Cachemere segno perenne di stile: una volta il top del lusso, oggi più accessibile

Feb 13th, 2020 | Di Redazione | Categoria: Style


“Nessun uomo – diceva Coco Chanel – ti farà sentire protetta e al sicuro, come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri” ma capire quale sia il prezzo giusto da pagare per avere questo lusso confortevole può essere davvero un mistero degno di Sherlock Holmes.

Sul cachemire della capra tibetana sono nati dei veri e propri imperi commerciali. Quella lana morbida e setosa, della medesima consistenza di una nuvola, è uno dei simboli della comodità e dello stile. Cachemire significa lusso, tuttavia non mancano le eccezioni e così, al momento di saldare il conto, ci rendiamo conto che i prezzi di questi capi possono oscillare in modo incredibile, dai 30 sino ai 2.000 €. Cosa significa tutto ciò?

Partiamo dal top. La maison Loro Piana anche grazie ad una comunicazione accurata, ha legato la propria fama al miglior cachemire in circolazione e sul catalogo online diversi capi superano il migliaio di euro. Tuttavia sul catalogo Falconeri i capi orbitano sui 2-300€, precipitando intorno agli 80€ negli scaffali Oviesse e arrivando a toccare le 29 sterline (circa 33 euro) nella catena Uniqlo.

Ma nel giro di pochi anni questo mercato si è inflazionato pesantemente.

Secondo le Nazioni Unite nel 2016 sono stati esportati a livello mondiale capi in cachemire per un valore di 1,4 miliardi di dollari (nel 2010 erano 1,2) ovvero circa 5 milioni di chilogrammi di pullover, giacche e cardigan. Oggigiorno un capo è ormai disponibile per quasi tutte le tasche.

Dunque come possiamo scegliere con criterio cosa comprare? Cosa influisce davvero sull’impulso all’acquisto, al di là del prezzo sul cartellino?

Oggi il 67% mondiale del cachemire deriva dalle capre cinesi, al secondo posto la Mongolia (22%) che però vanta quello con la fibra più resistente e lunga – 43 millimetri, contro i 35 di quella cinese.

E non si tratta di numeri senza importanza. Difatti più è lunga la fibra, minore è la tendenza a sfibrarsi, creando quel fastidioso effetto pilling (quelle palline antiestetiche generate dal contatto fra il calore corporeo e la fibra che si creano nei punti di maggior sfregamento). Ma, lo sappiamo, il cachemire più bello arriva dalla Scozia e proprio dall’Italia. Possiamo vantarci dell’eccellente esperienza dell’Umbria, definita la Cachemire Valley, del resto secondo i dati del Centro Estero Umbria, il distretto della maglieria (concentrato per l’83% nella zona di Perugia) conta 1700 imprese e circa 7mila addetti, con un fatturato annuo di 500 milioni di euro.

Tuttavia basta curiosare fra gli scaffali per notare un termine pericoloso, “cachemire blend”: basta appena un 5% di lana pregiata per indurci in tentazione, mescolando il resto con poliestere e nylon. Il risultato di questo incauto acquisto è spesso disastroso.

E ovviamente non mancano le truffe. Frances Kozen, direttore del Cornell Institute of Fashion and Fiber Innovation, afferma: “in questi anni abbiamo registrato diverse denunce riguardo merci contraffatte con etichette al 100% in cachemire, trattandosi invece di lana, viscosa e acrilico. A volte si trattava di pelliccia di topo”.

Tutto ciò ha creato una pericolosa resistenza all’acquisto di alta qualità e gli acquirenti si stanno lentamente abituando a prodotti di qualità inferiore. Così, per recuperarne il valore intrinseco, oggi diverse compagnie raccontano la provenienza della propria lana, sottolineandone la mancanza di sostanze chimiche o sbiancanti. Ecco la svolta sostenibile intrapresa dalla maison Brunello Cucinelli. Solo così si può giustificare una spesa maggiore, con la cura del processo, dal pascolo alla vendita.

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