La pandemia accelera l’addio agli store fast fashion nel mondo. Migliaia di chiusure in 2 anni

Mar 15th, 2021 | Di Redazione | Categoria: Imprese e Mercati


Il biennio 2020-2021 sarà forse ricordato come l’anno zero del retail. Il Covid-19 ha agito da motore per una grande trasformazione in realtà già in atto da alcuni anni, ovvero la revisione (a volte drastica) della distribuzione dei fashion brand, che puntano sempre di più ad avere meno negozi e più strategici e, nel contempo, rafforzano il loro canale online.

Quindi, complice le chiusure a singhiozzo nel corso dei vari lockdown, si sta già moltiplicando la riduzione della presenza fisica da parte dei brand. Modaes ha fatto una stima delle chiusure. Secondo il sito, considerando solo tre grandi gruppi come Inditex, H&M e Gap, la riduzione dei punti vendita potrebbe arrivare a un massimo di 1.400 chiusure. In realtà, guardando agli annunci, il calcolo del numero di chiusure potrebbe essere assai superiore.

Inditex è stata la prima a inserire grandi cifre a quattro cifre nei suoi piani di ristrutturazione dichiarando, lo scorso giugno la dismissione di un massimo di 1.200 negozi nel mondo, soprattutto in Asia ed Europa (insieme a 450 aperture) tra il 2020 e il 2021, con l’obiettivo di realizzare una rete integrata “più agile e sostenibile”.

E all’inizio di quest’anno il piano è già entrato nel pieno con la notizia sulla chiusura di quasi 100 store fisici di Bershka, Pull&Bear e Stradivarius in Cina, dove il gruppo è pronto a scommettere solo sulla loro presenza e-commerce.

A ottobre, il grande annuncio è arrivato da H&M che ha sottolineato come un quarto dei suoi 5 mila store fisici abbia contratti di affitto in scadenza o da rinegoziare, il che significa 1.250 store. Non c’è ancora nulla di certo, ma si aggiunge alla dichiarazione sulla chiusura di 350 negozi, contro 100 opening, portando così un decremento netto di circa 250 negozi.

La decisione di accelerare i piani di ristrutturazione della rete di negozi è arrivata durante il blocco e per il forte aumento delle vendite online, che ha portato il gruppo svedese ad aumentare il proprio impegno nell’integrazione omnicanale e ad aumentare gli investimenti nel canale digitale.

Anche Gap non si è tirata indietro, dichiarando di voler abbassare la saracinesca a 350 negozi Gap e Banana Republic in Nord America fino al 2023. Non solo: in Europa l’azienda sta studiando il trasferimento di almeno una parte dei 120 negozi con cui opera in franchising o altri formati.

A questi si aggiunge il caso degli Usa, dove il fenomeno della riorganizzazione retail è già in fase avanzata. Come ricorda Modaes, negli Usa, Coresight ha stimato a luglio che il 25% dei 1.200 centri commerciali negli Stati Uniti era a rischio di fallimento a causa di aggiustamenti da parte di grandi gruppi e insolvenze durante il periodo di chiusura.

Nel caso del Nord America, il termine coniato nel 2017 è stato Retail Apocalypse, che descrive la crisi del commercio al dettaglio nel Paese causata da una tempesta perfetta con altri elementi: l’emergere di player puri come Amazon e i cambiamenti nelle abitudini di consumo, e scadenze dei grandi debiti del settore retail e dei promotori dei centri commerciali.

Lo scorso anno Macy’s ha dichiarato di voler ridurre ulteriormente il suo perimetro retail e studia nuovi modelli di negozi per sopravvivere alla concorrenza dell’e-commerce. L’insegna simbolo dello shopping americano ha infatti annunciato la chiusura di 125 punti vendita nei prossimi tre anni. Di questi, 29 verranno dismessi già quest’anno.

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