Le 121 tesi del nuovo ClueTrain Manifesto - Marketing non convenzionale a capitoli: appunti e spunti di Danilo Arlenghi

Nov 9th, 2020 | Di Redazione | Categoria: Breaking News, CATEGORIA B, Marketing


“Ci stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare, ma non ad aspettare”. Con questa 95a tesi terminava il Cluetrain Manifesto, documento seminale (correva l’anno 1999) che analizzava l’onda anomala di cambiamenti che avrebbe investito il “mondo connesso”.

Allora sembrarono solo una serie di irriverenti e provocatorie affermazioni – tra cui la criptica “I mercati sono conversazioni” – enunciate da ispirati e radicali economisti e futurologi – David Weinberger, Doc Searls, Rick Levine e Christopher Locke – sulla sorte di internet e su come il web avrebbe cambiato il linguaggio e la comunicazione delle aziende e dei mercati.

Con il passare del tempo si è capito che quelle tesi avevano in realtà tracciato il percorso verso un nuovo modo di intendere la rete, da un punto di vista di linguaggio, economico, sociale e culturale. Se volete farvi un ripassino li trovate qui, tradotti da Luisa Carrada e da cui poi è stato tratto un libro edito da Fazi.

Dopo 16 anni Weinberger e Searls tornano all’attacco con 121 nuove tesi (oggi chiamate direttamente clues, indizi).

Sedici anni, appunto, ma sembra passato un secolo.
Allora, come scritto nella premessa, l’obiettivo era mettere tutti in guardia dalle “minacce poste da coloro che non avevano capito di non aver capito Internet”, chiamati Gli Sciocchi e che, secondo gli autori, hanno disseminato e riempito la rete di varie trappole.

Oggi per quelli di Cluetrain esistono due tipi di nemici da combattere: i Predoni, cioè coloro che usano internet come un territorio da saccheggiare, estraendo dati e soldi e, i più pericolosi di tutti, cioé Noi, intesi come un’orda e una massa indifferenziata che ha trasformato la rete in un mass media.

Proviamo a fare una sintesi di questi nuovi indizi che, per chi scrive, non hanno la stessa forza visionaria e dirompente del primo Cluetrain, ma si limitano a ribadire alcuni punti fermi, con una visione talvolta un po’ naif e molto romantica della rete.

Uno dei principali obiettivi del nuovo Cluetrain Manifesto è quello di fare un passo indietro e provare a riassegnare la centralità delle persone nei confronti della rete.

Secondo Searls e Weinberger, Internet (scritta sempre con l’iniziale maiuscola, come Rete) non è un mezzo, non è avocata a nulla in particolare, né ai social network, né alla pubblicità, né al business, all’educazione o al porno, né ai contenuti in generale ma è “progettata specificatamente per tutto” (#13).

In tutti gli indizi contenuti nel documenti aleggia sempre la similitudine tra il Web e il mondo
“Il Web è un reame incredibilmente grande, semi-permanente, fatto di oggetti rilevabili”
Tale similitudine permette agli autori di affrontare alcune delle problematiche legate alla comunicazione in rete (gli haters, il clima di demonizzazione, etc..) con il semplice assunto che i lati negativi e oscuri della rete esistono perché è così il mondo (#37 L’odio è presente in rete, perché è presente nel mondo, ma la Rete lo rende più facile da esprimere e da ascoltare).

La parte centrale del nuovo Cluetrain non fa altro che riprendere i concetti già espressi sedici anni fa (#52. Avevamo ragione la prima volta: i mercati sono conversazioni) e naturalmente si scaglia contro il marketing, i big data, la pubblicità, il linguaggio usato (#57. Ogni volta che ci chiamate “consumatori”, ci sentiamo come delle mucche che cercano la parola “carne”), il tailor made farlocco (#62. Personale è umano. Personalizzato non lo è) e il native advertising

Per la coppia Searls & Weinberger si aggiunge però un nuovo nemico, ovvero le app, strumenti di controllo che ci trasformano in utenti e non in costruttori, buone solo per “farci passare del tempo nel bus”.

Una parte interessante, ma forse non approfondita a sufficienza, è quando si parla delle grandi corporation che decidono sul futuro di Internet (Google, Facebook, Apple e Amazon, tutte citate). Gli autori utilizzano la metafora degli occhiali: tutte queste grosse aziende sono nel settore degli occhiali – dicono gli autori di Cluetrain – ma i loro occhiali oscurano la visione; “queste aziende vogliono ingabbiarci allo stesso modo in cui i buchi neri ingabbiano la luce (#79)”

Sebbene Searls & Weinberger riconoscano spesso in queste aziende un comportamento etico e civile, la loro attività tende al conformismo, all’appiattimento e al livellamento verso il basso, generando il cosiddetto effetto rete, cioè quella cosa per cui un sacco di persone usano qualcosa perché un sacco di persone la usano.

Gli ultimi indizi contenuti nel nuovo documento evidenziano i grandi vantaggi che ci ha portato la rete negli ultimi vent’anni: molta più musica da ascoltare, conoscenza, cultura, circolazione di idee, nuove conversazioni, anche se in generale i geek e le grosse aziende che dominano il web hanno perso la retta via che all’inizio li aveva ispirati.

Il nuovo cluetrain si conclude con un messaggio di ottimismo e che rivela un po’ la sottocultura hippy a cui inevitabilmente i due autori si ispirano: il Popolo della Rete (ebbene sì, ci chiamano così) può fare ancora grandi cose se la forza di gravità che terrà insieme a tutti sarà l’Amore e l’Open Internet (il suono di campanellini che sentite in lontananza non è un’allucinazione collettiva…).

Vediamole nel dettaglio:
a. Internet siamo noi, connessi.
1. Internet non è fatta di cavi, di fibre ottiche, di onde radio, e neanche di tubi.
2. I dispositivi che usiamo per connetterci a Internet non sono Internet.
3. Verizon, Comcast, AT&T, Deutsche Telekom, Telecom Italia e 中国电信 non possiedono Internet. Facebook, Google, e Amazon non sono i monarchi della Rete, né lo sono i loro servi o i loro algoritmi. Né i governi della terra e né le loro organizzazioni commerciali hanno il consenso dei connessi per cavalcare la Rete come sovrani.
4. Noi abbiamo Internet in comune, e non la possediamo.
5. Da noi e da quello che abbiamo costruito su di esso deriva tutto il valore di Internet.
6. La Rete è di noi, da noi, per noi.
7. Internet è nostra.

b. Internet non è niente, e non ha scopo.
8. Internet non è qualcosa più di quanto la gravità sia qualcosa. Entrambi ci avvicinano gli uni agli altri.
9. Internet è del tutto immateriale. La sua fondazione è un insieme di accordi, che i più nerd fra noi (i loro nomi siano benedetti) chiamano “protocolli,” ma che noi potremmo, nel fervore del momento, chiamare “comandamenti.”
10. Il primo è: La tua rete muoverà i pacchetti a destinazione senza favore o ritardo in base a origine, sorgente, contenuto o intento.
11. Possa perciò questo Primo Comandamento aprire Internet a ogni idea, applicazione, business, avventura, vizio e quant’altro.
12. Non si è mai avuto uno strumento con uno scopo così generico dall’invenzione del linguaggio.
13. Questo significa che Internet non è fatta per niente in particolare. Non è fatta per i social network, né per i documenti, né per la pubblicità, né per il business, né per l’educazione, né per il porno, né per nulla. È progettata specificamente per fare tutto.
14. Chi vuole ottimizzare Internet per uno scopo la de-ottimizza per tutti gli altri.
15. Internet, come la gravità, è indiscriminata nella sua attrazione. Ci mette insieme, il giusto e l’ingiusto allo stesso modo.

c. La Rete non è contenuti.
16. Ci sono incredibili contenuti su Internet. Ma, perdiana, Internet non è fatta di contenuti.
17. La prima poesia di un adolescente, la felice rivelazione di un segreto custodito a lungo, un bel disegno buttato giù da una mano paralitica, il post di un blog sotto un regime che odia il suono delle voci del suo popolo — nessuna di queste persone aveva intenzione di scrivere un contenuto.
18. Abbiamo usato la parola “contenuti” senza virgolette? Ci sentiamo molto sporchi.

d. La Rete non è un medium.
19. La Rete non è un medium più di quanto non lo sia una conversazione.
20. Sulla Rete, il medium siamo noi. Noi muoviamo i messaggi. Lo facciamo ogni volta che pubblichiamo un post, ritwittiamo, mandiamo un link con un’email, o lo postiamo su un social network.
21. Contrariamente a un medium, tu ed io lasciamo le nostre impronte digitali, e talvolta il segno di un morso, sui messaggi che passiamo. Diciamo alle persone perché passiamo quel messaggio. Lo discutiamo. Vi aggiungiamo una battuta. Tagliamo il pezzo che non ci piace. Così quei messaggi diventano i nostri.
22. Tutte le volte che muoviamo un messaggio attraverso la Rete, esso porta con sé un piccolo pezzo di noi.
23. Spostiamo un messaggio lungo questo “medium” solo se per noi conta in uno degli infiniti modi in cui gli esseri umani tengono a qualcosa.
24. Tenerci — contare qualcosa — è la forza motrice di Internet.

e. Il Web è un Wide World.
25. Nel 1991, Tim Berners-Lee usò la Rete per creare un dono che regalò liberamente a tutti noi: il World Wide Web. Grazie, Tim.
26. Tim ha creato il Web fornendo dei protocolli (di nuovo quella parola!) che dicono come scrivere una pagina che può linkare a un’altra pagina senza chiedere il permesso a nessuno.
27. Boom. Nel giro di dieci anni abbiamo avuto miliardi di pagine sul Web — uno sforzo combinato pari a quello di una Guerra Mondiale, e tuttavia così a fin di bene che la lamentela più grande è stata il tag .
28. Il Web è un gigantesco, semieterno regno di oggetti esplorabili nelle loro fitte interconnessioni.
29. Se suona familiare, è perché anche il mondo è così.
30. Diversamente dal mondo reale, ogni cosa e ogni connessione sul Web è stata creata da qualcuno di noi esprimendo un interesse e un’opinione su come quei piccoli pezzi vanno messi insieme.
31. Ogni link da parte di una persona che ha qualcosa da dire è un atto di generosità e altruismo, che invita i lettori a lasciare la pagina, per guardare come appare il mondo agli occhi di qualcun altro.
32. Il Web ricrea il mondo in un’immagine — la nostra — emergente e collettiva.

Ma quanto abbiamo perduto la retta via, fratelli e sorelle…

a. E tuttavia, come abbiano potuto lasciare che la conversazione diventasse un’arma??
33. È importante riconoscere e amare la conversazione, l’amicizia, i migliaia di atti di empatia, gentilezza e gioia che incontriamo su Internet.
34. E tuttavia sentiamo la parola “frocio” e “negro” molto più sulla Rete che fuori.
35. La demonizzazione degli ‘altri’ — persone con aspetti, linguaggi, opinioni, appartenenza a comunità e gruppi che non capiamo, apprezziamo o tolleriamo — è peggiore che mai su Internet.
36. Le donne in Arabia Saudita non possono guidare? Nel frattempo, metà di noi non può parlare sulla Rete senza guardarsi alle spalle.
37. L’odio è presente in Rete perché è presente nel mondo, ma la Rete lo rende più facile da esprimere e da sentire.
38. La soluzione: se avessimo una soluzione, non staremmo a rompervi con tutte queste tesi.
39. Possiamo però dire questo: l’odio non ha creato la Rete, ma sta portando la Rete — e noi — indietro.
40. Riconosciamo almeno che la Rete ha i suoi valori impliciti. Valori umani.
41. Se la guardiamo freddamente, la Rete è solo tecnologia. Ma è popolata da creature che si scaldano per quello a cui tengono: le loro vite, i loro amici, il mondo che condividiamo.
42. La Rete ci offre un posto comune dove possiamo essere chi siamo, insieme ad altri che apprezzano le nostre differenze.
43. Nessuno possiede quel posto. Tutti possono usarlo. Chiunque può migliorarlo.
44. Ecco cos’è un’Internet libera. Sono state combattute guerre per molto meno.

b. “Siamo d’accordo su tutto. Ti trovo affascinante!”
45. Il mondo ci si offre davanti come un buffet, tuttavia mangiamo sempre la nostra bistecca e patate, agnello e hummus, pesce e riso, pasta e sugo o quel diavolo che è.
46. Facciamo così in parte perché la conversazione ha bisogno di un terreno comune: linguaggi, interessi, norme, intese condivisi. Senza di questi, è difficile se non impossibile avere una conversazione.
47. Terreni condivisi generano tribù. La solida terra del Mondo ha tenuto distanti le tribù, permettendo loro di sviluppare incredibili diversità. Esultate! Le tribù hanno dato vita al Noi contro Loro e alla guerra. Esultate? Mica tanto.
48. Su Internet, la distanza tra le tribù parte da zero.
49. Apparentemente, essere capaci di trovarci l’un l’altro interessanti non è così semplice come sembra.
50. Questa è una sfida che possiamo affrontare essendo aperti, empatici e pazienti. Possiamo farcela, squadra! Siamo i numeri 1! Siamo i numeri 1!
51. Essere accoglienti: ecco un valore che la Rete ha bisogno di imparare dalle nostre migliori culture del mondo reale.

c. Il marketing rende ancora più difficile parlare.
52. Avevamo ragione la prima volta: i Mercati sono conversazioni.
53. Una conversazione non è tirarci per la manica per mostrarci un prodotto di cui non vogliamo sentir parlare.
54. Se vogliamo sapere la verità sui vostri prodotti, lo scopriremo discutendo tra di noi.
55. Ci rendiamo conto che queste conversazioni sono incredibilmente interessanti per voi. Peccato. Sono nostre.
56. Siete i benvenuti se volete partecipare alla nostra conversazione, ma solo se ci dite per chi lavorate, e se potete parlare per voi stessi ed essere autentici.
57. Tutte le volte che ci chiamate “consumatori”, ci sentiamo come mucche che cercano il significato della parola “carne”.
58. Smettetela di trivellare le nostre vite per estrarre dati che non sono affari vostri e che le vostre macchine interpretano male.
59. Non preoccupatevi: vi diremo noi quando saremo sul mercato per qualcosa. A modo nostro. Non vostro. Fidatevi: sarà un cosa bella, per voi.
60. Gli annunci pubblicitari che sembrano umani ma provengono dagli intestini irritabili del vostro ufficio marketing macchiano il tessuto del Web.
61. Quando personalizzare qualcosa è raccapricciante, è un chiaro segnale che non capisci cosa significa essere una persona.
62. Personale è umano. Personalizzato non lo è.
63. Più le macchine sembrano umane e più scivolano nella uncanny valley dove ogni cosa è uno spettacolo inquietante.
64. E poi: smettetela di travestire gli annunci da notizie nella speranza che non ci accorgiamo dell’etichetta appesa alla loro biancheria intima.
65. Quando inserite un “annuncio nativo”, state intaccando non solo la vostra stessa affidabilità, ma l’affidabilità di tutto questo nuovo modo di essere gli uni con gli altri.
66. E, a proposito, che ne dite di chiamare gli “annunci nativi” con uno qualsiasi dei loro veri nomi: “product placement”, “articoli pubbliredazionali”, o “notizie fottutamente false”?
67. Gli inserzionisti sono andati avanti per generazioni senza essere subdoli. Possono cavarsela senza essere subdoli anche nella Rete.

d. La Guantanamo della Rete.
68. Tutti amiamo le nostre brillanti app, perfino quando sono sigillate quanto una base lunare. Ma mettete insieme tutte le app sigillate del mondo e avrete soltanto un cumulo di app.
69. Mettete insieme tutte le pagine web e avrete un nuovo mondo.
70. Le pagine web sono connessione. Le app sono controllo.
71. Se lasciamo il web per un mondo di app, perdiamo i beni comuni che stavamo costruendo insieme.
72. Nel Regno delle App, siamo fruitori, non creatori.
73. Ogni nuova pagina rende il Web più grande. Ogni nuovo link rende il Web più ricco.
74. Ogni nuova app ci dà qualcosa da fare sull’autobus.
75. Ahi, un colpo basso!
76. Ehi, “Colpo basso” sarebbe proprio una gran bella nuova app! Facciamola con la scritta “Offre acquisti in app” dappertutto.

e. La gravità è una gran cosa, fino a quando non ci risucchia tutti in un buco nero.
77. Le applicazioni sponsorizzate sviluppate sulla Rete libera stanno diventando inesorabili quanto l’attrazione di un buco nero.
78. Se Facebook è la vostra esperienza della Rete, allora vi sono stati messi addosso degli occhiali da un’azienda che ha concordato con i suoi azionisti di impedirvi di toglierli.
79. Google, Amazon, Facebook e Apple sono tutte nel business degli occhiali. La principale verità è che i loro occhiali sono in realtà paraocchi: queste aziende vogliono tenerci stretti nello stesso modo in cui i buchi neri trattengono la luce.
80. Queste singolarità aziendali sono pericolose non perché sono cattive. Molte di loro infatti si impegnano in azioni civiche di grande importanza. Dovrebbero essere apprezzate per questo.
81. Ma esse traggono beneficio dall’attrazione gravitazionale della socialità: l’”effetto Rete” è quello che si verifica quando molti usano qualcosa perché è usato da molti.
82. Dove non ci sono alternative competitive, dobbiamo essere estremamente vigili, per ricordare a questi Giganti della Valley i valori del Web che per primi li hanno ispirati.
83. E poi abbiamo bisogno di onorare il suono che produciamo quando uno di noi si allontana coraggiosamente da loro. Qualcosa tra il boato di un razzo in partenza dalla piattaforma di lancio e lo strappo del velcro quando ci si slaccia un vestito troppo stretto.

f. La privacy nell’era delle spie.
84. Ok, Governi, avete vinto. Avete in mano i nostri dati. Ora, cosa possiamo fare per assicurarci che userete questi dati contro di Loro e non contro di Noi? Anzi, che differenza c’è?
85. Se vogliamo che i nostri governi facciano un passo indietro, dovremmo concordare che se e quando si verifica un nuovo attacco, non possiamo poi lamentarci di non essere stati messi sotto più stretta sorveglianza.
86. Uno scambio non è equo se non siamo consapevoli di quello a cui rinunciamo. È chiaro, “meno Privacy per più Sicurezza”?
87. Con una probabilità che si avvicina all’assoluta certezza, ci pentiremo di non aver fatto di più per proteggere i dati dalle mani dei nostri governi e dai signori delle corporazioni.

g. La privacy nell’era dei disonesti.
88. È giusto garantire la privacy personale a chi la vuole. E tutti stabiliamo dei limiti, a un certo punto.
89. Domanda: Quanto pensate ci abbia messo la cultura pre-Web a capire dove stabilire i limiti? La risposta è “Quanto vecchia è la cultura?””
90. Il Web ha a malapena superato la sua adolescenza. Ci troviamo all’inizio, non alla fine, della storia della privacy.
91. Potremo comprendere che cosa vuol dire privato solo quando avremo capito cosa vuol dire sociale. Abbiamo appena iniziato a reinventare il concetto.
92. Le spinte economiche e politiche che vorrebbero abbassarci i pantaloni e sollevarci la gonna sono così forti che faremo meglio a investire in mutande di stagnola.
93. Sono gli hacker ad averci portato a questo, gli hacker dovranno tirarcene fuori.

Costruire e seminare
a. Il richiamo dell’ipocrisia si sente molto bene, se sei in una bolla.
94. Internet è sbalorditiva. Il Web è fantastico. Voi siete bellissimi. Connettiamoci tutti e saremo più follemente meravigliosi di Jennifer Lawrence. È un semplice dato di fatto.
95. E allora, non sminuiamo quello che la Rete ha fatto negli ultimi vent’anni.
96. C’è molta più musica nel mondo.
97. Siamo ora in grado di farci una cultura da soli, salvo occasionali incursioni al cinema per qualcosa di esplosivo e una dose di popcorn da 9 dollari.
98. I politici devono ora spiegare le loro posizioni ben oltre il vecchio volantino elettorale ciclostilato.
99. Per tutto ciò che non capisci, puoi trovare una spiegazione. E una discussione sull’argomento. E un litigio su di essa. Non è forse fantastico, tutto questo?
100. Vuoi sapere cosa comprare? Il business che produce un oggetto del desiderio è la peggior fonte di informazioni su di esso. La migliore siamo tutti noi.
101. Vuoi un corso di livello universitario su un argomento che ti interessa? Cerca su Google. Scegline uno. È gratis.
102. Certo, Internet non ha risolto tutti i problemi del mondo. Ecco perché l’Onnipotente ci fatto dono delle chiappe: per farcele alzare dalla sedia.
103. Gli oppositori di Internet ci mantengono onesti. Semplicemente li preferiamo quando non sono ingrati.

b. Una manciata di luoghi comuni.
104. Stavamo per dirvi come aggiustare Internet in quattro semplici mosse, ma l’unica che ricordiamo è l’ultima: profitto. Così, invece, ecco alcuni pensieri sparsi…
105. Dovremmo sostenere gli artisti e i creativi che ci danno gioia e alleggeriscono i nostri pesi.
106. Dovremmo avere il coraggio di chiedere quando abbiamo bisogno di aiuto.
107. La nostra cultura ha alla base la condivisione e le leggi hanno alla base il copyright. Il copyright ha il suo perché, ma, nel dubbio, liberiamolo.
108. Nel contesto sbagliato sono tutti stronzi. (Anche noi, ma lo sapevate già.) Se inviti qualcuno a fare una nuotata, definisci le regole. Tutti i troll, fuori dalla piscina!
109. Se le conversazioni sul tuo sito prendono una brutta piega, la colpa è tua.
110. Laddove c’è una conversazione, nessuno ti deve una risposta, non importa quanto valido sia il tuo ragionamento o quanto attraente il tuo sorriso.
111. Sostieni le aziende che hanno davvero capito il Web. Le riconoscerai non tanto perché ci assomigliano, ma perché sono dalla nostra parte.
112. Certo, le app offrono una bella esperienza. Ma il Web è fatto di collegamenti che si diramano in continuazione, collegandoci senza fine. Per la vita e le idee, la completezza è morte. Scegli la vita.
113. La rabbia è una patente di stupidità. Le strade di Internet sono già affollate di autisti patentati.
114. Vivi i valori che vuoi che Internet promuova
115. Se stai parlando da un po’, taci. (Noi lo faremo a breve.)

c. Stare insieme: la causa e la soluzione ad ogni problema.
116. Se ci siamo concentrati sul ruolo del Popolo della Rete — voi e noi — nel declino di Internet, è perché conserviamo ancora la stessa fiducia che avevamo all’inizio.
117. Noi, il Popolo della Rete, non possiamo comprendere quanto possiamo fare insieme perché siamo ancora lontani dall’aver finalmente inventato come stare insieme.
118. Internet ha liberato una forza primordiale — la gravità in grado di attrarci tutti.
119. L’amore è la forza di gravità della connessione.
120. Lunga vita alla libera Internet.
121. Lunga vita a un’Internet che possiamo amare.

Internet ha comunque rivoluzionato il mondo e con esso i mercati, e i consumatori sempre più personas e molto meno target impreciso e mero dato statistico ovvero una astratta entità quantitativa, auspicano di essere individuati come esseri umani con emozioni, passioni e raziocinio, non soggetti alle sequenze meccaniche di stimolo

Paolo Iabichino , direttore creativo di OgilvyAction Italia, definisce tale processo come “Invertising”, poiché ad oggi il vero ribaltamento sta nel cambio di dinamica: una pubblicità che parli non al ma con il consumatore, che co-costruisca significati che si completano soltanto nella sua interpretazione, che vada verso il consumatore e non pretenda di colpirlo e attrarlo a sé, ma risulti ‘memorabile’ perché parte integrante delle dinamiche di vita di chi consuma.

Si chiede, quindi, un contatto diretto con il brand, un’esperienza ravvicinata attiva e positiva con il prodotto, per cui il consumer diviene prosumer, configurando uno stato per il quale è parte integrante del processo di produzione e distribuzione di prodotti e servizi.

La società in cui viviamo è cambiata profondamente rispetto all’epoca moderna: anche i mercati cosiddetti “di massa” sono diversi da come erano dieci o vent’anni fa.

Quella che nel marketing e comunicazione veniva definita “massa”, oggi è considerata un insieme di persone che magari acquistano lo stesso prodotto “di massa”, ma lo fa per le ragioni più diverse. Inoltre queste persone spesso non hanno nulla in comune tra loro, tranne il prodotto in oggetto.

E ancora, tali individui sono diversi tra loro per età, istruzione, città, sesso o orientamento sessuale. Più nel dettaglio, hanno stili di vita diversi. Ma non basta: la considerazione chiave è che persino all’interno della stessa categoria di stile di vita, ognuno ragiona in maniera differente ed acquista a seconda del proprio carattere o inclinazione personale.

La tendenza attuale si sposta, quindi, verso un individualismo sempre più evidente, cosicchè le identità collettive vengono meno per lasciar spazio a microcosmi infinitesimali rappresentati dai singoli che, fra l’altro, non sono nemmeno coerenti con se stessi nel tempo.

I targets sono ormai impermeabili ai classici messaggi pubblicitari, refrattari ai più comuni mezzi e forme di comunicazione , e non più segmentabili con i consueti criteri sociodemografici; ci troviamo di fronte ad una società di giovani informatizzati, anziani che contribuiscono alla crescita di un nuovo mercato, insediamenti di comunità etniche multirazziali, flussi migratori che creano nuove classi sociali.

La relazione dei consumatori con il mercato si è evoluta ed è inutile pensare di comunicare in modo tradizionale, in un mercato che di tradizionale non ha più nulla.

L’utilizzo massiccio di internet che permette nuovi modelli di vendita, l’ “invertising”, lo shift da consumer a prosumer, l’uso smisurato dei social network che danno la possibilità a chiunque di esprimere le proprie opinioni, di manifestare il proprio consenso o dissenso ad un brand/prodotto/servizio, l’impermeabilità degli utenti ai media classici, tutte le nuove consapevolezze delle persone, il desiderio repiproco di aziende ed individui di entrare in contatto diretto, la voglia di conoscersi dal vivo e ovviamente il delinearsi di un rinnovato paradigma di approccio al marketing che più si adatta allo spontaneo e consequenziale cambiamento del proprio modello di business hanno fatto si che fiorisse il marketing non convenzionale come coerente logica soluzione, come pratica essenziale ed innovativa risposta alla nuova società

Danilo Arlenghi
Pres. Naz Club del Marketing e della Comunicazione
Presidente Party Round Green
Editore Marketing Journal
tel mob. + 39 393 9402049
daniloarlenghi@partyround.it
www.clubmc.it

Related posts:

  1. Le 95 tesi del Cluetrain Manifesto - Marketing non convenzionale a capitoli: appunti e spunti di Danilo Arlenghi
  2. Un nuovo approccio alla società postmoderna, dal Marketing al Societing - Marketing non Convenzionale a capitoli: appunti e spunti di Danilo Arlenghi
  3. Significato, caratteristiche, campagne di successo - Marketing non convenzionale a capitoli: appunti e spunti di Danilo Arlenghi
  4. Marketing non convenzionale a capitoli: appunti e spunti di Danilo Arlenghi