La misinformazione e la disinformazione della Post-Verità

Il termine post-verità, traduzione dell’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.

Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali].

Il termine, già comparso in precedenza, ha conosciuto un forte incremento del suo utilizzo nelle discussioni relative alla politologia e alla comunicazione politica a seguito di alcuni importanti eventi avvenuti nel 2016 (tra cui il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del 2016, al punto che l’Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come “parola dell’anno del 2016”).

Oggi si parla di post-verità in riferimento a una notizia completamente falsa che, spacciata per autentica, sarebbe in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico. Chi dà vita e/o crede alla ”post-verità”, lo fa basandosi su notizie (non necessariamente veritiere), che toccano le sue emozioni o sollevano i suoi pregiudizi (fenomeno noto con il nome di bias di conferma).

Rispetto a fatti comprovati, queste persone tendono ad estrapolare solo gli elementi che confermano le proprie convinzioni, sviluppando così interpretazioni alterate della scienza, della storia e della realtà. Si potrebbe affermare che il termine post-verità descriva una leggenda metropolitana, costituita da fatti o dati totalmente inventati, che origina da una posizione scettica e diffidente verso dati reali o scientifici.

Quando l’intento della post-verità è delegittimare il comune sentire dell’opinione pubblica mainstream, può degradare in una teoria del complotto; se organizzata a tavolino da chi gestisce i mass media in modo professionale, può dar luogo a una manipolazione dell’informazione. Sebbene questo fenomeno abbia origini antiche, attraverso i social media la possibilità di diffusione di questo tipo di bufala è aumentata in modo esponenziale

Secondo l’Oxford Dictionary, il termine post-truth fu usato per la prima volta nel 1992 sulla rivista statunitense The Nation, in un articolo scritto dal drammaturgo serbo-americano Steve Tesich: egli affermava che la copertura mediatica dello scandalo Iran-Contra e quella della prima guerra del Golfo ebbero minore impatto rispetto a quella dello scandalo Watergate. Ciò – a detta di Tesich – dimostrerebbe che «noi, come popolo libero, abbiamo liberamente scelto di voler vivere in una specie di mondo post-verità»

MISINFORMAZIONE e DISINFORMAZIONE

Nel febbraio 2017, Claire Wardle scrive un articolo su First Draft News, nel quale la studiosa propone di andare oltre il classico significato di notizia falsa o fake news distinguendo “l’ecosistema della disinformazione”, la misinformazione e la disinformazione.
La misinformazione è l’attività di diffusione involontaria di informazioni false; la disinformazione, al contrario della prima, è la voluta creazione e diffusione di informazioni false per fini commerciali o politici. Per poter comprendere il complesso funzionamento di questo ecosistema, la Wardle sottolinea tre punti fondamentali:

  • Conoscere i diversi contenuti creati e condivisi
  • Conoscere le motivazioni per le quali una fake news viene creata
  • Comprendere il modo in cui il contenuto viene diffuso.

Vengono inoltre definiti sette modi in cui un contenuto falso può essere condiviso nell’ecosistema informativo, in altre parole, sette tipi di disinformazione:

  1. Collegamento ingannevole: quando il contenuto si discosta dal titolo, immagine e/o didascalia.
  2. Contesto ingannevole: quando è presente parte di un contenuto reale ma accompagnato da informazioni contestuali false.
  3. Contenuto manipolato: quando l’immagine, o l’informazione reale stessa, viene manipolata per trarre in inganno il lettore.
  4. Contenuto fuorviante: quando l’informazione è veicolata verso un problema o una persona.
  5. Contenuto ingannatore: quando l’informazione viene spacciata come proveniente da fonte realmente esistita.
  6. Contenuto falso al 100%: quando l’intero contenuto è del tutto falso e vuole trarre in inganno.
  7. Manipolazione della satira: quando l’intento non è di procurare danni, ma il contenuto è comunque satirico ed ingannevole.

Tuttavia, non è sufficiente conoscere solamente le diverse tipologie di contenuti per scomporre il meccanismo di disinformazione. Per questo la studiosa coniuga otto possibili motivazioni che spiegherebbero la creazione dei suddetti fake content, insieme alle precedenti sette voci: profitto, influenza politica, propaganda, faziosità, provocazione, parodia, cattivo giornalismo, interesse particolare.

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