I prezzi di materie prime ed energia aumentano ma nei supermercati continuano gli sconti. Come è possibile

Quante persone si sono chieste come ha fatto una grande catena di supermercati milanese a pubblicizzare per settimane un abbassamento dei listini, quando da mesi il costo delle materie prime, dell’energia e dei trasporti continua a lievitare, e la situazione si è aggravata con l’inizio della guerra in Ucraina.

Certo alle persone interessa risparmiare e comprare dove si spende meno, ma è lecito chiedersi che quando i prezzi di una filiera alimentare aumentano e i listini sullo scaffale diminuiscono qualcuno ci perde o registra forti sofferenze.

In genere sono gli anelli più deboli della filiera ad essere penalizzati. Stiamo parlando di lavoratori agricoli dove si registra una forte presenza di immigrati, i piccoli produttori che pur di non perdere il posto sullo scaffale abbassano i prezzi, i lavoratori della logistica che essendo nella maggior parte dei casi non contrattualizzati  vedono ridursi i compensi per ogni viaggio. Insomma qualcuno ci perde e questo è poco accettabile perché tutti lavorano e hanno diritto a una corretta retribuzione.

Ma al consumatore raramente viene spiegato che se il prezzo del grano duro lievita e la pasta costa di meno, c’è qualcosa che non funziona.

Anche se il prezzo del grano tenero cresce del 30% in più in pochi mesi e il pane al supermercato costa meno c’è qualcuno che lavora in perdita o quanto meno non guadagna nulla.

Sul fronte opposto ci sono poi i rincari gonfiati dalla speculazione che colpiscono produttori e consumatori. In questo ambito è difficile intervenire perché si tratta di manovre finanziarie senza un reale collegamento con la realtà del territorio, che dopo un certo intervallo di tempo rientrano non senza lasciare strascichi.

Ma allora esiste un prezzo giusto? La domanda è semplice ma la risposta è complessa.

Diciamo che esiste un prezzo al di sotto del quale non si deve mai scendere. Indagando si scopre sempre un motivo.

A volte è la qualità è inferiore, oppure  mancano i controlli o il lavoratori non sono pagati correttamente…  

Altre volte ci sono motivi merceologici; le uova costano meno  perché provengono da galline allevate in batteria, il latte a lunga conservazione arriva dall’estero, il caffè è di una qualità non eccelsa.

Quando si compra è corretto farsi delle domande sull’azienda, sul marchio, chiedersi se esiste un bilancio di sostenibilità, se i lavoratori della filiera sono pagati in modo dignitoso.

Anche il sottocosto sbandierato nelle campagne pubblicitarie è il frutto di un’illusione.

Prima di tutto perché non è la catena di supermercati, ma sono le aziende che vendono merce a prezzo inferiore per fare le promozioni.

Il secondo elemento da valutare è che per una o due settimane il consumatore paga di meno i prodotti offerti sottocosto, ma poi per le rimanenti 51 settimane il prezzo sarà sempre superiore rispetto alle (poche) catene che non fanno promozioni e adottano una politica di prezzi fissi tutto l’anno.

Per rendersi conto di quanto incidono le promozioni sui costi aziendali, basta ricordare la dichiarazione fatta nei giorni scorsi dal presidente di Granarolo Giampiero Calzolari.

Di fronte ai continui rincari di alcune materie prime e dei costi di trasporto ed energia, ha chiesto alle catene di supermercati di sospendere per 6 mesi tutte le iniziative di sconto e di promozione  (3×2, campagne sottocosto, offerte speciali, ecc.) come è stato fatto durante il primo lockdown.

Tra i soci allevatori della Cooperativa Granlatte che rifornisce Granarolo gli incrementi consistenti riguardano mangimi, fertilizzanti ed energia e vanno riconosciuti. Purtroppo la questione rincari si pone anche per altre filiere del settore agroalimentare ed è arrivato il momento di affrontare il problema.

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