Che cosa non è - Personal Branding passo a passo di Danilo Arlenghi

Dic 27th, 2020 | Di Redazione | Categoria: Comunicazione, Editoriale, Marketing

Dopo aver definito cos’è il fenomeno del personal branding, è bene chiarire gli errori più comuni nella definizione di tale fenomeno.

Il Personal Branding rientra nel contesto della strategia professionale. Per questo possiamo includere all’interno del Personal Branding tutte le tattiche e le metodologie che contribuiscono in qualche modo a farsi conoscere, posizionarsi e attrarre opportunità, assolutamente valide nella vita quotidiana, ma molto più comode da attuare soprattutto in ambito digitale, dove è molto più facile rapportarsi con persone anche distanti.

Però occorre fare attenzione: il Personal Branding non va confuso con la consulenza di immagine, il coaching di carriera, le relazioni pubbliche, il web marketing o il networking.
Sono tutti elementi funzionali a raggiungere il risultato prefissato di sviluppare un’immagine professionale per attrarre le giuste opportunità, ma presi singolarmente la delineano solo in maniera parziale.

Il tutto è maggiore della somma delle parti

Il Personal Branding è un approccio strategico di insieme. Devi immaginarlo come un racconto, una narrazione: una serie di azioni rivolte a un pubblico di soggetti che intendiamo interessare, o meglio ancora influenzare e fidelizzare.

Questo non significa in alcun modo che il Personal Branding sia una strategia fondata sulla finzione o sul raccontare il falso, anche se spesso tendiamo a vederne delle versioni estremizzate o “corrotte”, nelle quali l’autenticità è sacrificata in favore del profitto.

Oggi la verità è ad un click di distanza, è un attimo corrompere la propria reputazione e raccontare il falso costa un’enorme fatica. Di seguito altri aspetti più spinosi che spesso generano confusione.

Ecco 4 miti sul personal branding che vale la pena sfatare:

1.Il personal branding è quello che diciamo noi di noi stessi.
Le persone tendono a fidarsi molto di più delle esperienze e dei racconti dei clienti precedenti che delle dichiarazioni autopromozionali. In generale, le opinioni spontanee sono molto più efficaci di qualsiasi cosa possiamo affermare sui nostri servizi o prodotti. Il personal branding non è uno status che possiamo chiedere, ma ci viene conferito dagli altri sulla base della nostra comunicazione.

2.Fare personal branding significa dare un’immagine esagerata o falsa di sé.
I consumatori moderni non si fanno abbindolare, in Rete infatti è difficile promettere senza mantenere: basta farsi un giro sul web per scovare casi di persone o aziende che hanno ingannato gli utenti rovinandosi così la reputazione.

3.Il personal branding è una questione di ego.
Il termine ego è riconducibile ad un individuo arrogante, scorretto e pieno di sé. In verità tutti abbiamo un ego, ma un buon personal brand lo mette da parte concentrandosi soltanto sullo sviluppo della sua reputazione nel medio e lungo termine: il valore più importante che abbiamo, quello per cui la gente ci conosce ancora prima di stringerci la mano. Nessuno metterebbe in discussione l’importanza della reputazione, ma in qualche modo, per qualcuno, il concetto di personal brand è slegato da esso.

4.Il personal branding è solo per le star.
Le star tengono in considerazione il loro brand più di ogni altra cosa: si differenziano, si rendono visibili e curano nei dettagli la loro comunicazione. Oggi, con internet, le celebrità sono sempre più disponibili ad aprirsi e a rendersi fruibili dai loro fan, guadagnando nuove occasioni per la loro carriera e visibilità. Ma allo stesso tempo, tutti hanno potenzialmente l’opportunità di diventare delle micro-celebrità, aggregando intorno a loro un pubblico che, anche se minimo, può offrire grandi opportunità.

Che cosa NON è il Personal Branding

1. Il Personal Branding non riguarda il vendersi, anzi l’esatto contrario! Non si tratta di vendere o di vendersi, ma, passatemi il termine, di farsi “comprare meglio”, aiutando i potenziali clienti, manager o datori di lavoro a sceglierci. Limitarsi alla vendita può suscitare emozioni non positive: nessuno ama essere interrotto o disturbato se non è strettamente necessario. Pensa ai banner pubblicitari mentre stai navigando o ai venditori telefonici che ci chiamano alla sera tardi!

2. Il Personal Branding non riguarda il vantarsi. Mettere in evidenza i propri tratti distintivi e il proprio valore è corretto, essere autoreferenziali è invece noioso e controproducente. Nessuno ama le persone che si vantano. Eppure, in assenza di chiarezza sul proprio messaggio e posizionamento, è facile (anche troppo) scivolare verso l’autocelebrazione. Alle persone interessa il valore che possiamo portare alla loro vicenda personale: possiamo risolvere un problema per loro?

3. Il Personal Branding non riguarda la celebrità fine a se stessa. Ogni giorno sui media incontriamo persone che si sono rese famose, volontariamente o meno (pensiamo agli youtuber o agli influencer). Nel 1968 Andy Warhol dichiarò:
“Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”.

Oggi grazie ai reality show, ai social media e al fatto che tutti siamo in grado di produrre contenuti, forse Andy Warhol direbbe che “ciascuno oggi può essere famoso per 150 persone”. In questo contesto parliamo di micro-celebrità (e micro-influencer). L’amore per la fama fine a se stessa a volte inganna, soprattutto in mancanza di una strategia precisa. Può durare pochissimo e farci conoscere per le ragioni sbagliate. Il Personal Branding non può che essere coerente con la propria strategia professionale o, meglio, con il proprio modello di business professionale.

4. Non è riservato agli influencer. La maggior parte degli influencer di successo sono tali proprio poiché vivono con maggior serenità la grande esposizione digitale della loro dimensione privata. Non è da tutti e non ci deve confondere se siamo “solo degli umili” professionisti.
Ricorda sempre: gli influencer guadagnano vendendo alle aziende il loro bene più prezioso: noi, il loro pubblico, che nutrono con contenuti ed intrattenimento.

Oltretutto talvolta gli influencer rischiano di diventare sempre meno esperti di una data materia e della sua pratica e sempre più esperti di puro “intrattenimento” e “contenuto”. Spesso mi avvicinano professionisti che vorrebbero emulare il motivatore di turno immaginandosi di dover sviluppare innumerevoli contenuti, partecipare ad eventi, fare Nmila connessioni su LinkedIn. Ok, tutto utile, ma non eri un professionista e la tua attività principale non era quella di lavorare?

5. Il Personal Branding non è un’azione violenta, non riguarda la manipolazione: non si tratta di imporre il proprio potere per convincere qualcun altro. È più simile a un’opera di persuasione, come quando desideriamo portare qualcuno “dalla nostra parte”, così che possa decidere in nostro favore. Senza obbligarlo.

6. Il personal Branding non coincide con la propria reputazione.

Un ringraziamento sincero a Luca Centenaro docente presso SDA Bocconi, MIP, WHU Dusseldorf, ESSEC Parigi, Bath SoM e St. Gallen, fondatore di BigName, gli specialisti dell’innovazione professionale in azienda. Primo Personal Branding Strategist italiano, per aver codificato e chiariro questo concetti

Danilo Arlenghi
Pres.Naz. ClubMC
Pres. Party Round Green
Editore Marketing Journal
daniloarlenghi@partyround.it
tel mobile: + 39 393 9402040

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