LA BORDOLESE: Il vino è fantasia, poesia e marketing

Gen 29th, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Marketing


Connotati: nata in Francia, di taglia inglese, abbigliata dal marketing

Entrando in un’enoteca è facile constatare come quasi tutte le bottiglie siano, più o meno, della stessa forma. Sono le cosiddette Bordolesi, nate appunto a Bordeaux, la capitale dei grandi vini rossi di Francia. Raramente si trovano nelle enoteche bottiglie di misure diverse.

La Bordolese ha un corpo cilindrico e una spalla molto accentuata, perfetta per trattenere i residui quando viene versata l’ultima quantità di vino presente nella bottiglia.

La bottiglia nasce quando si inizia a passare dalla vendita del vino sfuso al consumo privato e poi all’invecchiamento. I grandi acquirenti del vino francese a partire dal 1700 erano gli inglesi e proprio per questo la bordolese misura 750 millilitri.

I francesi infatti si erano dovuti adattare alle unità di misura del sistema imperiale britannico in base dodici, il numero delle falangi delle 4 dita (digit) conteggiate usando il pollice. Il gallone era lo standard britannico che equivaleva a poco più di 4,5 litri.

Proprio per questo i francesi avevano adottato questa misura per la commercializzazione di scatole dove all’interno si trovavano 6 bottiglie da 750 mm: esattamente un gallone di liquido. Dal 1800 la Bordolese è diventata lo standard più diffuso per la commercializzazione del vino a livello globale.

Ma a questo punto il vino, imbottigliato in contenitori pressoché identici per differenziarsi necessita di un posizionamento conseguente al trattamento di marketing mix a partire dal packaging (denominazione, etichetta, tappo, retro-etichetta, capsula, collarino, bollino, pendente, contrassegni di Stato) per poi passare alla comunicazione, distribuzione e prezzatura.

Nonostante le evidenze scientifiche sulle diverse valutazioni di percezione, di efficacia e di gusto generate dalle diverse denominazioni, marche ed etichette, ancora alcune agenzie pubblicitarie si sottraggono alla verifica sul campo della propria produzione grafico-creativa.

E a loro volta i committenti, raramente in target con la loro offerta, valutano l’appropriatezza, o meno, della proposta grafico-creativa insieme all’agenzia di comunicazione, evitando di invitare (parlando simbolicamente) i consumatori al tavolo della decisione finale.

Agiscono in questo caso solo sulla base del proprio gusto (piuttosto che del target) come se ignorassero che modificando le etichette di un prodotto alimentare vengono modificati in profondità la percezione del gusto e gli stessi valori attribuiti al prodotto (innanzitutto il valore monetario).

Perché rinunciare allo strumento del marketing che migliora le performance del prodotto, ne innalza il gusto, ne dinamizza le vendite oltre che posizionare il prodotto e contrastare la concorrenza?
A che pro non considerare l’evidenza scientifica del metodo sperimentale e decidere sulla base di arbitrarie opinioni.

A questo proposito (cioè della capacità del marketing mix di promuovere un vino) ci sarebbe da riflettere sul fatto che la storia del vino vanta ben 8mila anni mentre i vini spumanti “solo” 3 secoli.

Considerando che le bollicine erano viste in passato come un problema, mentre più recentemente non esiste ricorrenza e festeggiamento senza Champagne (e, più recentemente, Prosecco), beh allora ci si dovrebbe chiedere quanto può valere un buon trattamento di marketing che ha associato nella mente del consumatore le bollicine alla felicità.

Ma questa è un’altra storia …

In vino veritas. In bordolese marketing.

Scritto da Vincenzo Freni

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