Gli influencer influenzano il voto?

“Non credo che Chiara Ferragni e le altre possano spostare masse di voti. Possono però sensibilizzare fasce di popolazione che altrimenti rimarrebbero ai margini del dibattito”. E’ l’opinione del politologo Giovanni Diamanti intervistato da Flavia Amabile de La Stampa che ha anche chiesto il giudizio del politologo Giovanni Orsina.

“La gente si fa consigliare le creme di bellezza ma non mette il cervello in mano a Chiara Ferragni”, dice Orsina. “Al massimo potrebbe spostare un uno o un due per mille. Con i follower che ha Chiara Ferragni vuol dire comunque avere un impatto su migliaia di persone ma a livello nazionale l’effetto è irrilevante.”

Ciclone influencer che si fa partito. Che irrompe in campagna elettorale. Chiara Ferragni, – 27,7 milioni di follower – a testa bassa contro Giorgia Meloni e la politica di FdI sull’aborto nelle Marche. Addirittura all’indomani dell’apertura della campagna elettorale dell’aspirante premier nel capoluogo della regione Ancona. Quasi uno sfregio politico. Prima di lei, preoccupate per la tenuta dei diritti alla prova delle destre (le cantanti) Elodie, Loredana Bertè, Giorgia.

La politica che reagisce. Chi cavalca l’onda, chi vi si oppone.

Il segretario Pd Enrico Letta: “Chiara Ferragni ha toccato un tema molto delicato perché tocca ciò che di più intimo è nelle persone, nella vita di una donna”. L’ex magistrato e candidato FdI Carlo Nordio: “Credo che nessuno voglia cambiare una legge a suo tempo approvata da un referendum popolare”. La responsabile famiglia FdI Isabella Rauti: “Si potrebbe dire che a sinistra, non potendo più influenzare nessuno, ci si fa influenzare dalle influencer”.

Ma quanto sposta un/una influencer? Ha un reale impatto sulla campagna elettorale?

A sentire Antonio Noto, sondaggista interpellato da Repubblica, non molto. “Nelle scelte politiche – sostiene Noto – rispetto alla formazione del consenso gli italiani reagiscono maggiormente in relazione ai loro bisogni e alle loro attese piuttosto che in relazione al racconto degli influencer, che spesso stimolano stili di vita, consumi, ma non di tipo elettorale”.

La popolazione italiana sulla politica è “più guardinga”, continua Noto su Repubblica. “L’immaginario collettivo li percepisce come non specializzati ed estranei. Di conseguenza il loro racconto ha meno impatto”. In termini statistici l’influencer non ha nessun effetto, entriamo “nel campo dell’indifferenza. Anche perché per natura non influiscono a 360 gradi, ma anche loro sono targettizzati. Il target degli influencer è molto giovane e i più giovani spesso non vanno a votare. Il 50 per cento dell’elettorato ha più di 45 anni. La fascia di età tra i 18 e i 24 anni raggiunge il 7% della popolazione. Se vota la metà, influisce nell’ordine del 3%. Considerando anche il voto si distribuirà tra le varie liste”.

Nella politica gli influencer sono altri. “Paradossalmente Beppe Grillo, pur non essendo un influencer ma un comico, è stato il primo influencer della politica. Con un percorso che implicava un impegno riconosciuto e condiviso, un progetto. In mancanza di un progetto, il discorso pubblico si spegne in due giorni, gli interventi sui singoli fatti non diventano elemento di dibattito”, conclude Noto.

Lasciando il sospetto che a essere elettrizzati dal partito delle/gli influencer siano più i media che l’opinione pubblica.

Mannheimer: i social non conquistano gli indecisi

 

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Una campagna elettorale molto social con partiti e militanti che si combattono, sfidano e – qualche volta – insultano a colpi di tweet e post, ma se da una parte “sempre più elettori, specialmente i giovani, non seguono tanto i telegiornali e la televisione, quanto i social” dall’altra “c’è anche molta gente che i social non li guarda, e quindi i partiti non dovranno trascurare la campagna tradizionale.

I dibattiti in televisione avranno molta importanza e, sugli indecisi, saranno decisivi”. Così all’AdnKronos il sociologo e sondaggista Renato Mannheimer che parla di “una campagna in atto molto forte, soprattutto sui social, però tutti questi insulti servono più a rafforzare l’elettorato che si ha già, che è una cosa importante al giorno d’oggi perché l’elettorato è molto volatile e non è fedele, ma non servono a conquistare nuovi elettori e gli indecisi. Le offese non conquistano gli indecisi e di questo i partiti dovrebbero tenere conto”.

Insomma, se oggi “è essenziale usare i social, bisognerebbe però cercare, se ci si riesce ma qui ci vorrebbero dei comunicatori esperti, passare dalle offese ai contenuti. La gente – sottolinea Mannheimer – è molto più preoccupata per i contenuti che per la figura della Meloni o di Letta, più dell’aumento delle bollette, per l’occupazione o dell’Europa, e bisognerebbe parlare anche di questo”.

Rischio disinformazione? “Quello c’è in tutti i canali. Più che disinformazione parlerei di non efficacia.

I social, Tik Tok compreso, servono a convincere chi ha già un orientamento e un’opinione, difficilmente spostano elettori decisi”.

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