Il kit del futuro: cosa serve al manager per diventare immortale

Nella moltitudine dei tatuaggi che affollano il corpo di Brad Pitt, uno è speciale: si tratta del profilo di una mummia, sull’avambraccio sinistro. Quella mummia si chiama Ötzi ed è universalmente conosciuta come l’Uomo del Similaun, ritrovato in prossimità del ghiacciaio della Val Senales il 19 settembre 1991.

Ötzi, conservato perfettamente grazie alle rigide temperature, era un uomo di circa 40 anni, morto tra il 3100 e il 3300 a.C., probabilmente ucciso da una freccia. Antenato dell’Homo Sapiens (ma non ancora così saggio), Ötzi divenne un emblema della cultura pop negli Anni 90 per il suo legame con il mito dell’immortalità: il ghiaccio (o, meglio, la crioconservazione) avrebbe davvero potuto assicurare il risveglio nel successivo millennio?

I grandi nomi sono, spesso, specchietti per le allodole: così oggi incontriamo anche il cugino di Ötzi, Valmo, la mummia di un cacciatore più anziano di 2500 anni, ritrovato nel Mondeval nel 1987.I due cugini hanno in comune diversi aspetti, ma il più importante è quello della loro sepoltura: grazie al ghiaccio, si sono conservate anche tracce del corredo funerario, ovvero l’insieme delle cose che, secondo la cultura dell’epoca, erano davvero necessarie per affrontare l’aldilà, per andare incontro al futuro.

Alberto Melisi, storico appassionato che milita nell’associazione Tramedistoria, mi ha fatto notare come nel corredo di Valmo fosse presente un vero e proprio kit per l’aldilà, composto da tre piccole sacche di selce: quelle nuove, intonse, perfettamente scheggiate; le selci usurate, in memoria di chissà quali battute di caccia ed infine le selci integre, quelle che ancora non erano armi e neppure strumenti di lavoro. Non ho potuto non lasciar sfuggire alla mia mente il kit della sposa perfetta, quello che offre una cosa nuova, una cosa vecchia e una prestata a colei che si accinge ad iniziare una nuova vita.

Forse, anche nel management, potrebbe tornare utile un kit per il futuro: un augurio concreto di skills e nozioni che possano rendere “a lungo termine” (per non dire immortali) i nostri progetti per il domani.

1. Qualcosa di nuovo. Per andare avanti, lo sguardo deve essere dritto e aperto nel futuro. Essere, oggi, persone e professionisti innovativi significa accogliere una percentuale di rischio non indifferente: abbiamo chiaro dove vogliamo arrivare ma, lungo la strada, ci accorgiamo di quanti nuovi strumenti siano necessari per arrivarci.

Il mondo, in costante tensione evolutiva, ci spinge a cercare l’innovazione di qualità, gli spunti che orientano il domani verso una versione migliorata di noi stessi, e non verso una versione svuotata. Il rischio c’è sempre, nelle novità: può non riuscire, non funzionare, non essere adeguato al contesto. Ma quella selce intonsa, ancora da modellare, accoglie con pazienza e cura le esigenze del nostro team, dei clienti, delle persone che incontriamo, offrendo alla novità una vera occasione di scalzare il “si è sempre fatto così”.

2. Qualcosa di vecchio. Un piede nel passato, diciamo anche mezza orma, basta per non staccarsi troppo dal nostro percorso, dalla nostra eredità di Sapiens intesa come collezione di successi e anche di sconfitte. Per affrontare il domani, la memoria non serve solo come album di vecchie foto, ma si configura come bussola, come strumento di orientamento per riuscire a far combaciare presente e futuro sul bordo del passato. Ci aiuta ad essere manager coerenti, a fare tesoro delle esperienze condivise e a valorizzarle, amplificando i risultati sia in senso positivo che negativo. Non si tratta di premi o riconoscimenti, ma di “selci usate”, vecchie, modellate dall’esperienza: sono le storie che ci hanno permesso di arrivare fino a qui e che ci caratterizzano nella nostra identità.

3.Qualcosa di prestato. Nè Ötzi, nè Valmo hanno vissuto soli: l’uomo, da sempre, è animale di relazione, di contatto, di incontro. La rete di persone che incontriamo ci definisce, ci spinge a cambiare, a costruire, ad essere in perenne movimento. Per affrontare il domani, abbiamo bisogno di affidarci alle cose prestate, a quelle donate, alle scoperte avvenute grazie al lavoro di team o al supporto dei nostri cari. Per andare incontro al futuro, abbiamo necessità di fare squadra, di usare strumenti contaminati, di accogliere le esperienze altrui e tramutarle in tensione generativa di bene che non sia singolo, ma collettivo.

Prestare non significa regalare: è una promessa di fiducia, di accompagnamento, che fanno le testimoni alla loro sposa, che fa la tribù al suo capo venuto a mancare. Non è una forma di abbandono: racconta la volontà di continuare a camminare insieme, condividendo il bagaglio di esperienze, lasciando lo spazio per raccoglierne di nuove.

In realtà, per completare il kit, mancherebbe qualcosa di blu. La teoria dei “tipi psicologici” di Carl Gustav Jung, sostiene che la nostra personalità è formata dall’interazione di introversione, estroversione, pensiero e sentimento e ciò che rende un individuo unico è il modo in cui si sbilanciano tali funzioni.

Combinandosi tra loro, queste funzioni danno vita a quattro “energie colore“: il blu rappresenta la logica, l’imparzialità, la precisione, l’attenzione. Significativo pensare che, per affrontare il futuro, ci servano buone dosi di rischio, di esperienza e di compagnia. Ma anche di cura, di attenzione e di logica: la sfida del domani ci chiama a governare il processo di evoluzione, non come spettatori passivi o uomini senza nome, ma come individui consapevoli, pronti ad affrontare la vita “a muso duro”.

di Costanza Biasibetti – Consulente di Newton Spa

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