Chi sono quelli della Generazione C ? Trasversali e senza connotazioni demografiche, etniche o socioeconomiche e indipendenti dall’anno di nascita

Ago 30th, 2020 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Marketing

Il termine “generazione” viene comunemente usato per definire e circoscrivere categorie di persone che sono accomunate dal fatto di essere nate tutte in un determinato periodo ben definito. Ciò fa pensare che coloro che appartengono ad un determinato periodo storico testimoniano un modo di pensare, di agire e di comunicare comune. Infatti, ogni generazione ha i suoi film cult, i suoi libri, i suoi giochi, i suoi campioni e idoli, le sue canzoni, le sue aspirazioni.

Ed è proprio su questo argomento che una rivista che si occupa di economia ha pubblicato un recente studio in cui vengono classificate le “generazioni” per fasce di età, a partire dal dopoguerra fino ai nostri giorni.

In principio erano i “Baby boomers” nati tra il 1946 e il 1964, poi venne la Generazione X, che definiva quella fetta di popolazione nata tra la fine degli anni ’60 e quella dei ’70; in seguito sono arrivati i Millennials – o Generazione Y – che si sono portati con loro tutti i nati dall’inizio degli ’80 in poi.

Il gap tra le due aumentava man mano che smartphone, social network, streaming e affini iniziavano a prendere il sopravvento su vite prima condotte essenzialmente offline, e «essere connessi» diventava un imperativo categorico da cui pareva impossibile sfuggire.

L’età era un fattore critico, e segnava l’appartenenza alla vecchia o alla nuova guardia: ci si aspettava che tale circolo vizioso si sarebbe prolungato con l’imporsi della Generazione Z (ebbene sì, i nati dopo il 2000), ma – fortunatamente – ci ha pensato la Generazione C a rimescolare le carte e ad affermare un nuovo paradigma.

Ma la vostra data di nascita non è più una discriminante generazionale (per fortuna!) e che, se vi va bene, potreste far parte anche voi della Generazione C.

Di che generazione fate parte?


I Baby Boomers
Nati negli anni del boom economico, post bellico, sono la generazione “On the road”, quella delle rivoluzioni culturali, dei grandi raduni, del rock, del pacifismo e del femminismo. Le caratteristiche che contraddistinguono i nati in questa fascia temporale sono un forte orientamento al lavoro, alla carriera, all’impegno politico e civile. L’istruzione è medio-alta, con indipendenza ed importanti disponibilità economiche e ad occupare posizioni di prestigio.


La Generazione X
È la generazione che ha fatto di Winona Ryder la sua icona, che seguiva Friends e pareva non annoiarsi mai, sketch dopo sketch, la generazione che non usciva di casa senza il Sony Walkman e che frequentava le sale giochi. L’uniforme era costituita dai Levi’s 501, e le comunicazioni si snodavano lungo l’amato/odiato telefono fisso, finché – intorno alla seconda metà degli anni ’90 – hanno fatto irruzione nella quotidianità loro, i primi telefonini, seguiti a ruota da internet. E il mondo non è più stato lo stesso.


La Generazione Y
È la generazione dei Millennials, quella che ha visto in Lena Dunham il proprio «spirito guida» e che ha eletto lo switch tra offline e (perennemente) online a modus vivendi. Sono i figli delle nuove tecnologie, che fanno acquisti su internet, usufruiscono di cinema, musica e tv in streaming e considerano Beyoncé la portavoce dell’empowerment femminile. Hanno i loro riti, i loro codici, e tendono spesso a considerarsi dei «miracolati del web» per via della loro dimestichezza e ricettività con e verso tutto ciò che è nuovo e digitale.


La Generazione Z
Fanno parte di questa generazione i nati dopo il 2000, che avevano già un tablet o uno smartphone in mano sin dalla più tenera età. Iperconnessi, multimediali e autonomi, tendono a privilegiare più la rapidità delle informazioni – di cui riescono comunque a gestire il flusso continuo – rispetto alla loro accuratezza.


La Generazione C
Già nel 20012 l’analista Brian Solis ne diede una definizione illuminante: «C’è una cosa che dovete sapere a proposito della Generazione C prima di approfondirne il significato: non è un gruppo basato sull’età, ma sulla connessione». Il segreto sta in quella «C», per l’appunto, che possiede diverse declinazioni, tutte indipendenti dall’anno di nascita: collaborazione, community, contenuto, ma – soprattutto – collegamento, connessione.

La Generazione C
uno stato mentale La grande differenza con le precedenti generazioni è che per far parte della C si possono avere 15, come 30, come 50 anni. Non esistono barriere socioeconomiche, etniche o geografiche che ne limitano l’ingresso, perché nessun indicatore demografico qui è più valido: i suoi membri non sono soltanto online, ma costituiscono una parte attiva di molte community, nel senso che non si limitano a consumare passivamente contenuti, bensì li creano e li curano a loro volta.

Bisogna ovviamente affiancare la generazione “C” alla generazione “Z”, cioè quella di tutti coloro che associamo al comportamento cosiddetto “connesso”. La bussola di questa fascia di generazione è lo smartphone o il tablet; cioè un device che garantisca la connessione 24 ore al giorno. Gli appartenenti a questa categoria sono molto informati. Utilizzano i bar code, i comparatori di prezzo e fanno molto affidamento alle recensioni.

Costituiscono la parte attiva del web, quella che lascia le orme, recensisce e condivide, che pubblica video e possiede blog. E’ quella fascia di popolazione tecnologicamente più evoluta. Attentissima ai dettagli tecnici della user experience (specie online) si aspetta di concludere le transazioni sia nello shop virtuale che reale, utilizzando maggiormente le modalità da mobile.

La generazione “C” è quella che decide e deciderà sempre di più le sorti dell’e-commerce e del mercato tradizionale. Sono coloro che sfidano. Naturalmente tali generalizzazioni di carattere squisitamente anagrafico possono fornire solo indizi generici, quello che fa poi sempre la a differenza, oggi come allora, sono altri fattori importanti: i luoghi di appartenenza, di provenienza, il grado di istruzione, le esperienze personali che individualmente si mettono in campo.

Molto più che Millennials. Sebbene per certi versi siano simili ai Millennials, gli appartenenti alla Generazione C – superando gli arbitrari confini dettati dall’età – si posizionano un gradino più in alto rispetto a loro. Sono connessi da più device a più piattaforme, spesso nello stesso momento, e accedono alle informazioni non tanto attraverso i media tradizionali, ma grazie ai feed dei social network a cui sono iscritti.

L’atto di rispondere e interagire (con commenti, emoji, messaggi e tweet) è importante almeno quanto quello di leggere un articolo o guardare una foto o un video: in tal senso, creare è fondamentale così come consumare, e tutto il flusso è curato, personalizzato e ottimizzato.

Una generazione necessariamente scaltra. La Generazione C non elargisce i propri riconoscimenti senza prima aver tastato con mano il valore delle informazione e delle persone: da qui nascono poi i passaparola su Facebook, i meme virali su Twitter e il successo dei digital influencer. I suoi membri sono per natura scaltri, bloccano le pubblicità che li annoiano e segnalano i contenuti che li offendono: in tal senso, catturare la loro attenzione estremamente selettiva diventa la vera sfida che aziende, media company ed editori devono fronteggiare oggi.

La vastità del fenomeno. La Generazione C, oggi, è ovunque, e abbraccia gli (ormai ex) appartenenti alla Generazione X, i Millennials e pure i giovanissimi della Z. Ne fanno parte anche i Baby Boomers – ossia i nati dopo la seconda Guerra Mondiale, fino alla metà degli anni ’60 – perché la «rivoluzione digitale», per essere tale, deve abbattere le barriere definite dai tradizionali (e un po’ stantii) indicatori demografici. E, soprattutto, non può essere compresa entro i rigidi confini dettati dall’età anagrafica: lunga vita alla Generazione C!

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