Intervista a Giorgio Mastrota: il re delle televendite

Il suo nome è ormai sinonimo di televendita di successo. La Gazzetta  del pubblicitario ha incontrato e intervistato Giorgio Mastrota, l’ultimo dei grandi “televenditori”. Ecco cosa ci ha raccontato, in una mattinata di inizio estate prima di partire per le vacanze, svelandoci anche alcuni segreti. Vi siete mai chiesti se dorme o no sui mitici materassi? Siete curiosi di sapere cos’ha imparato dal mitico Mike Bongiorno?

Lo abbiamo desiderato, lo abbiamo sognato, lo abbiamo rincorso. Per noi, che mangiamo pane e spot a colazione, il suo nome equivale a dire “mito”. Quando finalmente lo abbiamo agganciato più di qualcuno, in redazione, non credeva che fosse veramente lui. Poi lo abbiamo incontrato, sia pure virtualmente, e ne abbiamo avuto conferma: Giorgio Mastrota non è solo un grandissimo professionista, ma è un uomo gradevole, simpatico e divertente. Questa che leggerete è la nostra chiacchierata, peccato non poter trascrivere anche le risate!

Hai iniziato la tua carriera negli anni 80-90 con grandi successi di pubblico, come “Il gioco delle Coppie” e “Bellezze al Bagno,” ma anche comparsate in film d’autore. Sembrava una carriera ben avviata, poi quasi all’improvviso sono rimaste “solo” le televendite. Come è avvenuto questo passaggio? Quando hai capito che questo poteva diventare il tuo futuro professionale?

In tutti i lavori ci sono delle specie di “sliding doors” e ovviamente la tv non fa eccezione, anzi, forse lì questo aspetto si accentua. A un certo punto la mia carriera stava perdendo un po’ di appeal e contemporaneamente nella televisione commerciale si stavano affermando le televendite, che stavano vivendo un momento di ribalta dopo essere state fino ad allora relegate ai canali minori.

Allora ho iniziato a farle debuttando col materasso nel ‘93-’94, dopo “Bellezze al Bagno”. In quel momento ero sposato con Natalia (Estrada, ndr.) e avevamo avuto una bambina. Mi era venuto naturale pormi in appoggio a lei che stava facendo sempre di più e la aiutavo come agente e manager. Tengo a precisare che questa fase non è stata proprio indolore, ma l’ho superata abbastanza velocemente tanto che solo pochi anni dopo mi sono ritrovato a dire “meno male che è accaduto tutto questo!”

Sempre in quegli anni, i televenditori erano dei veri e propri personaggi televisivi con un seguito loro, pensiamo a Wanna Marchi, Roberto Da Crema, Sergio Baracco e tutto quel microcosmo che era stato portato alla ribalta dalla Gialappa’s di Mai dire TV. La televendita era diventata quasi un sottogenere televisivo con i suoi tempi, le sue regole e a volte delle vere e proprie sceneggiature. Quanto è rimasto di tutto questo nelle televendite di oggi?

Mediaset ha sdoganato la televendita come genere, che in origine nasceva proprio come programma a sé stante. Questi personaggi erano degli affabulatori, stavano in video per ore, trattavano mille argomenti per poi alla fine vendere il prodotto. Mediaset ha ridotto il tempo prima a cinque minuti, poi due, poi uno… ora a volte dico le cose così velocemente che neanche io mi capisco! Ma la televendita deve essere così, veloce, tipo due schiaffi. Deve risvegliare il bisogno, anche perché o chiamano in quel momento o non chiamano più!

La televendita moderna è quasi un’occasione di branding: a molte aziende non interessa tanto vendere in quel momento, ormai la vendita si sviluppa su tanti canali. Prima invece la tv era una specie di monolite. Era quella, pochi canali, uno la guardava, vedeva il prodotto, telefonava. Semplice. Ora c’è questa specie di confusione totale che è anche un po’ la mia fortuna. Uno non tende a contestualizzare quello che vede in quello specifico mezzo e questo è un bene e un male. Male per chi deve investire che fa fatica a scoprire qual è il canale comunicativo ideale, ma a me piace perché è un mondo diverso. Io sono sempre lì in televisione, ma non si può più dire che io faccia quello, ormai.

Mi fa molto ridere quando nei contratti di lavoro vengo definito “l’artista”, riconosco però di avere avuto la fortuna di aver lavorato in tv in anni in cui chiunque vi compariva diventava noto e riconosciuto. Attenzione, non dico popolare nel senso che piaceva a tutti, dico però che si diventava un volto riconoscibile, cosa che ora è molto più difficile proprio perché esistono tante piattaforme e canali di comunicazione. Io vivo ancora di quella rendita.

Sei nato e cresciuto artisticamente nella tv commerciale e continui ad esservi presente, sia pure con un ruolo differente. Come è cambiata dagli anni ‘80?

Una volta si parlava tanto della pubblicità e della sua onnipresenza. Io guardo i miei ragazzi di 27 e 22 anni e anche quelli più piccoli, loro hanno un approccio completamente diverso. Io a 58 anni sono totalmente analogico, mi siedo sul divano, prendo il telecomando e inizio da Rai 1, Rai 2, eccetera. E come me c’è un blocco di pubblico di quella fascia di età a salire, che guarda la tv in maniera tradizionale e quindi questa televisione è ancora molto forte. Poi ce n’è talmente tanta che si può trovare veramente di tutto: c’è della televisione schifosa e della televisione bellissima, mentre prima l’offerta era molto ridotta e quindi eri un po’ “costretto” a guardare quello che c’era, ora basta un comando vocale per avere accesso a un numero sterminato di proposte.

Questo commercialmente parlando è un problema, perché questo turbinio di messaggi porta il pubblico a recepire di meno. La gente sa che ti ha visto, ma non si ricorda bene dove! Prima no, il ricordo era molto più circostanziato.

Sei conosciuto e apprezzato anche per la tua estrema autoironia, dalla partecipazione a “Uomini e Donne” alla serie Fox “Romolo + Giuly”. Essendo uno showman così versatile e con tanta esperienza sulle spalle, non ti dà fastidio essere ricordato solo per pentole o materassi, specie dalle nuove generazioni?

La popolarità che ho accumulato in quegli anni di cui parlavamo prima mi ha dato la possibilità di poter scegliere e di poter dire sì e no. Io ad esempio non faccio i reality, nonostante me li abbiano proposti, me li propongono sempre. Ma finché lavoro, sto bene così. Quello che faccio mi diverte, anche semplicemente andare ospite a qualche quiz. Mi piace e continuo a farlo. Le battute della gente mi divertono, perché soprattutto negli ultimi anni vedo che c’è dell’affetto (forse è dovuto all’età?) e la cosa non è mai detta in maniera offensiva. Mi fa piacere e ci scherzo io per primo. San materasso!

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