L’economia delle sedie vuote e la società per appuntamenti

Mag 14th, 2020 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B

Secondo il Financial Times, gli stati e le aziende stanno cercando un equilibrio tra il mantenimento di alcune restrizioni e i probabili danni economici dovuti al virus. Il quotidiano inglese spiega come ci abitueremo a un nuovo modo di organizzare le nostre giornate: molte prenotazioni, molta distanza, molti modi creativi per rispettare le regole

Il mondo, lentamente, si sta preparando per la riapertura. Ogni Paese con i suoi metodi e le sue scelte, quasi tutti però obbligati a rispettare dei protocolli. Si potrà rientrare in negozi, bar, ristoranti solo su appuntamento, i trasporti cambieranno le loro capienze e il mondo del lavoro sarà ancora soggetto alle restrizioni sanitarie.

I giornalisti Ben Hall e Daniel Dombey, in un articolo uscito sul Financial Times, la definiscono l’economia delle sedie vuote. Nella quale ogni Stato affronterà le fasi di un ritorno alla normalità post Covid, con l’intento di trovare un equilibrio tra il mantenimento di alcune restrizioni e cercare di evitare danni finanziari duraturi.

Nel caso di Daniel Moratilla, che gestisce Bike Brothers, un negozio di biciclette vicino al parco Casa de Campo di Madrid, la soluzione è stata quella della riapertura su appuntamento. «Ha già 15 appuntamenti in programma per lunedì e si aspetta di averne dai 30 a 40 il giorno successivo» si legge nell’articolo.

«È come se fossimo medici o dentisti, ma siamo un negozio di ferramenta», afferma Maximino Sordo al Financial Times. Il sistema di prenotazione potrebbe quindi essere la soluzione, anche se solo temporanea, per limitare il rischio di contagio.

Ma non per tutti è possibile. «I prossimi mesi ci saranno nuovi schemi di turni nelle fabbriche, autobus e treni semivuoti, orari di apertura scaglionati e ristoranti insolitamente spaziosi» continuano il quotidiano britannico. Fino a che non ci saranno vaccini o trattamenti disponibili, infatti, la vita economica, sociale e culturale rimarrà comunque soggette ai requisiti di distanziamento sociale e alle restrizioni di viaggio.

Questo comporterà non solo un ripensamento ai flussi di clienti, ma anche alla «necessità di un minor numero di persone sul posto di lavoro contemporaneamente – si legge ancora -, e alla potenziale riduzione della produttività».

Saranno sufficienti quindi le misure messe in campo dalle varie nazioni? Gli Stati Uniti e l’Europa hanno registrato crolli storici del prodotto interno lordo nel primo trimestre, mentre 3,8 milioni di americani hanno presentato richieste di disoccupazione portando il totale dall’inizio della crisi a 30 milioni.

E quella ripresa economica a forma di V, ovvero rapida nella picchiata e altrettanto repentina nella ripresa, ora assomiglia più a una U allungata e dai tempi difficilmente definibile. «È un mondo intermedio, in cui le cose non sono così brutte da ottenere un massiccio sostegno da parte del governo, ma non abbastanza buone per consentire al mercato di supportare l’attività» afferma Luis Garicano nell’articolo, economista spagnolo e membro del Parlamento europeo.

Negli Stati Uniti, invece, Waffle House, un famoso ristorante del sud, ha riaperto gli spazi interni in circa 400 delle sue sedi in Georgia e Tennessee (due stati in cui i governatori repubblicani si sono mossi rapidamente per allentare le restrizioni). «I posti a sedere sono limitati, le cabine sono state chiuse e i menu rimossi dai tavoli. I contenitori di ketchup sono disinfettati prima e dopo ogni utilizzo» descrive l’articolo.

Secondo i piani presentati dai leader europei nelle ultime due settimane, l’uscita dal blocco sarà provvisoria, graduale e, in molti luoghi, complessa poiché le regole vengono adattate alle circostanze locali: «La cancelliera tedesca Angela Merkel ha rinviato la decisione sulla riapertura di asili e scuole fino a quando non ci saranno ulteriori prove del probabile impatto. La Germania, che ha fatto meglio della maggior parte dei Paesi colpiti nel gestire la pandemia, è diventata un banco di prova per come apparirà il resto dell’Europa man mano che il blocco sarà facilitato».

Sempre la Germania è diventato il primo grande paese ad aprire negozi più piccoli e showroom di automobili già il 20 aprile. Registrando tuttavia, una settimana dopo, un lieve aumento del tasso di infezione (poi stabilizzatosi), a confermare le molte incertezze ancora presenti.

Anche la Francia sta adottando un piano progressivo. «Inizia l’11 maggio, con la riapertura di piccoli negozi non alimentari, scuole medie e piccoli musei, tutti con un rigoroso allontanamento sociale. Sono vietati i viaggi non essenziali di oltre 100 km. Solo alla fine del mese le autorità decideranno se riaprire scuole superiori, ristoranti, bar e spiagge» continua l’articolo.

Idem per la Spagna, il paese con il terzo maggior numero di morti in Europa. Che mira su quattro fasi di rilassamento prima di arrivare a una “nuova normalità”, prevista verso la fine di giugno. Come in Italia anche in Spagna «i ristoranti saranno autorizzati ad aprire per i pasti da asporto» per poi passare la prossima settimana a «servire i clienti sulle loro terrazze con un massimo del 30% della capacità normale».

In questo scenario però c’è anche a chi gli affari vanno bene. I produttori di barriere in plexiglas, che vengono installate presso le casse dei supermercati, su tutti. Come Claudio Ferrari, che gestisce l’azienda Nuova Neon Group vicino a Modena. «La società riceve ordini da ristoranti francesi e case automobilistiche tedesche, nonché da negozi, banche e farmacie. Stanno persino realizzando cubicoli in plexiglas per proteggere i bagnanti nei beach club in reggimento in Italia» spiega l’articolo.

Misure precauzionale che tuttavia, aggiungono i due giornalisti, non risolvono il vero problema: «la mancanza di domanda anche dopo lo sbocco totale da parte dei clienti spaventati». «Molte aziende dovranno rivalutare completamente i loro modelli di business per valutare se esiste ancora una domanda per i loro prodotti e servizi». Insomma, l’impatto del Covid sarà assolutamente enorme e lascerà una cicatrice sull’economia per anni. Ma una volta raggiunto un nuovo equilibrio, conclude l’articolo, «non c’è motivo per cui ci dovrebbe essere una maggiore disoccupazione o una crescita significativamente più debole».

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