Identità virtuale o digitale, personale e sociale - Personal Branding passo a passo di Danilo Arlenghi

Mar 7th, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Comunicazione, Marketing


Definire virtuale la propria presenza sui Social Netwok (Identità virtuale o digitale) e, conseguentemente, le dinamiche che nascono, deresponsabilizza l’utente dall’essere consapevole ed autentico in quello che dice: condivide online perchè è solo virtuale.

Ma nel web sociale non è così, anche se attraverso un filtro digitale ci si relaziona con persone vere che potrebbero essere ferite, offese, risentirsi o al contrario essere lusingate, gioire e provare empatia per quello che facciamo in Rete, è quel prefisso “social” che ce lo deve ricordare sempre.

Per il Personal Branding, poi, questa distinzione è fondamentale per rispettare quel principio di coerenza che è alla base del successo personale e professionale.

Non possiamo considerare la nostra presenza sui social network come qualcosa di diverso da quello che siamo e che vogliamo comunicare in tutti gli altri ambiti della vita, se lo scopo prefissato è farsi riconoscere ed emergere grazie alle caratteristiche che ci rendono unici; e non possiamo nemmeno pubblicare conoscenze e abilità che non abbiamo se competenza ed affidabilità sono alla base della nostra strategia di personal branding, perché potremmo essere smentiti online e ciò comprometterebbe la nostra reputazione.

In un mondo in cui vita digitale e vita analogica si stanno unendo sempre di più, in cui costruiamo e gestiamo la nostra rete sociale tanto offline quanto online, è fondamentale considerare la nostra identità digitale parte integrante di quello che siamo e che gli altri percepiscono di noi.

Identità personale e identità sociale: il concetto del Sé nella Rete

Identità personale e identità sociale interagiscono tra loro: possiamo immaginarci il nostro Sé come una struttura, una rappresentazione mentale in cui le informazioni individuali concorrono alla formazione della nostra rappresentazione, mentre le informazioni di carattere sociale e culturale ne costituiscono gli aspetti più esterni.

Ma esiste anche una rappresentazione di noi stessi che proponiamo, o meglio recitiamo agli altri, come una rappresentazione teatrale. Tale concetto fu proposto originariamente dal sociologo canadese Erving Goffman:

“La società non è una creatura omogenea, ma un insieme di palcoscenici in cui rappresentiamo noi stessi in modo diverso.”

Goffmann parlava di una molteplicità del sé: l’individuo riesce a gestire e a cambiare una pluralità di self multipli e fluttuanti in quanto prodotti non da una qualche attività psichica, ma dagli eventi e dagli scenari sociali nei quali agisce.

Sia online che offline possiamo immaginare due estremi di un continuum lungo il quale l’individuo sente la propria identità: ad un estremo il sentimento di identità è fortemente influenzato dalla consapevolezza che l’individuo ha di appartenere ad un determinato gruppo, l’identità sociale; all’altro i sentimenti di identità appaiono in rapporto ad un’esperienza profonda di riflessione su di sé, sulla propria storia, sulle proprie speranze e progetti a cui si associano linee d’azione fondate su esigenze di coerenza personale, l’identità personale.

Ma identità personale non significa una rappresentazione elaborata al di fuori del rapporto sociale o un’identità privata, non tangibile agli altri: se il soggetto vuole la può esprimere, per cui anche di essa si può studiarne la struttura.

Le forme di riconoscimento sociale consentono la formazione dell’identità personale dell’individuo sul piano cognitivo, l’individuo interiorizza l’immagine che gli viene rimandata dagli altri, la interpreta, la accetta, la modifica o la rinnega, elaborando attivamente un’autodefinizione.

L’identità sociale e quella personale sono due concetti non totalmente distinti del Sé, che lavorano insieme per dare significato all’identità: l’appartenenza a categorie sociali o l’inserimento in ruoli sociali comporta un significato personale e tali appartenenze entrano nella concezione di Sé.

Dunque il web, con l’avvento dei social media, non è più il luogo dell’anonimato e della libertà assoluta, che porta a nascondere l’identità, ma il luogo della responsabilizzazione etica sul Sé, dove di fronte a tutti, i soggetti si prendono in prima persona la responsabilità di quello che sono e che vorrebbero essere. Basti pensare a Facebook, la piattaforma nella quale l’utente si deve registrare con il proprio nome e cognome e non con alias o nickname astratti che non lo identificano.

Prima di Goffmann[2] gli interazionisti simbolici avevano parlato di soggettività in quanto fenomeno sociale che si sviluppa attraverso una relazione nell’ambiente sociale di riferimento. Herbert Mead parlava non tanto del soggetto in sé, ma del suo essere in relazione con gli altri: l’agire sociale è un problema di comunicazione ed il Sé emerge come autocoscienza nei termini dei rapporti con gli altri e degli altrui atteggiamenti valutativi.

Il soggetto adotta comportamenti in base a quelle che sono le aspettative del contesto in cui è inserito, assolvendo un ruolo nell’interazione con gli altri.

Una rete sociale è costituita da un qualsiasi gruppo di persone collegate tra loro da legami sociali, di diversa entità, dalla conoscenza occasionale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari e parentali.

Pertanto, in base ai teorici delle reti sociali la società è vista e studiata come rete di relazioni, più o meno estese e strutturate, che così ne costituiscono la trama sociale. Il soggetto nei social network è un attore sociale che non può non comunicare e non interagire con gli altri.

Proprio dall’ipotesi interazionista deriva che la stessa identità e il comportamento di ciascun soggetto sono la risultante dell’interazione con gli altri, e vale a dire delle azioni e dalle reazioni (feedback) poste in essere dai soggetti comunicanti.

La struttura delle reti sociali non è immutabile: i legami tra i diversi attori possono cambiare nel tempo e questa evoluzione si può modellare e spiegare come funzione di effetti strutturali e delle caratteristiche degli attori: i primi sono meccanismi endogeni e quindi interni dei social network (ad esempio le regole implicite, non scritte dei diversi social media), le seconde forze esterne dipendenti dalle caratteristiche specifiche degli attori coinvolti.

Gli esseri umani sono creature uniche a causa della loro abilità di usare simboli, diventano specificatamente umani attraverso l’interazione e la società pertanto consiste nell’insieme di persone che sono impegnate in interazioni simboliche, le emozioni sono centrali rispetto ai significati, al self e alla condotta e l’azione sociale deve essere considerata l’unità fondamentale dell’analisi sociale.

Una rete sociale è sempre in stato di dinamica tensione per via del cambiamento dei significati. I membri della rete possono avere una concezione diversa della struttura e del loro network: la rete è una risorsa cognitiva e negoziata, è influenzata ed influenza la condotta della persona.

L’interazione interpersonale, come quella faccia a faccia, nei social media avviene a diversi livelli sulla base delle diverse situazioni in cui ci troviamo, vi sono quindi tante cornici interattive in ognuna delle quali rappresentiamo diverse sfaccettature del nostro Sé.

Nel concetto del Sé sono infatti comprese anche immagini ipotetiche di noi stessi, che si desidera realizzare o evitare in base a quello che vogliamo presentare di noi: su LinkedIn ad esempio presenteremo l’aspetto più professionale e serioso di noi, mentre su Facebook o Instagram quello più libero e spontaneo.

Nelle varie piattaforme sociali i soggetti mostrano la sfera più esterna del proprio Sé, molte volte quella più superficiale e meno personale. Per dare una buona impressione di sé, le persone controllano il proprio comportamento in modo che sia appropriato al contesto e conforme alle norme situazionali implicite.

Ma quello che emerge nella presentazione del Sé in Rete, che ci fa differenziare e rendere unici nei social network, è quella parte del sé che ci distingue l’uno dall’altro, possiamo chiamarlo il “fattore X”. Si tratta di quel quid in più che aiuta a definire una strategia di Personal Branding online.

Il self individuale emerge dai modi in cui il soggetto si immagina che gli altri lo percepiscano e lo giudicano. In tal modo il soggetto esercita su di sé anche una specie di controllo sociale poiché deve valutare ininterrottamente la portata dei giudizi e delle reazioni altrui ai propri atti.

Quello che oggi sembra accadere è che le interazioni sui social network sostituiscono le interazioni faccia a faccia. Infatti la maggior parte delle persone utilizza questi mezzi per mantenere relazioni sociali già esistenti e solo in minima parte per crearne di nuovi. In questo senso, l’utilizzo dei Social Network ha più che altro la funzione di integrazione e non di rimpiazzo.

L’avere un profilo sui social network è regolato e motivato dalla ricerca di consensi, che danno l’opportunità di definire sé stessi e modulare la propria autostima che si definisce come rapporto, ossia come distanza tra sé percepito e sé ideale. Più si riesce a livellare e quindi a far diminuire questa distanza, più il nostro senso di autostima sarà integrato e meno bisognoso di consensi.

All’interno di Facebook è possibile trovare molto spesso persone che tendono a dare un’immagine idealizzata di sé o a costruire un vero e proprio falso sé cibernetico, ovvero un modo di essere e di rappresentare se stessi in maniera molto diversa dalla vita reale.

Si parla di una rappresentazione di sé fittizia che va per così dire a coprire il vero sé, quegli aspetti di personalità più autentici e spontanei dell’individuo. Una sorta di maschera, come direbbe Goffman, un far finta che potrebbe essere tipico degli attori quando recitano una parte, oppure di quei soggetti che cercano di impersonare atteggiamenti e comportamenti di un tipico ideale estetico.

Tutto questo può avvenire nella vita reale, ma è assolutamente più semplice in quella virtuale, dove l’interfaccia del monitor crea una struttura difensiva naturale per nascondere la propria immagine corporea.

Quando l’immagine corporea emerge nella rete è molto spesso distorta o selezionata con solo alcune informazioni personali, foto e video, proprio per assecondare un personale ideale estetico. Questa tendenza è tanto più vera quanto più ampia è la discrepanza tra ciò che si è nella vita reale e ciò che viene rappresentato nella realtà virtuale.

Concludendo, in linea con il pensiero interazionista simbolico di Mead[5], il soggetto appare come riflesso della sua immagine negli altri: centomila relazioni che producono centomila personalità in Rete all’interno dei diversi social media, come nelle diverse dinamiche quotidiane. Siamo obbligati ad esibire un self non perché realmente lo possediamo, ma perché obbligati dalla società a comportarci come se l’avessimo.

I ruoli sociali, le rappresentazioni, i luoghi culturali, sono funzionali a trasmettere l’impressione che vi sia un’immagine ultima e definitiva che gestisce tutto: l’identità. Secondo Goffman[6], che estremizza il pensiero di Mead[7], il Sé non è il risultato di un processo esclusivamente interno all’individuo, ma scaturisce dalla scena della sua azione.

Il Sé viene costruito all’interno di cornici (frames) meta-comunicative, è un effetto drammaturgico della rappresentazione teatrale della vita.

La pervasività delle nuove tecnologie nelle quali l’uomo del XXI secolo è ormai immerso, hanno modificato la percezione non solo della realtà in cui egli vive, ma anche l’essenza della sua unicità: la sua identità. Quest’ultima è stata plasmata a misura d’uomo virtuale, adattata alla fenomenologia della Rete e riscritta sullo schermo di un computer, perdendo la propria fissità e fisicità per esprimere, libera dai vincoli del corpo, i suoi molteplici Sé.

L’ipotesi generale vede Facebook come un contesto non anonimo, che presenta forti livelli di ancoraggio con la realtà offline, in cui gli utenti adottano comportamenti comunicativi riflessivamente orientati alla presentazione di sé e alla gestione delle proprie reti sociali in termini di pubblico/audience.

Con vissuto intendiamo il frame che incornicia l’esperienza e la rende comunicabile e condivisibile con gli altri. La self presentation rappresenta una componente essenziale del vissuto comunicativo[8] in un social network come Facebook.

Basti pensare al fatto che una volta iscritti, la prima operazione consiste nel costruirsi un profilo e questo richiede innanzitutto un dire di sé che passa attraverso i contenuti base di descrizione del soggetto e si estende ai post condivisi e alla propria rete relazionale.

Facebook si è radicato profondamente nell’esperienza quotidiana, familiarizzandoci a una presentazione di sé rivolta a un’audience, quindi non abbiamo a che fare con una condizione di rappresentazione senza pubblico e senza attenzione, non siamo in una condizione in cui la rappresentazione non comporta né responsabilità, né coinvolgimento, ovvero non diciamo al mondo chi siamo senza doverne in qualche modo rendere conto.

I sé di Facebook sembrano essere identità desiderabili socialmente che gli individui aspirano ad avere anche offline, ma che non sono ancora stati in grado di interiorizzare per un motivo o per un altro.

Non si tratta quindi di concentrarci sull’autenticità o meno del sé, ma sul fatto che con Facebook abbiamo a che fare con un ambiente che rende possibile trattare le possibilità diverse del Sé, attraverso strategie differenti di gestione dell’identità.

Ed in questo senso diventa chiaro quanto sia importante questa gestione nel tempo a partire dalle possibilità offerte dalla piattaforma nella sua evoluzione e, contemporaneamente, dall’evoluzione delle biografie dei singoli individui.

Le relazioni che si instaurano attraverso le attività comunicative nei diversi social network, servono ad autenticare l’identità e a portare il soggetto a raccordare la presentazione di sé alle proprie cerchie sociali, sia dal punto di vista della gestione dei contatti, sia dal punto di vista del tipo di contenuti da condividere o non condividere. In tal senso, l’investimento dell’utente sui suoi legami sociali sulle diverse piattaforme dipende dalla gestione dei contenuti.

I social network non sono quindi dei luoghi di simulazione anonima totalmente sganciati dalla realtà quotidiana.

Danilo Arlenghi
Pres.Naz. ClubMC
Pres. Party Round Green
Editore Marketing Journal
daniloarlenghi@partyround.it
tel mobile: + 39 393 9402040

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