Il borsch ucraino è patrimonio Unesco: battuta la Russia. Mosca: “Nazionalismo culinario di Kiev”

L’Ucraina ha vinto la guerra del borsch. La celebre zuppa rossa è stata riconosciuta ieri dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. E la Russia che ha sempre rivendicato la paternità della ricetta, accusa Kiev di appropriazione culinaria e l’organizzazione delle Nazioni Unite di aver dato all’Ucraina quel che non è solo dell’Ucraina.

Il conflitto per la zuppa a base di barbabietole è iniziato nel 2019 quando Kiev ha presentato all’Unesco un dossier di candidatura per far iscrivere tra i patrimoni dell’umanità il suo piatto identitario. Lo scontro con Mosca è stato immediato. Alla richiesta ucraina la Russia aveva risposto con un messaggio inequivocabile di @Russia, il profilo twitter ufficiale del Cremlino. “A timeless classic! #Borsch is one of Russia’s most famous & beloved #dishes & a symbol of traditional cuisine” (Un classico senza tempo, il #Borsch è uno dei più famosi e amati #piatti russi e un simbolo della cucina tradizionale). 

 

In realtà, la diffusione del piatto in tutte le cucine dell’Est Europa, da quella bielorussa a quella polacca, fino a quella ebraica, offre a ciascuno la possibilità di considerarlo un cibo locale. Secondo un detto molto diffuso nei Paesi slavi, ci sono tanti borsch quante sono le nonne dell’Europa orientale.  

Ma se tutti hanno ragione, l’Ucraina ha più ragione di tutti. E l’Unesco lo ha riconosciuto. Perché è proprio Kiev a poter annoverare nel suo patrimonio gastronomico originario questo cibo simbolo. Che la presenza della barbabietola rende rosso. Ma non russo. Infatti, un dizionario etimologico russo del 1848 attesta che la parola borsch indica una pietanza di origine ucraina a base di borchevik, la pianta di spondilio che cresce nelle paludi ucraine del delta del Danubio e del Dnipro.

Invece l’annessione del piatto alla cucina russa risale a Stalin in persona. Che considerava il cibo come uno straordinario strumento politico. E partì dalla tavola per unificare le oltre cento culture ed etnie della nuova patria, nata dalla Rivoluzione di Ottobre. Il dittatore affidò al Commissario per l’alimentazione Anastas Mikojan, in seguito potentissimo ministro del commercio e fedele vice di Nikita Kruscev, ma anche notissimo cuoco e gourmet, il compito di creare una nuova cucina nazionale sovietica. E visto che l’Ucraina faceva parte dell’Urss il suo borsch diventò un piatto dell’Unione Sovietica.  

L’organo di valutazione dell’Unesco, presieduto dall’italiano Pier Luigi Petrillo, ha deciso di esaminare con procedura d’urgenza la richiesta ucraina che da calendario era prevista l’anno prossimo. Perché ha ritenuto che questa tradizione, che è il doppio concentrato della vita comunitaria degli ucraini, fosse minata dalla guerra. E ieri il Comitato intergovernativo, composto da 24 stati membri in rappresentanza di 180 Paesi, ha approvato all’unanimità. 

Come c’era da attendersi il Cremlino ha riaperto il fuoco mediatico. La portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova ha stigmatizzato la decisione dell’Unesco parlando di “nazionalismo moderno di Kiev”. 

L’asprezza dei toni è l’ennesima conferma che il cibo è il primo ingrediente dell’identità. Se è vero che siamo quello che mangiamo, l’alimentazione è la prima lingua che impariamo, la bussola per orientarci nel mondo. E diventa un simbolo politico più forte di ogni bandiera. E in certi casi più esplosivo di una bomba.  

La barbabietola, dunque, rende il borsh rosso ma non russo

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