Dalla moda la prima spinta all’economia circolare

Ago 8th, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Economia & Finanza, Mondo GREEN


Marino Vago lo sottolinea dall’inizio del suo mandato di presidente di Sistema moda Italia, nel 2018: la filiera del tessile-moda-abbigliamento e in particolare la parte a monte, quella manifatturiera, lavora sulla sostenibilità ambientale da almeno dieci anni.

Lo fa quasi sempre lontano dai riflettori e come scelta strategica e di responsabilità sociale: le aziende del tessile sono tipicamente Pmi radicate sul territorio, che hanno tutto l’interesse a rispettare e tutelare. Proprio grazie al percorso intrapreso, la filiera è pronta alla prossima sfida: dal 1° gennaio 2022 sarà obbligatorio recuperare e riciclare la frazione tessile dei rifiuti urbani e commerciali. L’impegno di Smi è garantito: a Vago succederà Sergio Tamborini, che da ceo del gruppo Ratti ha orchestrato la strategia sostenibile dell’azienda.

Contemporaneamente c’è la spinta della parte a valle della filiera, le aziende e i gruppi che si affacciano sul mercato finale con i loro marchi di abbigliamento e accessori e che hanno spesso come palcoscenico le settimane della moda di Milano e Parigi. Questa combinazione favorevole, il know how della parte a monte e le richieste del mercato intercettate dalla parte a valle, potrebbero fare della moda un esempio da seguire per il cambiamento da un modello lineare di economia a uno circolare. Nell’interesse di tutti, perché i consumatori più giovani danno la sostenibilità per scontata. La pretendono dalle aziende e dai marchi e ne chiedono dimostrazione e certificazione, tramite etichette intelligenti o, in molti casi, grazie all’utilizzo di blockchain.

Poiché la moda vive (anche) di immagine (cosa diversa dal semplice marketing) e di sogni, un ruolo importante nella comunicazione della sostenibilità lo hanno sfilate e presentazioni: in questo la Camera nazionale della moda italiana è un passo avanti rispetto alle associazioni di Francia, Londra e New York. Ha ideato i Green Carpet Fashion Awards, che si sono tenuti anche nell’anno della pandemia, con una formula digitale che ha avuto come palcoscenico virtuale la Scala di Milano, per l’occasione trasformata in un giardino, grazie alle tecniche di computer graphic.

Si moltiplicano inoltre i progetti retail pensati e costruiti in un’ottica sostenibile: pure in questo caso è italiana una delle iniziative più innovative, quasi certamente destinata a fare scuola, Green Pea, “gemello diverso” di Eataly (entrambi nati da un’idea di Oscar Farinetti): il primo Green Pea ha aperto in autunno a Torino ed è dedicato a brand non food e alle rispettive collezioni o prodotti sostenibili.

Analisti e consulenti certificano da tempo l’importanza di investimenti in questo nuovo tipo di corporate social responsibility, una sorta di Csr 4.0, anche per il settore dell’alta gamma: «I marchi del lusso percepiscono un’aspettativa crescente da parte dei consumatori – spiega Claudia D’Arpizio, global head per Moda & lusso di Bain & Company e co-autrice del più recente report sul tema –. Molti si sono già mossi con dichiarazioni d’intenti: nei prossimi dieci anni vedremo se riusciranno a mantenere questi impegni e a realizzare l’obiettivo a lungo termine di un business sostenibile e redditizio. Un restyling dei modelli non sarà sufficiente: i brand che vorranno avere successo nel 2030 dovranno iniziare già da oggi a re-immaginarsi profondamente».

Attenzione alle persone e all’ambiente per tutti, dal pret-à-porter al lusso, dall’abbigliamento agli accessori, passando per il fast fashion, come certifica l’ultimo report di GlobalData, intitolato Zero waste top of mind for fashion industry. Per una volta, possiamo dire, ci sono un tema e una priorità che mettono tutti gli stakeholder d’accordo.

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