Chi ha preso il posto dei giornali locali statunitensi ?

Il nuovo editoriale di Storyword*, una sintesi ragionata delle notizie più significative apparse sui media, nazionali ed internazionali, sull’informazione e la comunicazione nell’epoca digitale. Con attenzione ai fatti più rilevanti della comunicazione politica, fake news, censura.

Dal 2004, più di duemila giornali locali statunitensi sono svaniti lasciando un vuoto in parte colmato dal giornalismo partigiano. Due sono le categorie individuate in America nel giornalismo orientato politicamente, spiega CJR.

Da un lato quello “pink slime”, portali web particolarmente disinvolti nella distribuzione algoritmica e automatizzata di storie e notizie, nonché dai finanziamenti opachi; reti tentacolari di migliaia di siti, che fungono il più delle volte da altoparlanti di discussioni conservatrici, con titoli fuorvianti e opinioni orientate.

Dall’altro lato, il giornalismo “partigiano”, solitamente di più solida fattura, con uno stretto legame con il territorio, talvolta reportage di pregio, eppure dalla copertura vincolata alle vicende politiche del luogo (nonché finanziati spesso dagli stessi candidati e comitati politici) e con mix di fatti e opinioni non sempre facili da districare. Il risultato è un prodotto informativo altamente emotivo, orientato e volutamente divisivo.

Per citare un esempio tra tanti, la rete di Metric Media, che conta circa milleduecento siti in tutta la federazione, sforna oltre 5 milioni di notizie ogni mese, quasi tutti (da sport a meteo, a dati aziendali) realizzati in modo automatizzato, e di cui una minore ma particolarmente visibile congerie di articoli non automatizzati di matrice politica. Tra i finanziatori, si evidenziano legami con i fondatori del momento Tea Party, nonché con DonorsTrust, CatholicVote e numerose realtà fortemente legate economicamente e culturalmente con l’ala più radicale dei conservatori.

La sottile linea grigia tra spin politico e disinformazione

Le campagne elettorali stanno riducendo la sottile linea grigia che separa spin politico e disinformazione. Come analizzato da Grid, la disinformazione nelle elezioni americane non è di certo una novità, ma negli ultimi anni la linea grigia è diventata più sfocata e la velocità con cui le narrazioni più dannose possono viaggiare sono significativamente cresciute.

Secondo Leticia Bode, esperta di comunicazione politica alla Georgetown University, credere nel mito di un sistema ingiusto rende più facile per le persone accettare la violenza e le porta a pensare che il sistema sia così cattivo, corrotto e inaffidabile da contemplarla tra i metodi utili per esprimere la loro idea.

Questo è un momento particolarmente fertile perché il panorama informativo americano diventi selvaggio a causa dell’intensità della polarizzazione politica. Gli osservatori della Brookings Institution hanno scoperto che le persone diffondono informazioni come espressione della loro identità partigiana: “la condivisione di fake news non ha tanto a che fare con l’ignoranza quanto con l’appartenenza politica di parte e con le notizie a disposizione dei partigiani per denigrare gli avversari”.

Questo, insieme alla delegittimazione mirata del processo elettorale – e alla sincera convinzione da parte di alcuni elettori di essere svantaggiati da un processo elettorale corrotto – ha “importanti effetti a cascata”, ha affermato Leticia Bode. E tutto ciò mina la fiducia nella democrazia, che richiede a tutti di sottoscrivere lo stesso insieme di regole e impegnarsi per un pacifico trasferimento di potere.

Uno sguardo ai media sulle elezioni di metà mandato

Poco più di sette settimane al momento cruciale per il futuro dell’America, e, come riportato da Poynter, diversi giornalisti si sono espressi in merito, affrontando quella che è la posta in gioco.

L’articolo dell’editorialista di USA Today Jill Lawrence esorta a “non votate per nessun repubblicano nel 2022”, poiché ritenuti poco affidabili. Il contributo di Leonhardt del New York Times individua due minacce alla democrazia: l’incapacità del Partito Repubblicano di accettare la sconfitta alle elezioni e il disallineamento tra la composizione del governo e l’opinione pubblica.

Analisi che trova conferma negli articoli di Epstein del New York Times e di diverse firme del Washington Post. Nella puntata di “Meet the Press”, un sondaggio della NBC ha mostrato che il 58% dei repubblicani si identifica più con il Partito Repubblicano che con Trump (33%).

Quel 33% rappresenta, però, più del 50% in un elettorato primario. Il senatore democratico del Vermont Leahy, ospite a Velshi su MSNBC, ha condiviso le sue preoccupazioni sul Senato, che si è sempre dimostrato unito nei momenti di difficoltà.

 Un tempo, i programmi della domenica mattina erano un punto di riferimento per il dibattito. Partecipavano i più importanti giornalisti e politici che esponevano le loro idee e, allo stesso tempo, venivano messi in discussione in modo equo ma deciso.

Adesso le cose sono cambiate, soprattutto a causa della mancanza di ospiti che vogliano partecipare, come evidenzia Paul Farhi del Washington Post. I leader politici, infatti, non devono più aspettare i programmi tv della domenica per trasmettere il loro messaggio, ma ora hanno molteplici strumenti che ogni giorno offrono l’opportunità di essere sempre in onda.

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