INNOVARE: parola d’ordine per il futuro aziendale

Giu 20th, 2020 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Marketing


Bob Dylan, infatti, negli anni 70’ cantava : The times they are a-changing – i tempi che stanno cambiando, esibendosi in un espressione di puro pleonasmo. Mai verità più assoluta e certa fu pronunciata.

Infatti CAMBIARE è nello stato naturale delle cose , del mondo, degli uomini. Tutto scorre, è in divenire: Panta Rei, tutto è un flusso in continua trasformazione sosteneva Eraclito già 500 anni prima di Cristo (A.C) E il cambiamento coinvolge anche usi, costumi, abitudini, stili di vita e di comportamento con l’evolversi della società, soprattutto della attuale società, cosiddetta della informazione, della comunicazione, dell’immagine.

Io, per natura, sono sempre stato un profondo ed attendo osservatore dei cambiamenti, e talvolta oltre che un trend setter anche un trend maker. Ho cioè seguito e cavalcato mode e abitudini e lanciato tendenze e stili. Ho in una parola sola innovato adeguandomi o precorrendo i tempi che cambiano di continuo. Le tre parole chiave, infatti, che definiscono la mission del mio gruppo societario Party Round Green, del Club del Marketing e della Comunicazione del quale ho l’onore di essere Presidente Nazionale e la vision della mia attività lavorativa, sono: innovare, innovare, innovare!

Un’innovazione è l’implementazione di un prodotto (bene o servizio) o di un processo, nuovo o considerevolmente migliorato, di un nuovo modello di marketing, o di un nuovo metodo organizzativo con riferimento alle pratiche commerciali, al luogo di lavoro o alle relazioni esterne.
Questa è la definizione di innovazione secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e la Commissione Europea.

Secondo la Treccani: l’atto, l’opera di innovare, mutare uno stato di cose, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione
In soldoni, innovare significa creare un cambiamento al fine di migliorare uno stato di cose esistente.

Esattamente nel 2004 la rivista di management Business Week usciva con una copertina che dava il benvenuto alla “innovation economy”. Ed in effetti il 2005 e gli anni a seguire possono essere battezzati come anni dell’innovazione.

Ma perché innovare? Di certo per stare al passo con le mutazioni dei tempi. Per migliorarsi e migliorare la società. Di sicuro non perché è la panacea di tutti i mali, come ostenta ed acclama a gran voce, in puro esercizio di stile, tutta la classe dirigente italiana: dagli economisti agli scienziati ed particolar modo dai politici agli industriali.

Gli uni con la tipica impostazione propagandistica che lascia spazio a parole e non ai fatti, gli altri (gli industriali) in funzione apotropaica, per scacciare chissà quali spiriti maligni pervadessero le loro imprese, o come soluzione sommaria a problemi ben più radicati e differenziati, con la ipocrisia di chi non vede la trave nel proprio occhio.

I mali nelle aziende e di conseguenza nella economia italiana ci sono, gli spiriti maligni, no!. “Medice cura te ipsum”. Il vecchio adagio con cui i nostri padri latini invitavano chi consigliava una cura (appunto il medico) ad adottarla lui per primo, sembra oggi particolarmente appropriata per la nostra classe imprenditoriale e manageriale.

Pronta (industriali in testa) a mettere sul banco degli imputati, per le difficoltà attuali, come al solito, il Governo, di qualunque schieramento esso sia, e un non meglio precisato Sistema Paese.

Meno pronta a dare il buon esempio e a rimboccarsi le maniche ( e non nel senso di mettersi più comodo, senza giacca, in ufficio). Ma in Italia innovare fa paura perché non si è mai certi del risultato. Innovare responsabilizza. Assumersi responsabilità non esiste nel dizionario e nelle pratiche quotidiane di molti (non tutti per fortuna) dirigenti nazionali.

Li fa tremare per timore di perdere la poltrona acquisita. Invece non si accorgono di perdere una opportunità. Provare per primi una tecnologia, un cambiamento di strategia, di tattica, di sistema, un prodotto, o un servizio, è come tuffarsi nel vuoto senza rete.

Il massimo di concessione alla sperimentazione è fare una area test. Un timido tentativo a costi ridottissimi, per limitare eventuali danni. Una piccola azione mirata e localizzata per altro quasi mai significativa e sicura in proiezione macro.

Meglio aspettare che altri, prima di loro, innovino e poi eventualmente copiare. Cavalcare l’onda di un successo, di una moda, di una tendenza, non dà alea. La strada non è in salita, ardua e faticosa, ma in piano, più facilitata.

Steve Jobs diceva “Innovation distinguishes between a leader and a follower”. Se innovi sarai leader nel tuo settore, nel tuo mercato… se non innovi sei costretto a inseguire, ad essere un epigono.

Non tengono conto, questi manager, della prima delle 22 leggi immutabili del marketing che attesta, con la autorevolezza acquisita dalla esperienza ormai storica: “meglio arrivare sul mercato per primi che essere i primi della classe”.

L’imitazione di iniziative ed il plagio di idee altrui è pratica abitudinaria per i tanti manager o imprenditori che non amano prendere decisioni e per questo relative responsabilità, e non hanno la consapevolezza di dover rispondere degli effetti di azioni proprie.

Totò in un suo proverbiale e umoristico paradosso affermava: ” A inventare son buoni tutti, è copiare che è difficile”. A fargli da contraltare l’illuminante pensiero di Alessandro Morandotti che, nelle sue ‘Minime’ asseriva: “Imitare è più faticoso che creare”..

Investire in creatività comporta sforzi mentali, economici, strutturali. L’innovazione in sé è un valore immateriale come la conoscenza e la creatività che si trasforma però in risultati concreti cioè in valore materiale. L’innovazione si nutre di tempo, che spesso, nella frenesia contemporanea sembra mancare.

Innovare significa avere lo sguardo rivolto al futuro.
Innovare ci rende unici, porta forza e consistenza al nostro brand, e porta anche i numeri. Secondo una ricerca IBM e Boston Consulting Group le aziende che innovano i propri processi, rispetto a quelle che producono innovazione solo nei prodotti, hanno un aumento di fatturato triennale del +8,5% .

Innovare per davvero, è oggi un imperativo categorico per le aziende che desiderano fronteggiare le avversità economiche contingentali e proiettarsi verso un domani più roseo implementando nuovi business e sviluppando maggiori profitti.

Innovare è un modo di reagire alla crisi, alla stagnazione, alla inerzia, al passato, al desueto.
Affermava in modo perentorio e assolutamente lungimirante Albert Einstein nella sua celebre lettera alla crisi del 1936: “Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso.

La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce le proprie sconfitte e i propri errori alla crisi, violenta il proprio talento e mostra maggior interesse per i problemi piuttosto che per le soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande difetto delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel trovare soluzioni.”

Innovare è attivare la creatività e perseguire lo sviluppo. Non è semplice. Costa ingegno, fatica, impegno, volontà, perspicacia, dispiego di risorse, ed un approccio mentale positivo e proattivo, nonché di fiducia in se stessi e nel futuro. Ma costa e tanto anche in denaro.

Le spese da sostenere per la ricerca e la scoperta sono vissuti non come investimenti ma come puri costi. La carenza di risorse economiche per le piccole e medie imprese e la ritrosia agli investimenti della grandi aziende sono la ragione principale forse della mancanza di innovazione.

Innovare significa mettersi in gioco e rischiare. Fatti salvi i soliti noti nei settori moda, auto di lusso, design, arredamento e automazione, per i quali la creatività e l’innovazione rappresentano la mission stessa aziendale, sono un must imprescindile per competere e segno di qualità ed eccellenza, il resto del panorama produttivo e commerciale nazionale è un arido deserto in fatto di evoluzione e cambiamento.

Come sempre la solita dicotomia all’italiana: un made in Italy a due velocità tra nicchie vincenti e potenzialità ancora da esprimere. In Italia ci esaltiamo immediatamente per l’ultima novità tecnologica, seguiamo in massa celermente la moda del momento, per poi tornare, con la stessa rapidità alle nostre quotidiane, rassicuranti, e confortevoli abitudini e tradizioni, ben radicate.

Prova ne è il grande ‘mood’ attuale del vintage marketing, detto anche marketing retrò o marketing della nostalgia, nel quale si torna a far vivere prodotti e stili di una volta che ci fanno rientrare nella nostra comfort zone.

Il desiderio di riscoprire il passato è molto fertile. Non è un segreto, infatti, che la memoria e i ricordi non siano entità statiche, bensì vive e fluide e si modificano con il passare del tempo: il nostro inconscio effettua una vera e propria selezione dei dati dai noi immagazzinati, proteggendoci dalle brutte esperienze e restituendoci un’idea di passato più felice del presente.

Intendiamoci il recupero di prodotti del passato è una strategia di marketing sempre esistita, e le ragioni sono di due tipi:
- L’effetto crisi. Tornare, almeno a livello di estetica e di marchio, a prodotti che ci ricordano un’epoca più felice è rassicurante.
- Il fattore qualità. Rimandare a prodotti che erano migliori a livello costruttivo trasmette sensazioni di genuinità, durata e ottima fattura.

Dunque perchè puntare sul retròmarketing e di fatto sulla nostalgia?
- Uno dei vantaggi di questa tecnica è essere trasversale: può unire persone molto diverse fra loro, accomunate per esempio dalla stessa età (Baby Boomers, Millenials e Generazione X).
- Genera contenuti condivisibili e, in epoca di social media marketing, questo è sempre un valore aggiunto fondamentale.
- Riduce lo sforzo creativo utilizzando contenuti preesistenti

Comunque l’importante è ricordare che il marketing della nostalgia è una strategia efficace solo quando incontra i bisogni attuali dei consumatori.

Siamo alle solite: piuttosto che inventare, meglio rifare,. Il vecchio conforta, rassicura e ripara da eventuali alee

Un sistema adottabile da molti manager in particolar modo di marketing (vendite e commerciali) o di comunicazione potrebbe essere quello di tornare a muoversi in prima persona, a battere le strade per stare vicino ai clienti perché il contatto fisico è sempre un atout in più.

Per conoscerli meglio, apprendere e comprendere. La conoscenza è sapere e sapere è potere.

Comunque la logica conclusione di questo capitolo è: Tu , politico, scienziato, industriale, chiamale se vuoi innovazioni, io manager, intanto, ci penso!

Danilo Arlenghi
Pres. ClubMC
Pres. Party Round Green
Editore Marketing Journal
tel mobile: +39 393 9402049
daniloarlenghi@partyround.it

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