Gli italiani lo fanno meglio! La questione dell’origine nei nostri prodotti più diffusi

Ott 31st, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B


Sempre più spesso troviamo sulle confezioni dei prodotti alimentari un’indicazione che indica l’impiego di materia prima 100% italiana. L’origine nazionale è ormai considerata da molti consumatori come sinonimo di qualità e garanzia di sicurezza, ma è davvero così?

Non è detto. Molto, moltissimo, dipende dal tipo di prodotto. La provenienza, per se stessa, non offre alcun tipo di garanzia. Lo conferma Vincenzo Martinelli, presidente della sezione molini e frumento duro di Italmopa, l’associazione che rappresenta i mugnai italiani. Martinelli descrive il fenomeno come “un’operazione di marketing ben riuscita” e spiega che il frumento duro, ingrediente principe della pasta, è una produzione di nicchia e rappresenta circa il 5% di tutto il grano prodotto nel mondo.

L’Italia è il principale produttore di pasta a livello globale e il grano duro che coltiviamo internamente non è sufficiente per le nostre necessità, aumentate negli ultimi decenni per l’incremento dell’export.

“Oggi siamo deficitari di circa il 40% della produzione di materia prima – prosegue Martinelli –. Quello che ci occorre per realizzare la nostra pasta è un grano duro con precise caratteristiche di qualità, determinate soprattutto dal clima, e sono quelle a contare sopra ogni altra cosa.

Il grano duro italiano in grado di soddisfare i requisiti è interamente consumato, ma non basta, per questo motivo quello che manca viene reperito sui migliori mercati mondiali ed europei”. Per quanto riguarda i dubbi rispetto alla qualità e ai controlli sul prodotto importato, Italmopa evidenzia che le partite sono soggette a un maggior numero di verifiche rispetto a quello europeo e lo stesso vale per la presenza di residui chimici, che segue i medesimi standard.

“Ciò non toglie – sottolinea Martinelli – che valutiamo positivamente l’incremento di una produzione locale, che sarebbe economicamente più vantaggiosa”.

Un discorso analogo a quello della pasta si può fare per l’olio extravergine d’oliva. Come abbiamo già accennato in quest’articolo, gli oli presenti sui nostri scaffali non sono tutti 100% italiani, anzi. La nostra olivicoltura non riesce a soddisfare la domanda.

“Anche nelle annate migliori – sottolinea Anna Cane, presidente del gruppo olio d’oliva di Assitol, associazione italiana industria olearia – arriviamo al massimo a produrre il 30% dell’olio di cui avremmo bisogno. Importare olio d’oliva, in particolare nell’area del Mediterraneo, selezionandolo con attenzione, è una necessità del comparto, che ha sviluppato grande esperienza a riguardo, tanto che siamo riconosciuti in tutto il mondo per la nostra abilità nel blending”.

Il deficit produttivo rischia peraltro destinato di incrementarsi ulteriormente, anche a causa del cambiamento climatico, oltreché della mancanza di ricambio generazionale nel settore. “Se non si modernizza – prosegue Cane – sarà impossibile colmare il gap. Per ridare vita ai nostri oliveti, nei quali vantiamo una grandissima biodiversità, dobbiamo puntare sulle buone pratiche agronomiche e sul contributo della ricerca scientifica. È questo il modo di valorizzare la nostra produzione, senza però demonizzare quella che ha origine negli altri paesi”.

Rispetto ai controlli, poi, Assitol sottolinea quanto siano numerosi e frequenti, con ben otto organismi diversi chiamati a verificare la genuinità dell’olio imbottigliato dalle aziende italiane. “Si va dall’Ispettorato repressione frodi ai Nas, dal Nucleo antifrodi alla Guardia di finanza – sottolinea Cane –. A questi si aggiungono Agenzia delle Dogane, Asl, Arpa e i laboratori di sanità pubblica.

Inoltre, siamo stati i primi a introdurre un sistema telematico che monitora i flussi oleari in entrata e in uscita dal paese, il Sian. Ora la Spagna ci ha imitato con una normativa analoga, ma chiediamo da anni di estendere lo stesso meccanismo sull’Europa intera”.

La questione è un po’ diversa per quanto riguarda il riso. In questo caso, infatti, la coltivazione Ue deve rispettare norme fitosanitarie più stringenti di quelle previste nei Paesi asiatici, che sono grandissimi produttori, con il rischio di importare da questi Paesi cereali che potrebbero non essere salubri come i nostri. Lo sottolinea Enrico Losi, responsabile area mercati della sede di Milano dell’Ente nazionale risi.

“Il prodotto importato – spiega Losi –rappresenta circa il 13% di quello commercializzato dalle aziende italiane, ma si tratta prevalentemente di varietà che da noi non esistono, come il Basmati, che è una denominazione d’origine e può essere coltivato solo in India e Pakistan. Eppure, in Italia disponiamo di un grande numero di tipologie e produciamo anche risi aromatici simili al Basmati. Purtroppo, nell’Ue, il consumatore è abituato al prodotto indiano e pakistano e chiede quello. Le riserie italiane devono quindi importare il Basmati semigreggio, per poi lavorarlo e rivenderlo sia in Italia sia nel resto dell’Ue”.

Diversa ancora è la situazione delle conserve di pomodoro. Passate, polpe e pelati, ma anche i concentrati venduti sul territorio nazionale sono realizzati con pomodori italiani, mentre con il semilavorato concentrato proveniente da paesi Ue ed extra Ue è possibile realizzare prodotti destinati all’export.

È recente il caso del sequestro di concentrato proveniente dall’Egitto che, per gli inquirenti, sarebbe stato contaminato con pesticidi, si tratta però di episodi isolati, per cui è ingiusto criminalizzare un intero settore. La bilancia tra import ed export per quanto riguarda i derivati del pomodoro evidenzia comunque un rapporto di uno a dieci. “I nostri prodotti sono lavorati da materia prima fresca e la lavorazione deve avvenire entro 24 ore dalla raccolta – chiarisce Giovanni De Angelis, direttore generale di Anicav, Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali –.

Non è quindi possibile, né sarebbe economicamente sostenibile, utilizzare pomodori raccolti altrove. A maggior ragione se consideriamo che non ci manca certo la materia prima. L’Italia è infatti il secondo produttore al mondo di pomodoro fresco destinato alla trasformazione e siamo i primi produttori di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumo finale, oltreché, naturalmente, i primi esportatori al mondo di conserve di pomodoro”.

È molto improbabile, anzi praticamente impossibile, e neppure avrebbe commercialmente senso, trovare in Italia una conserva rossa realizzata con materia prima raccolta altrove. Ciononostante la posizione dell’associazione degli industriali del settore resta quella di indicare in etichetta l’origine italiana anche volontariamente, sia per i prodotti venduti nei confini nazionali sia per quelli venduti all’estero. “L’italianità è un valore aggiunto reale che deve essere evidenziato – precisa De Angelis –, perché la nostra tradizione ed esperienza in questo settore sono riconosciute ovunque”.

via https://ilfattoalimentare.it

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