Ciak si comunica: il cinema è comunicazione

Proprio in questi giorni si celebra la settima arte con la mitica Mostra del Cinema di Venezia 2022. Strumento di massa per antonomasia, sul maxi schermo girano storia, storie, storielle. Realtà, fiction, intrattenimento. A ognuno il suo. Ma attenzione alle soap opera, psicologicamente lesive

Partiamo subito con un esempio del concetto espresso dal regista Bernardo Bertolucci Ricorderemo il mondo attraverso il cinema”.

Lo scrittore Roberto Saviano da oltre 15 anni vive sotto scorta a causa degli inediti rivelati nel suo noto libro Gomorra, diventato come ben sapete poi film.

A iniziare dal titolo, per chi lo avesse scordato Gomorra è una cittadina leggendaria in Palestina che, secondo la Genesi, venne distrutta con una pioggia di fuoco da Jahvè per punire gli abitanti dei loro peccati.

E il testo riguarda proprio Scampia, quartiere-Gomorra nella periferia nord di Napoli dove impera la camorra. Che, naturalmente, non ha gradito gli sforzi realistici dell’autore nel descrivere la squallida situazione socio-economica gestita dai clan per renderla nota a tutti. Per questo Saviano rischia di esser fatto fuori.

Ora, al di là di personali pareri sulla vicenda e i suoi complessi annessi e connessi, balza evidente la potenza comunicativa delle immagini in movimento sul maxi schermo.

Molti film , d’altronde, rappresentano realtà sconosciute ai più. Ci comunicano luoghi, eventi, persone, dettagli perlopiù ignoti. Certo, sta alla bravura del cast, sceneggiatore e regista in prima linea a descrivere eventi del passato o del presente in modo veritiero. Oppure, nell’ usare la finzione cinematografica per narrare alcuni aspetti di cui non esistono tracce certe. Senza però pregiudicare la storia.

Benché i fratelli Lumière, per loro stessa ammissione, alla fine dell’Ottocento avessero inventato il cinema per puro business, sin dagli albori l’effetto suscitato andò ben oltre questioni materiali. Il pubblico infatti era attratto dal realismo, tutte le cronache dell’epoca ci parlano dell’emozione incredibile suscitata negli spettatori nel rivedere, in movimento, la propria stessa vita. “Sembra di stare in mezzo alla strada”, si commentava

Se guardiamo una lista di film, naturalmente non troviamo solo Memorie di una geisha, Versailles, Il diario di Anna Frank. Nè a tutti interessa questo genere diciamo culturale. Non a caso riscuotono successo parecchie pellicole disimpegnative, che fanno evadere e ridere un po’. Tra cui Sapore di mare, Sotto il cielo di Riccione e i vari cinepanettoni come Vacanze di Natale. O il genere fantasy.

Nonostante il cinema sia ritenuto la maggior comunicazione di massa, non si può esattamente dire che ogni film insegni qualcosa, apra cassetti della mente, aiuti il proprio processo individuale di conoscenza e crescita.

L’altro lato dello sfaccettato prisma è l’intrattenimento. Un modo puro e semplice per trascorrere il tempo libero in relax, senza pensieri assillanti. Alcuni film, pur non essendo dei kolossal, possono persino essere un po’ terapeutici nel comunicare positività. Prendiamo a esempio le commedie leggere a sfondo sentimentale dal lieto fine scontato, che possono fungere da sprone all’ottimismo.

La scelta di vedere un film o un altro è questione di gusti, di personalità, di socio-cultura. A intellettuali o pseudo tali interessa conoscere com’era la vita degli ebrei durante il nazismo, biografie di personaggi famosi, le vicissitudinii di quanti hanno avuti negati i diritti civili, il dramma di chi fugge da Paesi in guerra, le discriminazioni razziali.

A tal proposito il cinema spesso ci mostra particolari significativi e poco noti. Come che negli USA, per esemplificare, sino circa ai primi anni Sessanta, i neri potevano salire solo nei posti dietro degli autobus. Non potevano entrare in molti bar, non erano accetti nell’alta società e avevano difficoltà anche

nell’ andare a scuola con i bianchi. Ku Klux Klan a parte, terrificante estremizzazione dell’odio per chi aveva la pelle scura, la difficile vita quotidiana delle persone di colore viene fuori guardando film, per capirci, non documentari.

Per contro, in genere a un pubblico scarsamente istruito non attira la cinematografia realistica. Meglio immergersi nelle soap opere, gettonatissime puntata dopo puntata, interminabili ricettacoli di fantasie.

Eppure psicologicamente lesive. L’amplificazione a mille di pecche della società tra cui inganni, tradimenti, invidie, gelosie e di eventi cruenti come gli omicidi, lascia il segno nella mente.

Attenzione, queste esasperazioni escogitate ad arte e fine a se stesse, premendo al massimo su colpi di scena stravolgenti per incollare allo schermo, creano poi nei fan paure infondate e complicazioni nel relazionarsi col prossimo.

Ben diverso l’impatto comunicativo suscitato da un thriller, dove sono più o meno presenti gli stessi ingredienti ma strutturati scientificamente, coordinati tra indagini investigative, esami di laboratorio, studi del caso, moventi.

E infine emerge che l’assassino è uno psicopatico, con spiegazione della sua patologia. Non si tratta, insomma, di un marito sano di mente che strangola la moglie perché gli spaghetti sono scotti.

di Marina Martorana
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