Addio al mito del posto fisso: il lavoro diventa “percorso”

LASCIO IL LAVORO PER APRIRE UN CHIRINGUITO?
Cosa ha spinto oltre mezzo milione di italiani a lasciare il posto di lavoro nel bel mezzo della crisi Covid? Tra luglio e settembre del 2021, si sono contate 524.417 dimissioni, in aumento dell’8% rispetto al secondo trimestre (quando le uscite volontarie erano state 484mila) e in crescita del 27% rispetto allo stesso periodo del 2020. I numeri non sono paragonabili alla Great Resignation americana, ma meritano comunque un’analisi per capire perché molti italiani stanno dicendo addio al proprio datore di lavoro.

Identikit L’economista Francesco Armillei su Lavoce.info ha tracciato un primo identikit del dimissionario italiano. Viene fuori che a lasciare il lavoro sono soprattutto uomini e che non ci sono enormi differenze rispetto all’età, anche se gli over 50 sono al primo posto. Incrociando i dati con quelli previdenziali, si evince però che non sono pensionati, ma molto probabilmente lavoratori che si sono avviati all’uscita dal mercato, senza quindi un ricollocamento. Non sarebbero solamente i giovani a dimettersi, insomma, come emerge da alcuni sondaggi. E pure sul fronte del titolo di studio, la platea è abbastanza uniforme, con i laureati che superano solo di poco i diplomati.

Il posto fisso? Me lo tengo Per quanto riguarda il tipo di contratto che si lascia, si vede che il +55% delle dimissioni avviene tra chi aveva un contratto attivo da 2-3 anni. Si tratterebbe quindi di dimissioni meditate da tempo e non un cambio di vita improvviso dopo l’esperienza della pandemia. Irrilevante invece la crescita tra coloro che hanno contratti attivati da poco tempo. Ma il dato interessante è che il grandissimo aumento delle dimissioni arriva da contratti a tempo determinato, tra i quali crescono di oltre il 20% e pesano per oltre la metà del totale. Tra i contratti a tempo indeterminato, l’incremento si ferma al 9%. Il che va sicuramente contro la lettura costruita in questi mesi del «lascio il posto fisso e cambio vita». La maggior parte dei lavoratori ha deciso di lasciare insomma un contratto precario.

Addio al mattone Il settore che registra la maggior parte delle dimissioni sul totale è quello delle costruzioni, che segna un +52% e che da solo spiega il 28% dell’aumento totale.

Probabilmente, spiega Armillei, ha poco a che fare con la pandemia e molto più con un mercato distorto dai bonus governativi. Importanti sono poi le dimissioni nel settore manifatturiero e in quello della sanità.

Quanto al profilo professionale, la categoria più rilevante è data dalle professioni non qualificate (che include per esempio braccianti, bidelli, lavapiatti), seguita da quella degli artigiani e operai specializzati (manodopera probabilmente molto impiegata nel settore delle costruzioni). In controtendenza, con un dato negativo, quindi senza dimissioni, sono le attività dei servizi di alloggio e ristorazione.

E quindi? Dare una lettura d’insieme dei dati non è semplice. Sicuramente i numeri che vengono fuori ridimensionano l’idea di dimissioni trainate da profili qualificati che decidono di “cambiare vita”, così come l’idea che il fenomeno interessi prevalentemente i giovani o chi ha un “posto fisso”.

Niente valigie «I giovani non si dimettono per aprire un chiringuito, ma per trovare un lavoro più coerente alla loro professionalità e alle loro aspirazioni di carriera e di vita», ha scritto il professore della Bocconi Maurizio Del Conte. Più che di Great Resignation, allora, forse è il caso di parlare di job hopping, ovvero il passaggio da un lavoro a un altro. Come ha spiegato Bankitalia, chi si dimette da noi lo fa solo a fronte della prospettiva di un nuovo impiego. Una scelta comprensibile in un mercato debole. E in effetti, in Italia, “saltare” da un lavoro all’altro seguendo le proprie aspirazioni è più difficile che altrove. Forse sarebbe più semplice aprire un chiringuito. All’estero, ovviamente.

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