Comunicazione e informazione di crisi devono fare 4 inversioni a U

Apr 1st, 2020 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B


Nell’ennesimo coronavirus day, ha tenuto banco un servizio del TGR Leonardo del 16 novembre 2015, su un virus creato in laboratorio dai cinesi. In poco tempo social network e programmi di messaggistica (Whatsapp in primis) sono stati inondati da quel filmato, perché nel giro di qualche ora quel video ha attivato l’ennesima caccia all’untore e al capro espiatorio a cui accollare questa immane tragedia che stiamo vivendo.

Il servizio in sé non è una bufala. L’associazione “spontanea” tra quell’esperimento e il Covid-19 invece pare proprio di sì. E l’allarme creato da questa correlazione illusoria ha costretto tutti i telegiornali della sera e tutte le principali testate giornalistiche a smentire ogni ipotesi di collegamento tra i due eventi. Ripeto, non a smentire la notizia dell’esperimento, ma l’associazione tra quell’esperimento e il virus che ci terrorizza ormai da settimane.

Come funziona la comunicazione di crisi?

Questo caso deve farci riflettere per capire che la comunicazione di crisi è sensibilmente diversa da quella ordinaria. E una crisi di tale portata (globale), durata (chi può dire quando finirà?) e intensità (2 miliardi di persone in quarantena) non è una crisi come le altre. Anzi, è del tutto inedita.

Ma in questo contesto di super-crisi gli attori più importanti del circuito politico-mediale stanno comportandosi senza cambiare logiche, dinamiche e processi ordinari. E questo comportamento immutato è un problema che continua ad alimentare le nostre tendenze usuali (tutt’altro che inedite), quando si attiva una psicosi di massa.

Il caso di ieri, ad esempio, ci dice che anche solo citare un fatto vero, riportato da una fonte autorevole (TGR Leonardo), senza verificare prima con una serie di esperti la plausibilità di un’associazione reale col Covid-19, può dar vita a un’escalation di caccia alle streghe impressionante.

Peraltro, sarà capitato a tutti di ricevere messaggi del tipo “secondo me qualcosa di losco c’è lo stesso”, anche dopo che gli esperti si sono pronunciati. Dunque, come per le bufale vere e proprie, si attivano gli stessi meccanismi, tecnicamente noti come bias di conferma ed effetto ritorno di fiamma: se un’informazione (o anche solo un’allusione) rafforza una mia convinzione, ci credo. Se qualche esperto la smentisce, ci credo più di prima.

Nel vuoto di spiegazioni, cerchiamo con ogni mezzo una causa singola, un responsabile. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata in situazioni stra-ordinarie come quella che stiamo vivendo. Una psicologia delle masse che ci sta spingendo verso credenze basate sulla suggestione più che sul ragionamento, tipiche di una folla contagiata dal panico, prima che dal virus. Una folla per la quale ogni cosa credibile diventa vera. Che sia un esperimento cinese che sfugge di mano o un’arma biologica americana “esportata” a Whuan con le olimpiadi militari… Bastano pochi indizi sovrapposti e diventano prove.

C’è bisogno di 4 inversioni a U

Per diverse ragioni, occorre fare qualche inversione a U in merito a diverse abitudini politico-mediatiche, se vogliamo provare a gestire la crisi, quanto meno sotto il profilo della nostra tenuta psicologica.

La prima

Anche solo ragionare pubblicamente su un fatto che può incentivare teorie del complotto o avviare una caccia al capro espiatorio, genera di fatto quella conseguenza. Perché quando si è in preda a una psicosi di massa, non si pensa ad altro che alla causa della psicosi: il coronavirus.

E più quella causa ci spaventa, più vogliamo fortissimamente un responsabile su cui scaricare le nostre paure, le nostre ansie, il nostro terrore. Ergo, se proprio vogliamo ipotizzare nessi logico-causali tra eventi di quel tipo, è bene quanto meno che gli esperti ci dicano “si, è plausibile”, prima di divulgare materiale “esplosivo”.

Meglio ancora sarebbe parlarne solo dopo avere le prove della causalità… perché le teorie del complotto funzionano esattamente così, invertendo l’onere della prova. Ragioniamo come fossimo in tribunale, per favore. Se io accuso qualcuno di omicidio, devo essere io a provarlo. Non lui a provare la sua innocenza (che è tale, appunto, fino a prova contraria). Senza prove, sono illazioni, magari credibili e dunque fortemente e volutamente credute. Di conseguenza, con una catena di ricadute “reali”.

La seconda, più generale

Tutta l’informazione segue una sua media logic, vale a dire che ogni testata “insegue” il mercato. E per catturare click, visite, audience, lettori, alimenta pathos e sensazionalismo a più non posso. È normale, in situazioni ordinarie, da un bel po’ di tempo.

Ma è pericoloso, in tempi straordinari di isteria collettiva. Forziamoci a ragionare al contrario: la priorità ora non è il click, è rassicurare il pubblico. Ciò vale per la quantità e la qualità di tutte le trasmissioni televisive dedicate al coronavirus, così come per tutti i titoli a effetto dei quotidiani. Riduciamo l’effetto, per cortesia.

Cominciamo a dire prima il numero dei guariti rispetto a quello delle vittime. E diminuiamo le trasmissioni monotematiche sul coronavirus per contenere l’ingigantimento del problema nel percepito di massa. Urge una dieta mediatica diversa, altrimenti il paziente (il mercato) muore.
La terza, più politica

In un contesto di campagna permanente, che è quello abituale in tempi ordinari, gli effetti-annuncio sono il pane quotidiano. Gli elettori-consumatori sono abituati a gratificazioni immediate.

Ma la politica non è Amazon o Facebook: non può gratificarci immediatamente con un click o con un like. Ha bisogno di tempo, di risorse, di negoziazioni, di procedure complesse. E allora si rifugia nell’iper-comunicazione, come dice Salmon: ci gratifica annunciando.

Giocando con la legge di Thomas: “se gli individui definiscono come reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. È sempre vero. Ma talvolta quelle conseguenze possono essere devastanti. Ecco perché un decreto annunciato ha finito per generare effetti opposti (treni pieni e assalti alle stazioni). Ed ecco perché, da più fronti, è stato chiesto al premier Conte di evitare annunci notturni senza aver già approvato i nuovi decreti. In questa situazione non-ordinaria, questo atteggiamento da tempo divenuto “normale” può diventare letale. Ahinoi, nel vero senso del termine.

La quarta, più psicologica, fa da “contenitore” a tutte le altre

Ha a che fare con un tema molto caro a Tech Economy 2030: la società sostenibile, nel pieno della trasformazione digitale. Siamo la società più narcisistica di sempre. Vale a dire la più egocentrata ed individualizzata, priva di credenze stabili e di autorità cognitive. Concentrata sull’istante, su una vita a frammenti ormai incapace di pensare al futuro.

Il cigno nero del coronavirus ci ha colti più impreparati che mai: disorientati, insicuri, indifesi, in crisi di identità, senza barriere psicologiche. Al contrario, anche i “produttori di certezze” hanno immediatamente tirato i remi in barca: Chiese chiuse e parlamenti chiusi. “Dio è morto, Marx è morto e neanch’io mi sento tanto bene” diceva qualcuno.

E pure la scienza, baluardo finale ed estremo difensore delle nostre testoline in preda al panico, alla fine ci sta offrendo la quarantena perpetua come soluzione del problema. Pochino per chi un tempo credeva nel futuro teleologico: Dio, scienza, patria, partito come granitiche certezze di un futuro migliore. Fosse anche nella vita ultraterrena.

In questo scenario desolante (anzi, desolato), in questo “deserto del reale” – per dirla con Zizek – stavolta non abbiamo modo di rifugiarci nell’immaginario. Anzi, se ci proviamo veniamo assaliti ulteriormente dal panico, perché ogni rappresentazione dell’immaginario oggi ruota su quel nemico invisibile che ci sta tormentando.

Eppure, serve una via di fuga. Serve una narrazione che riempia quel “vuoto di futuro” di cui parla Andrea Fontana in un’intervista recente. Il nostro Ego-sistema è abituato a riempire istanti di dopamina e a ottenere gratificazioni immediate. Ora non può. Li sta riempiendo di paura e di angoscia. Il presente è claustrofobico, vede solo l’apocalisse.

Ma apocalisse vuol dire anche disvelamento. Abbiamo bisogno di qualcuno che tolga il velo di pessimismo cronico che ci avvolge e cominci a ri-pensare al futuro. E a un “noi”, al plurale. Che cominci a ri-disegnare un racconto collettivo e un apparato simbolico da cui ripartire.

È l’ultima – e più importante – inversione a U che le leadership mondiali devono fare. Devono. Perché l’uomo è un animale simbolico. La difesa dal virus col mondo in quarantena è fondamentale per salvare l’animale. Ma chi di dovere dovrebbe salvare anche il “simbolico”. Altrimenti all’uscita dal tunnel troveremo una difesa fisica e una resa simbolica. Avremo salvato l’animale, ma avremo perso l’uomo.

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Luigi Di Gregorio su www.techeconomy2030.it

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