Come il Marketing Inventò il Rosa: il colore come distinzione

Lug 6th, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Marketing


I colori condizionano la percezione dei prodotti, dei marchi e delle persone, è assodato. Nell’universo del marketing il colore rappresenta uno strumento primario per presentare come alla moda i prodotti oppure differenziarli (o anche renderli obsoleti).

In tutti i comparti di mercato, dalle automobili all’abbigliamento, ai prodotti di largo consumo, etc… il colore rappresenta il codice più appariscente per (di)mostrare la novità e la diversità. Esiste poi un ambito in cui il colore ha rivoluzionato completamente la scelta dei prodotti da indossare (e utilizzare): quello della differenza di genere che oggi ha inizio a partire dal concepimento, molto tempo prima della nascita.

Solo quando il sesso del nascituro è conosciuto si possono infatti programmare i primi regalucci, rigorosamente blu per i maschietti, e rosa per le femminucce. Colori, per così dire, “predestinati”. Ma da quando questi colori sono stati selezionatiti per indicare il genere, dal momento che né la psicologia, né la biologia hanno mai supportato la tesi della diversificazione?

Chiaro come il sole: è tutta colpa del marketing. Dall’alba dei tempi i bambini e le bambine venivano vestiti con gli stessi abiti e lo stesso colore, ed infatti anche i maschietti, per praticità, indossavano la gonna. Solo successivamente, una volta cresciuti, i bambini portavano i pantaloni corti e col passaggio alla pubertà, quelli lunghi.

Fino alla fine dell’800 il colore dell’abbigliamento era indistintamente dal genere il bianco, sia perché più facile da lavare, bollire e sterilizzare sia perché, in assenza della distinzione maschio-femmina, la gestione dell’abbigliamento infantile era più economica.

All’inizio del ‘900 il colore per i maschi fu (oggi diremmo paradossalmente) definito quello rosa, mentre quello per le femmine il blu (che nell’Europa cattolica era associato alla Vergine Maria). Durò poco. Negli anni ‘20 prese forma un “cartello” per la promozione dei prodotti all’insegna del marketing ed i negozi statunitensi cominciarono a suggerire l’inversione dei colori, rosa per le femmine, blu per i maschietti.

Siamo ancora all’inizio. Un’ulteriore spinta all’associazione del colore rosa con l’identità femminile, già nel periodo della definizione dell’immagine di sé nell’infanzia, iniziò con la diffusione della bambola Barbie prevalentemente vestita di rosa.

Anche la produzione di prodotti di largo consumo e di articoli semidurevoli colorati contribuì ad approfondire la diversità nell’utilizzo dei colori dell’arcobaleno nella targetizzazione dei beni.

A partire dagli anni ‘80, con l’esaurimento dei movimenti della contestazione (hippie, femminismo …) che rifiutavano i ruoli legati al genere, i colori di riferimento, rosa per le femmine e blu per i maschi, si stabilizzarono. Questo espediente di marketing riuscì ad aumentare le vendite dei prodotti per l’infanzia non solo perché non consentiva lo scambio di vestiti nel caso di nascite incrociate ma di innalzare il prezzo dei prodotti destinati al target femminile adulto.

Fonte: Pexels

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Scritto da Vincenzo Freni

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