L’Italia un paese per vecchi. Come cambia l’economia a misura di anziano

Mar 11th, 2020 | Di Redazione | Categoria: Breaking News, CATEGORIA B


Al contrario del titolo del celebre romanzo di Cormac McCarthy (e poi un film dei fratelli Cohen con Javier Bardem e Josh Brolin), l’Italia sta diventando sempre di più un paese per vecchi. Secondo il report del Centro Studi di Confindustria, il nostro paese si caratterizza per avere una popolazione mediamente molto longeva (81 anni gli uomini e 85 le donne) e con una quota di over 65 tra le più alte al mondo: nel 2018 erano 13,6 milioni (22,8% del totale), in aumento dell’11% dal 2012. Gli over 65 sono previsti crescere ininterrottamente fino al 2047, quando saranno quasi 20 milioni (34%).

L’indice di vecchiaia e le pensioni

Nel 2018 l’indice di vecchiaia ha raggiunto dunque il suo massimo storico di 173,1: ogni 100 giovani ci sono dunque 173 anziani; erano 130 nel 2000 e 58 nel 1980. L’indice di dipendenza degli anziani ha raggiunto il 35,7%, ciò significa che in Italia ogni 3 persone attive ce n’è una over 65. Si tratta del valore più elevato in Europa (31%) e il secondo al mondo dopo il Giappone (46%). Questa dinamica pone, come prevedibile, un problema di spesa pubblica, in particolare per quanto riguarda le pensioni. Gli esperti di viale dell’Astronomia, ricordando i dati Inps, fanno presente che nel 2017 i pensionati sono 16.041.852 a fronte di 23.022.959 di occupati: il rapporto pensionati/occupati ha così toccato il livello di 1,435 attivi per pensionato (1,417 nel 2016), prossimo all’1,5, il valore indicato come soglia necessaria per la stabilità di medio-lungo termine del sistema.

La «Silver Economy»

Essere un paese tendenzialmente «anziano» comporta però anche qualche effetto positivo. Il Centro Studi di Confindustria ricorda che per quanto riguarda la cosiddetta «Silver Economy», se la quota di spesa pubblica per il capitolo «vecchiaia» (che vale circa il 27% del totale) può essere in affanno, ci sono altri aspetti da considerare. A esempio, la spesa privata per domanda di servizi domestici di assistenza e cura che è a carico delle famiglie e che dà occupazione a circa 1,6 milioni di persone (badanti e personale domestico). In realtà «gli ambiti che compongono l’economia della terza età sono più numerosi e rappresentano una fonte importante di domanda potenziale e quindi un’opportunità per il sistema economico».
Bisogna considerare infatti che gli over 65 si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, 15,7 mila euro (contro i 12,5 per gli under 35); un reddito medio più alto, 20mila euro (a fronte di 16mila degli under 35); una maggiore ricchezza reale pro-capite, 232mila euro (vs 110mila); una solidità finanziaria superiore, con 1 anziano su 10 indebitato (a fronte di quasi 1 su 3 tra gli under 40); un’incidenza della povertà inferiore della metà rispetto agli under 35 (13% contro 30%); una resilienza al ciclo economico in quanto il reddito medio annuo degli over 65, tra le diverse fasce d’età, è l’unico ad avere superato i livelli pre-crisi.

Come cambia l’economia a misura di anziano

Secondo il Centro studi di Confindustria, la domanda generata direttamente dagli over 65 in Italia è rilevante: in euro correnti, il valore complessivo della spesa realizzata da questa fascia della popolazione è di circa 200 miliardi di euro, quasi un quinto dell’intero ammontare dei consumi delle famiglie residenti. Si stima che nel 2030 la quota varrà circa il 25% del totale e nel 2050 il 30%. Gli anziani in salute rappresentano un segmento di consumatori appetibile per le imprese: diverse aziende stanno rimodulando i propri prodotti, beni o servizi, a misura di anziano.

Il lavoro dei giovani

Il punto cruciale, dunque, non è tanto invecchiare, ma invecchiare «bene». In Italia, da questo punto di vista la situazione è favorevole: l’indicatore «speranza di vita a 65 anni» è di 21 anni, mentre secondo quello «senza limitazioni nelle attività», un sessantacinquenne avrebbe in media davanti a sé 9,9 anni di vita in salute.
Dal punto di vista della spesa pubblica, gli esperti di Confindustria ritengono che per essere in grado di supportare una popolazione anziana sempre più numerosa e longeva sarebbe necessario un aumento del numero di persone attive nel mercato del lavoro italiano. L’uscita dal lavoro dei baby boomer attesa nei prossimi anni «potrebbe essere compensata da adeguate politiche attive del lavoro, volte ad incrementare il tasso di occupazione che risulta basso rispetto alle altre principali economie: nel 2018 la quota di occupati 15-64 sulla popolazione della stessa classe di età è risultata di poco superiore al 63%, circa dieci punti in meno rispetto alla media europea e quasi 15 punti percentuali rispetto a quella dei paesi del Nord Europa.

L’equilibrio delle pensioni

Come fare a ridurre lo squilibrio tra entrate ed uscite? Gli esperti ricordano che si può agire su due fronti: incrementare le entrate, innalzando le aliquote contributive; cercare di creare più occupazione e, quindi, maggiori versamenti contributivi, dal lato delle uscite, allontanando l’età pensionabile per coloro che devono ancora accedere alla pensione. Nel 2019, rammenta il report, sono entrati in vigore gli incrementi di età anagrafica e anzianità contributiva previsti dalla Riforma Monti-Fornero (è il primo scatto biennale). Si tratta dei cosiddetti «stabilizzatori automatici della spesa»: età di pensionamento correlata all’aspettativa di vita e adeguamento dei coefficienti di trasformazione. Si potrà accedere alla pensione con 67 anni di età oppure con 43 anni e 3 mesi di anzianità contributiva (un anno in meno per le donne).

Related posts:

  1. In Italia le nascite sono ai minimi: così il Paese muore
  2. MPI, SITE e ADMEI: appello alla meeting industry internazionale per restituire all’Italia la sua reale identità di Paese sicuro e accogliente per i planner stranieri
  3. Spotify lancia le playlist su misura per cani e gatti
  4. Mediaset conferma Striscia, Amici e Grande Fratello Vip e cambia la programmazione di Rete 4 e Italia 1