La Percezione di un Post (non sempre corrisponde all’intento dell’emittente)

Ago 31st, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Comunicazione, Marketing, Psicologia & Sociologia


Ci sono dei post su cui un blogger magari ha lavorato tanto e che passano quasi inosservati, e viceversa altri su cui non avrebbe scommesso che ottengono invece una pioggia di attenzioni, e altri ancora che, se sul momento ottengono pochi riscontri, li recuperano sul lungo periodo in termini di continue visualizzazioni. E poi ci sono dei post che ottengono riscontri che non ci si aspettava, almeno per quanto riguarda la loro percezione e il loro significato.

Alcuni mesi fa ho pubblicato il post Mai Dire Digitale, in cui ho raccontato alcune delle mondezze che si possono trovare attualmente tra i programmi della nostra televisione. L’intento era chiaramente ironico, cioè farsi due risate con le stupidaggini che ci tocca vedere in TV.

Credo però che nessuno abbia compreso questo intento oppure, se è stato compreso, sia passato in secondo piano. Tutti quelli che l’hanno commentato direi che l’hanno preso alla lettera, e molti hanno legittimamente espresso il proprio disgusto per quanto viene trasmesso in televisione o hanno sottolineato che molti di questi programmi siano sceneggiati e in essi ci sia poco o nulla di “reale”.

Però l’intento del post era un altro: farsi due risate.
Quel post era nato da una conversazione avuta coi miei colleghi in una serata in pizzeria, durante la quale cui ci siamo fatti un sacco di risate. Nessuno di quelli che l’ha commentato ne ha approfittato per ridersela un po’; forse qualcuno potrebbe anche averlo fatto, ma non nei commenti.

Non che ci sia rimasto male, per carità, ma credo di essere rimasto un po’ stranito, perché ho come avuto l’impressione di aver sbagliato qualcosa. E questo mi ha portato a riflettere su ciò che viene percepito di un post, anche più in generale.

Può essere che l’intento divertente non sia stato compreso per via dei temi solitamente trattati nel blog? Forse do un’immagine di serietà (o di noiosità) e il mio lato divertente ne viene occultato. Oppure può essere che l’umorismo di quel post non sia stato colto? O magari l’intento umoristico è stato compreso, ma non ci si è badato, perché ritenuto un vezzo stilistico (o non è stato gradito) e si è preferito commentare su altro?

Di norma noi abbiamo chiaro in mente ciò che vogliamo dire, ma non sempre riusciamo a esprimerlo come vorremmo; dall’altra parte chi riceve il messaggio può travisarne il senso: sono le basi della teoria della comunicazione efficace.

La qualità informativa del messaggio viene abbassata sia dal livello di competenza comunicativa dell’emittente, sia dalle capacità interpretative del ricevente, oltre che da un “rumore di fondo”: se l’emittente vuole comunicare 100, in realtà dice 80; il ricevente può sentire 50, ne capisce 30 e alla fine ricorda solo 20.

Se si vuole fare una comunicazione efficace (ovvero che il messaggio arrivi il più possibile “integro” al ricevente), ci sono una serie di espedienti volti ad alzare quel 20.

Secondo Jacobson i fattori influenzanti la qualità informativa sono: il contesto in cui si svolge l’atto comunicativo (ovvero la situazione, per esempio il luogo in cui avviene); il codice comunicativo usato (la scelta del linguaggio, per esempio semplice o tecnico); il canale comunicativo utilizzato (visivo o auditivo, ma anche la forma, ovvero scritto oppure orale); infine il referente (il tema di cui si parla, che può suscitare interesse, e quindi attenzione, oppure no).

Mi sembra però che la teoria comunicativa di Jacobson non tenga conto di un ulteriore fattore: la percezione che il ricevente ha dell’emittente, in termini per esempio dell’opinione che ha su di lui.

Questo potrebbe infatti influenzare l’efficace ricezione del messaggio, facendogli avere un senso piuttosto che un altro, oppure non facendone cogliere sfumature e sottintesi. Si avrebbe pertanto un pregiudizio comunicativo, che potrebbe concorrere sia ad abbassare la qualità informativa del messaggio, sia a produrre un paramessaggio, che andrebbe ad alterare il senso di quanto viene comunicato.

Ovviamente se la percezione è negativa; se invece è positiva potrebbe concorrere positivamente all’efficacia del messaggio, ma non sono lo stesso da escludere eventuali travisamenti.

In neuropsicologia un qualcosa di affine è l’effetto alone, che sostanzialmente è il detto: “la prima impressione è quella che conta”. Si tratta di una distorsione cognitiva per cui la percezione di un tratto di un individuo è influenzata dalla percezione di uno o più degli altri suoi tratti. Per esempio giudicare buono e onesto chi ha un bell’aspetto, cattivo e disonesto chi non ha un bell’aspetto.

La legge di Poe, riferibile alla comunicazione su internet, afferma: “Senza un emoticon sorridente o qualche altro chiaro segno di intenti umoristici, non è possibile creare una parodia del fondamentalismo in modo tale che qualcuno non la confonda con il vero fondamentalismo”. Ovvero, data la mancanza degli elementi prosodici del linguaggio (la componente paraverbale e non-verbale), non è possibile fare dell’ironia, perché l’affermazione verrebbe presa alla lettera.

Il discorso di cui sopra potrebbe allora venire chiamato “postulato percettivo della comunicazione”, ovvero: “L’efficacia di una comunicazione è influenzata dalla percezione che il ricevente il messaggio ha del suo emittente.” Tant’è che, se qualcuno non vi piace, non state nemmeno a sentire cosa dice, e l’efficacia della sua comunicazione tenderà a zero; viceversa se è qualcuno per cui provate ammirazione, lo starete a sentire con maggiore attenzione.

La parola a voi, dunque. Qual è la vostra opinione in proposito? Anche a voi è capitato che dei vostri post siano stati percepiti in maniera diversa rispetto alle intenzioni? Credete che la percezione che si ha del comunicatore potrebbe essere un’utile integrazione alle teoria comunicativa di Jacobson?

di Marco Lazzara su https://arcaniearcani.blogspot.com

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