari e a pagare le spese.
La povertà percepita e temuta si sovrappone al clima generale d’insicurezza che colpisce anche, se non soprattutto, le classi medio-alte, occupate e a pieno reddito: la sicurezza del posto di lavoro figura come la prima preoccupazione degli italiani per i prossimi 6 mesi, e distanzia di molto altre importanti fonti di ansia come la criminalità e la salute.
Effetto insicurezza
La paura di perdere la propria sicurezza economica esercita sui consumi il medesimo effetto tagliente della disoccupazione e della povertà; insomma è il filo della stessa lama. E qui veniamo al motivo della felicità come fattore propulsivo dei consumi.
L’Italia è il paese più infelice del mondo (lo dichiarava già una ricerca del Censis nel 2003: da allora le cose non sono migliorate). Nell’Happy Planet Index 2009 l’Italia figura al 69° posto su 143 paesi: è un panorama che impedisce qualunque ripresa dei consumi, favorendo semmai consumi d’evasione, come la summenzionata febbre da Superenalotto, per tacere di altri mercati della felicità, questi sì in pieno incremento.
A tutto questo si aggiunge l’anelasticità reddituale degli italiani, il cui reddito dichiarato imponibile è compreso ormai in forma cristallizzata nell’80% dei casi entro gli scaglioni 0-26.000 euro annui. È noto che gli high spender italiani (redditi superiori a 200.000 euro imponibili) rappresentano lo 0,2% della popolazione.
Dati questi presupposti, i consumi non possono aumentare nel complesso, ma seguire semmai una dinamica di redistribuzione compensativa, conseguenza di una razionalizzazione ispirata al criterio dell’essenzialità non disgiunta dalla qualità: è quello che avviene già nell’alimentare e che spiega, anche se in parte, il successo delle marche del distributore non di primo prezzo.
Se nel primo semestre 2009 si è assistito a una discesa dell’inflazione dovuta soprattutto ai prodotti energetici (gasolio e benzina, i cui prezzi alla pompa sono risaliti speculativamente quest’estate ritornando ai valori dell’anno scorso, ndr), è possibile prevedere per il 2010 un’inflazione media che si collocherà intorno all’1,4%. In alcuni mercati delle materie prime alimentari vi sono, però, segnali di speculazione che potrebbero alimentare l’inflazione.
A fronte dunque della situazione tutt’altro che rosea e che vede il 2009 assestarsi su una forte contrazione dei consumi pari al 2,3%, si attende una ripresa dei consumi, ma secondo lo scenario di previsioni Ref solo nel 2011 i tassi di crescita potranno recuperare i ritmi peraltro modesti e inferiori al punto percentuale, registrati in media tra 2001 e 2007. Quindi recupero blando nel 2010-2011 (rispettivamente in crescita dello 0,6 e dello 0,9%).
“Ma la spesa individuale degli italiani non tornerà a crescere prima del 2012 - aggiunge Vincenzo Tassinari, presidente Consiglio di Gestione Coop Italia - se facciamo riferimento non al dato aggregato dei consumi ma ai consumi pro capite”.
Considerando le vendite Coop nel grocery (super + iper a luglio 2009), Tassinari ha sottolineato le performance più che positive del prodotto a marchio, cresciuto a volume del 7,9% a fronte di un incremento totale appena sotto l’1% e una flessione delle marche pari a -1,1%. L’incidenza delle marche a valore è passata dal 77,7% del 2008 al 76,4% del 2009.
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