Food delivery, mercato fortemente in crescita

Apr 16th, 2020 | Di Redazione | Categoria: Imprese e Mercati


Il food delivery si è imposto in Italia con un tasso molto rapido di crescita: a fine anno si avvicinerà ai 600 milioni di ricavi. Le società specializzate sono diventate un partner per la ristorazione, con una forte componente di consulenza. Le loro aspettative dalla controparte? Un atteggiamento più propositivo

Il food delivery in Italia è una recente scoperta e, in quanto tale, procede con un trend di crescita quasi esponenziale. Se è vero che, nella classifica Euromonitor sul consumo out of home, il Belpaese occupa il terzo gradino del podio (dopo Spagna e UK) con una dimensione di mercato pari a 73 miliardi di euro, è altrettanto evidente e consequenziale il potenziale di sviluppo del delivery, a cominciare da Milano.

Se il 2018 ha registrato una crescita del 70%, arrivando a 350 milioni di euro complessivi, gli ultimi dati dell’Osservatorio eCommerce B2c (Politecnico Milano e Netcomm) confermano l’impennata del comparto, che nella prima parte del 2019 ha registrato un +56% e si stima che possa raggiungere quota 566 milioni di euro a fine anno. Dialogando con i maggiori player del settore, emergono crescite importanti oltre le due cifre.

MERCATO ENORME
“Probabilmente il segmento è ancora piccolo, perché abbiamo tradizioni culinarie leggermente differenti rispetto ad altri Paesi, per cui il valore che ha per noi un pranzo o una cena è speciale” osserva Matteo Pichi, ex country manager di Glovo e oggi alla guida di Poke House. “Eppure il mercato della ristorazione in Italia è enorme e le grandi società internazionali sono già arrivate a investire sul segmento food, che nel nostro Paese ha sicuramente possibilità di espansione grandissime”.

A piccoli passi, prima Milano e poi l’Italia sono cresciuti a ritmi accelerati. “Per i ristoranti è nata un’opportunità in più per arrivare a contatto con il cliente – prosegue Pichi, che è anche segretario generale di Assofooddelivery, l’associazione costituita tra gli operatori del comparto – ed entrare in casa delle persone è una grande occasione per essere provati e poi magari riprovati in sala. E non parliamo solo di strutture complesse o di fama, ma anche di piccoli ristoratori che all’interno di una app hanno lo stesso livello di evidenza delle grandi firme”. Il caso Poke House è un modello di business che ha nel proprio Dna le peculiarità di questo segmento.

E questo successo nasce dall’esperienza del gruppo di Pichi dall’altro lato della filiera. “Siamo nati come dei signor nessuno, ma per fortuna le persone hanno provato il prodotto, così i tassi di ritorno e le sequenze di utilizzo sono altissime e noi ci troviamo tra i primi 5 ristoranti in Italia nel mondo del delivery. Non sarebbe mai successo se non fossimo andati online”.

Presente su 3 piattaforme principali – Uber Eats, Deliveroo e Glovo – il gruppo che propone il piatto hawaiano più amato del momento è cresciuto a ritmi di +50% mese su mese. Le aziende di food delivery sono oggi realmente un partner per la ristorazione, tanto che la spinta a lanciare Poke House è venuta per Pichi proprio dall’esperienza in Glovo.

“Come country manager in Glovo ho avuto a possibilità di vedere quanto le società di delivery stessero investendo sui ristoranti. Investono in comunicazione e marketing, ma chiedono una relazione forte con gli imprenditori-ristoratori, per compiere un percorso assieme.

Cercano interlocutori capaci di rispettare le esigenze del delivery, di consegnare rapidamente i pasti ai corrieri, di esser super-pronti. E dato che io ho sempre avuto una passione per la cucina e la ristorazione, ho colto la sfida e mi son fatto allettare dall’idea di stare dall’altra parte della barricata”.

Il termine “bellicoso” non è del tutto metaforico, perché il fondatore di Poke House sottolinea anche i rischi legati alla dipendenza generata dalle società di delivery. “Se un terzo del tuo fatturato viene dal delivery, di fatto stai affidando ad un soggetto terzo una parte importante del tuo successo.

Ecco perché qualcuno vede dei rischi nella relazione tra i due mondi, ma in realtà è necessario che la ristorazione non sia un soggetto puramente passivo. Se guardo a 5 anni, devo pensare che il nostro fatturato non possa dipendere solo da terzi”. E dunque il rafforzamento del brand deve essere un focus per i ristoratori, anche quando sono nel mare magnum delle piattaforme di food delivery.

Related posts:

  1. Gli italiani mangiano sempre più fuori casa. E vola il food delivery secondo il rapporto FIPE Ristorazione
  2. Parte “Ristoacasa”, la vetrina digitale dei ristoranti che fanno il food delivery ed una indagine FIPE ad hoc
  3. Food delivery boom! Ecco i manager che maggiormente ordinano il cibo mentre lavorano secondo Just Eat Takeaway.com
  4. A Londra il food delivery vale il 40% del fatturato