Libertà di stampa a rischio anche nelle società democratiche: serve un New Deal per il giornalismo

La libertà di stampa oggi è sicuramente più tutelata e meno limitata rispetto ai secoli scorsi.

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Così recita l’articolo 19 della “Dichiarazione universale dei Diritti umani”. Questo diritto ancora oggi è però largamente disatteso. L’informazione libera è infatti la prima minaccia per i regimi antidemocratici che sulla censura e sul controllo del consenso fondano la propria sopravvivenza.

Vittime predestinate di queste violazioni dei diritti umani sono giornalisti indipendenti, che vengono ogni giorno sottoposti a minacce personali e alle famiglie, violenze, attentati, sequestri e omicidi, azioni che rendono sempre più pericoloso il lavoro giornalistico.

La violazione del diritto alla libertà di stampa e di comunicazione avviene in molti paesi del mondo, ma le zone più pericolose restano l’Asia e il Medio Oriente, l’Iraq, Pakistan e Filippine. La stampa via internet era stata considerata come un oasi per la libertà di informazione, ma anche Internet oggi viene censurato. Dopo una prima illusione di libertà che ne ha fatto la patria di espressione di giornalisti censurati sui media tradizionali, si è compreso infatti che la Rete può diventare strumento di un più sofisticato controllo.

Utenti arrestati, internet point chiusi, chat room controllate, blog cancellati, siti bloccati, notizie estere censurate, motori di ricerca sottoposti a filtri. Il controllo della Rete è un fenomeno all’ordine del giorno da parte di regimi autoritari, che di anno in anno acquisiscono nuovi strumenti di censura.

Ci sono casi di controllo online in 37 paesi: da Cuba all’Iran, dalle Maldive al Vietnam, dalla Corea del Nord alla Tunisia, dalla Thailandia alla Turchia, si distinguono in particolare la Cina (con 93 website censurati), Siria e Iran.

La censura avviene anche su siti di condivisione di video come YouTube e Dailymotion, accusati di ospitare contenuti “offensivi”. Una reazione altrettanto forte si è registrata nei confronti dei social network, come Twitter (in Siria) o Facebook (in Siria, Tunisia e Emirati arabi). Ed infatti cresce il numero di bloggers arrestati.

Le minacce alla libertà di stampa provengono però anche dall’interno del complesso mondo dell’informazione e degli informatori. Non sono rari i casi in cui il giornalismo, per paura di ritorsioni, si fa silente e chino alle richieste di poteri forti, perdendo il senso della sua stessa esistenza con grave danno per la società civile.

Già introdotta nella “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo” nel 1948, la libertà dell’informazione è riconosciuta come diritto fondamentale anche nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, entrato in vigore nel 1976, e nella “Convenzione europea sui diritti umani”.

Per sostenere questa lotta per lo sviluppo, le Nazioni Unite si sono impegnate nella risoluzione 1738 approvata dal Consiglio di Sicurezza nel dicembre 2006 in favore della protezione dei giornalisti nelle aeree di crisi. Una richiesta ribadita nel 2007, all’incontro UNESCO in cui ha visto la luce la “Dichiarazione di Medellin”, per migliorare la sicurezza dei giornalisti e punire i crimini contro di loro.

In Italia La libertà di parola e di stampa sono garantite costituzionalmente dall’art. 21, che stabilisce “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e la libertà della stampa ”non soggetta ad autorizzazioni o censure”. Eppure il mondo dell’informazione italiana, da anni al centro di profonde trasformazioni, è influenzato dalla presenza di forti poteri consolidati da intrecci politici ed economici, oltre che dai poteri forti criminali, come testimoniano le intimidazioni alla testata antimafia “Casablanca” e al giornalista e scrittore Roberto Saviano da parte della camorra.

Ad aggravare la situazione, inoltre, gli ultimi anni di pandemia hanno prodotto ulteriore ostilità e diffidenza nei confronti dei media, colpevoli di diffondere notizie inaffidabili.

L’Italia si conferma quindi per il 2021 al 41° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa redatta da “World Press Freedom Index” di Reporter Senza Frontiere, posizione per niente rassicurante che, secondo il segretario generale della “Federazione Nazionale della Stampa Italiana”, sarebbe il risultato della situazione in cui si trovano i numerosi giornalisti minacciati e dello stallo in cui versano le proposte di legge di tutela del diritto di cronaca e della professione.

Il calo delle vendite e l’aumento dei costi di produzione, che hanno costretto molte organizzazioni a tagliare le risorse e licenziare i giornalisti, pesano poi ulteriormente sulla libertà di informazione e mettono a rischio la possibilità di poter ricevere notizie e informazioni corrette e verificate, che non siano controllate, limitate e pilotate da governi centrali e dittature.

Questo in certi Paesi appare impossibile, ma è un diritto fondamentale a cui mirare sempre, perché senza informazione libera non si costruisce spirito critico e opposizione, come purtroppo sta dimostrando nelle ultime settimane il conflitto tra Russia e Ucraina, dove i reporter vengono reclusi o uccisi per essere messi a tacere e le notizie sono manipolate dalla propaganda delle fazioni in lotta, interessate ad alimentare dubbi e scetticismo e a creare insicurezza sulla veridicità dei fatti. Solo la piena tutela della libertà di informare, quindi, garantisce democrazia e tutela dei diritti umani.

Sofia Bucolo

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