La settimana di lavoro da quattro giorni non è più utopia

La Laguna Blu è un’area geotermale sulla penisola di Reykjanes, a circa 39 km dalla capitale islandese, Reykjavik. Il Paese, tra il 2015 e il 2019, ha sperimentato diversi tagli di orario senza diminuzioni di stipendio, in 66 luoghi di lavoro. La riduzione ha permesso alla popolazione di guardare di più al proprio benessere, senza contraccolpi sulla produttività.

Nel 2019 Stuart J. Russell, professore di informatica a Berkeley, ha affermato che “nel lungo periodo quasi tutti i lavori attuali spariranno”. Secondo Russell, crescerà l’impiego in settori come la sanità, ma “ci sarà bisogno di cambiamenti abbastanza radicali per prepararsi a un’economia molto diversa da quella attuale”.

Larry Page, cofondatore di Google, è tra coloro che hanno ipotizzato la riduzione di ore e giorni di lavoro per compensare il progresso tecnologico. Una proposta che, del resto, già nel 1933 Giovanni Agnelli, presidente della Fiat, formulava in una lettera a Luigi Einaudi, in cui indicava come causa di disoccupazione “l’incapacità dell’ordinamento del lavoro” di trasformarsi alla stessa velocità “dell’ordinamento tecnico”.

Resta allora una questione sintetizzata dal Guardian: “Si dice che nessuno, in punto di morte, rimpianga di non avere passato più tempo in ufficio. Ma se preferiamo trascorrere il tempo con i nostri cari che a guadagnare soldi, perché non lo facciamo e basta?”.

Come spiegava un articolo di Forbes del 2019, non tutti gli esperimenti per la riduzione dell’orario hanno avuto successo. Tower Paddle Boards, azienda californiana di tavole per lo stand up paddle in cui ha investito il miliardario Mark Cuban, ha sperimentato turni da cinque ore. La prova “è stata un successo all’inizio, finché gli impiegati hanno iniziato a godersi un po’ troppo il tempo libero” e l’azienda ha perso “la sua cultura da startup”. Digital Enabler, società tedesca di siti, app e piattaforme per e-commerce, ha adottato lo stesso modello e, per evitare distrazioni, ha vietato l’uso di telefoni e social al lavoro. I dipendenti hanno lamentato “la pressione di dover svolgere le stesse mansioni in meno tempo” e il disagio per la mancanza di contatti con parenti e amici. La città di Göteborg ha sperimentato le sei ore al giorno per i dipendenti di una residenza per anziani. Il regime ha avuto effetti positivi sui dipendenti, ma ha comportato 17 assunzioni per garantire la continuità di servizio, con un costo di 1,3 milioni di euro.

Un’analisi del sito della Australian broadcasting corporation, tv pubblica australiana, invita inoltre a prendere con cautela i risultati degli esperimenti di successo. La ragione è il cosiddetto ‘effetto Hawthorne’, che prende il nome dalla fabbrica dell’Illinois in cui fu osservato. “La consapevolezza di essere protagonisti di un esperimento”, si legge nell’articolo, “influenza il comportamento dei lavoratori e accresce i livelli di produttività”. Inoltre, i test coinvolgono in genere volontari, che sono “motivati a far funzionare il progetto”.

Le voci contrarie rimangono quindi molte. Lo scorso anno, molte testate hanno scritto che la premier finlandese, Sanna Marin, avrebbe proposto una settimana lavorativa di 24 ore. Prima che la notizia venisse smentita, l’economista Carlo Cottarelli aveva scritto su Twitter: “La premier finlandese propone di lavorare 24 ore a parità di stipendio, perché stare a casa aumenta la produttività. Mah! Di solito la produttività dipende da tecnologia, investimenti, ecc…”. Nel 2019 una ricerca del Centre for policy studies, gruppo di pressione conservatore britannico, ha calcolato che il passaggio alla settimana di 32 ore auspicato dai laburisti sarebbe costato al governo almeno 17 miliardi di sterline all’anno. E restano da convincere imprenditori come Jack Ma, fondatore di Alibaba, che per il futuro prevede “settimane lavorative di 12 ore”, ma per il momento è un alfiere del modello 996: dalle 9 di mattina alle 9 di sera, per sei giorni a settimana.

Lo scorso anno Forbes evidenziava anche che ridurre l’orario di lavoro sarebbe più agevole per le grandi aziende che per le piccole. “Una società con centinaia di migliaia di dipendenti ha le risorse per coprire l’assenza dall’ufficio di parte del personale. In aziende più piccole, in cui i dipendenti sono già sovraccarichi, potrebbero non restare abbastanza persone per svolgere i compiti indispensabili”.

Secondo altri, però, il vero ostacolo è culturale. Per l’antropologo James Suzman, a condurre all’eccesso di lavoro “non è il pericolo della ristrettezza o della povertà, ma l’ambizione”. Mentre The Atlantic ha scritto che per le élite “il lavoro è diventato un’identità religiosa”, che “promette un senso di trascendenza e comunità”. Qualcosa di simile a ciò che Bertrand Russell affermava già nel 1935 nel suo Elogio dell’ozio. Russell era convinto che, “con un minimo di organizzazione”, quattro ore di lavoro sarebbero state sufficienti a produrre abbastanza per tutti. “Credo che nel mondo si lavori troppo”, scriveva, “e che questo enorme male sia causato dall’idea che il lavoro sia virtuoso”.

Poi aggiungeva: “L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha alcun bisogno di schiavi”.

 

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