Tre nuove tipologie di consumatori si “ribellano” ad un carrello della spesa piena di natura, salubrità, convenienza: neojunk, survivalist e downshifter

Mar 16th, 2016 | Di Altri | Categoria: Primo Piano, Sociologia&Psicologia


Natura, salubrità, convenienza, prezzo, … se guardiamo agli studi di mercato che, numeri alla mano, ci indicano le macro tendenze di consumo rischiamo di dimenticare le mini sommosse di minoranze di consumatori ( anche se non da trascurare) che si ribellano all’uniformità.

Ci siamo divertiti con Diletta Sereni, epistemologa e ricercatrice degli Squadrati a cercare la variante irrazionale; ed ecco che nel mirino si sono palesati alcuni profili curiosi che Sereni ha interrogato.

Cominciamo con il neojunk. Così lo racconta Sereni: “Questo consumatore, che immagineremo di intervistare, nasce dall’insofferenza verso la dilagante moda salutista e decide di gridare al mondo la sua passione per il cibo grasso, unto e fritto. Lui, stoicamente disimpegnato, è stanco di sentirsi dire cosa dovrebbe mangiare per stare bene e considera quella del cibo sano una corsa all’omologazione, da cui vuole distinguersi”

Un bastian contrario? Forse. Certamente neojunk sono tutti coloro, che abbinano il mangiar sano con la mancanza di gusto e quelli che vedono nelle nuove tendenze alimentari una fustigazione del piacere e soprattutto i disillusi che guardano con diffidenza a coloro, intesi come brand e insegne, che salgono in corsa sulla nave del benessere.

Il rapporto con il cibo? “Un rapporto diretto, spontaneo senza fronzoli e rituali. L’internazionalità mi conquista, le retoriche salutiste o gourmetiste mi respingono. Il cibo deve dare un piacere immediato, poi sarà quel che sarà”.

Se il neojunk affronta l’emergenza ambientale con un’ideale pernacchia, il survivalist all’opposto si prepara al peggio armato fino ai denti.

Sereni lo definisce così: “Una persona che si organizza per fronteggiare un’emergenza, per esempio con scorte, training, costruzioni protettive, prima che quell’emergenza si verifichi, il nostro survivalist declinerà lo stesso concetto nell’ambito del cibo e questo lo porterà a interessarsi o a cimentarsi in varie pratiche di conservazione per tendere più possibile verso l’autosufficienza alimentare”.

Il survivalist è probabilmente figlio di coloro che durante la guerra fredda si costruirono rifugi antiatomici nel giardino di casa, ma a differenza dei suoi antenati (di pensiero) lui tende a pensare che il disastro ecologico non arriverà tutto in una volata e disgraziatamente non se ne andrà in qualche decina d’anni, quindi, si attrezza, essicca, affumica e fermenta (l’arte coreana della fermentazione anche grazie ad Expo è arrivata in Italia), quindi ok ai pomodori d’inverno ma solo se essiccati durante l’estate. È colui che guarda agli insetti come il passo dopo il km 0 e che lamenta il fatto che in commercio non ci sia una sufficiente scelta (d’insetti).

Interrogato su qual è la sua definizione di cibo, risponde: “Per me il cibo è in primis un mezzo di sostentamento. Poiché è necessario alla vita, trovo giusto che gli venga dedicato molto tempo e molti pensieri, soprattutto in vista dell’evoluzione forzata che avrà l’alimentazione nel corso del secolo”.

A proposito di tempo, arriviamo così al terzo profilo il downshifter che applica una filosofia di vita tradotta come ‘semplicità volontaria’: la scelta consapevole di ridurre il proprio orario e impegno lavorativo, per dedicare più tempo alla famiglia, agli amici, agli hobby.

In sintesi: “Meno lavoro, più tempo libero”. Una scelta non da poco che si traduce in mobilità ciclabile, orti urbani condivisi, in uno slow living che sostituisce il denaro contante con il tempo. Non è una pazzia, già oggi da Luxottica di Pederobba (Treviso) i dipendenti possono trasformare il premio di produzione in ore di tempo libero. In Svezia, da anni, si sperimenta l’orario di lavoro ridotto, con ottimi risultati.

Così nell’intervista immaginaria di Sereni lo spiega il filosofo dello slow living: “La lentezza è una nuova ambizione. Se dieci anni fa potevamo stare qui a misurare chi fosse il più felice perché meglio stipendiato, oggi potremmo stare qui a misurare chi di noi è più felice, perché ha più tempo per dedicarsi alle sue passioni.

Non molto tempo fa funzionava l’opposizione ‘rock vs lento’ e a vincere era il rock. Oggi, se pensa a tutto quello che si definisce slow-food, slow-fashion, slow money, sempre più persone preferiscono associarsi alla lentezza, anche come espressione di status”.

Nessuno di questi profili rappresenta la maggioranza, ma ognuno di loro ha dentro di sé una forte impronta differenziante e ormai è accertato che non si può esser tutto per tutti. E ogni persona oggi esige di essere riconosciuta nelle proprie specificità, all’offerta il compito di adeguarsi.

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