Ma è proprio vero che le buone notizie non fanno notizia?

“Credo che ciò di cui abbiamo tutti un gran bisogno è di vedere che il “buono” c’è perché ispira, da forza ed energia per affrontare, ognuno a modo suo, la propria vita”, questa la precisazone di un lettore in risposta all’asserzione che le buone notizie non fanno notizia,

È vero il buono esiste in ogni cosa, ma leggiamo solo articoli negativi. Perché? Perché fanno notizia, sollecitano quell’avidità che spesso ha la gente nel voler cercare uno spunto per cui lamentarsi o semplicemente chiacchierare o spettegolare.

Mi chiedo spesso – leggendo di guerre e stermini e uccisioni di innocenti o di disgrazie che colpiscono quotidianamente nel mondo – come mai la gente le legga così avidamente senza poi cercare un rimedio. Compassione e grandi sentimenti si innalzano dentro di noi, facendoci apparire buoni e sensibili ai nostri stessi occhi e poi? Tutto dimenticato sino alla prossima atrocità. Si mobilitano associazioni e volontari, certo, ma di questi che sacrificano la loro vita per portare aiuto non ne parla nessuno mai, a meno che non succeda loro una disgrazia.

Ma se metti su YouTube un video che parla di Khoni 2012 si fanno 100 milioni di click! Aggiungerei ugualmente che la volgarità fa notizia e attrae su internet, in  modo incredibile, milioni di unique users. Ho già scritto una volta che il “nudo vende” e che personaggi “di ultima” che non hanno altro merito che quello di avere avuto storie neanche tanto edificanti con personaggi ancora meno edificanti, fanno notizia. 

Se vai ad una sfilata e una modella cade si merita la prima pagina, mentre se un a collezione è bella bastano poche righe. E così il buono si tralascia e sembra che viviamo in un mondo in cui solo il brutto vince. C’è anche da dire che spesso è scoraggiante e può far precipitare sempre più la vita in un vortice negativo e comunque come diceva Bertoit Brecht: “Nessuno può essere buono a lungo se non c’è richiesta di bontà”.

Una frase che riassume bene il concetto di perché si parla tanto di situazioni brutte e tragiche tacendo il lato positivo della vita sta in questa frase di Oscar Wilde: “Nella realtà di ogni giorno i malvagi non vengono puniti né i buoni ricompensati: il successo premia i forti, il fallimento schiaccia i deboli. Nient’altro”.

Partiamo dall’assunto che ricerchiamo notizie per farci una idea più specifica del mondo che ci circonda e dove viviamo. Naturalmente ognuno di noi ha una prospettiva parziale della realtà e tutti siamo in qualche modo vittima di errori di giudizio, di bias cognitivi.

In particolare, il bias di conferma che ci porta a dare proriorita alle notizie in linea con le nostre aspettative e il bias della negatività che rende maggiormente attrattive le informazioni non positive.

Ma le cose non sono così semplici perché l’impatto dei social network nella nostra vita quotidiana è più forte, spesso, di quel che crediamo. Immersi come siamo in un costante flusso di notizie, sovente false, frequentemente esagerate e quasi sempre negative, un flusso che ci porta quasi a vivere in eco chambers, luoghi virtuali in cui le persone interagiscono soprattutto con quelli che sono già d’accordo con loro, inveendo contro quelli che non lo sono, diventa difficile districarsi.

Alcuni studi sostengono, addirittura, che gran parte dei disturbi di ansia e paura sono dovuti all’informazione. Informazione che, come accennato, ci porta ad essere attratti dalle notizie negative piuttosto che dalle good news. Eppure, proprio mentre stiamo per affogare, arriva forse un’ancora di salvezza. Perchè la voglia di buone notizie esiste.

Il padre della psicologia positiva, Martin Seligman, afferma che non occorre svuotarci di ciò che è negativo, ma riempirci di ciò che è positivo.

Molto più concretamente, è ben noto l’esperimento sociale di uno dei più importanti giornali inglese, The Guardian, pioniere del cosiddetto “giornalismo costruttivo”, che da oltre 2 anni racconta buone notizie da tutto il mondo, con un grande riscontro tra i lettori.

Nel mio piccolo, appena qualche giorno fa sono rimasto piacevolmente stupito dal consenso che ha avuto un post pubblicato sulla mia fanpage Facebook: ho condiviso la storia, bellissima e commovente, di un gruppo di agenti della Polizia Municipale che ha organizzato una campagna di solidarietà dopo la scomparsa di un collega, deceduto a causa di un incidente, sostenendo economicamente la vedova e i suoi 7 figli che rischiavano lo sfratto.

Migliaia di mi piace, commenti e condivisioni per questo post, numeri esagerati rispetto ad altre cose che in genere pubblico. Numeri che confermano, in fondo, che c’è davvero luce in fondo al tunnel delle cattive notizie. Una luce che, passatemi il gioco di parole, è davvero una buona notizia.

Lo conferma Silvio Malvotti fondatore di www.buonenotizie.it : “

Il giornalismo ha deviato dal suo obiettivo originario, andando a inseguire titoli acchiappa-click e metriche pubblicitarie per rendere economicamente sostenibile le testate, costringendole a fornire sempre più contenuti, sempre di minore qualità, sempre meno originali e più veloci da consumare.

È questa la grande malattia dei mass-media di oggi: fornire sempre più notizie, poco approfondite e dunque spesso lontane dalla verità, vero obiettivo del giornalismo, a favore di contenuti che catturino semplicemente l’attenzione e che portino il lettore a cliccare su qualche pubblicità, ovvero colei che i contenuti li paga. Ma finché non invertiamo l’ordine delle cose, facendo gli interessi del lettore, le cose non cambieranno.

La mia visione, fin da quando nel 2001 ho lanciato il primo esperimento editoriale di giornalismo costruttivo, era ambiziosa: costruire una testata che definisse un nuovo modello di informazione. Ma il problema inizialmente era culturale: superare la convinzione diffusa che “le buone notizie non fanno notizia”, radicata sia nelle redazioni sia tra le persone. E non era facile convincere il pubblico che questo nuovo approccio potesse funzionare.”

Solo successivamente, nel 2007, è stata coniata dalla ricercatrice e giornalista Cathrine Gyldensted la definizione di “giornalismo costruttivo”. Ho così scoperto, con entusiasmo, che il mio lavoro e quello del mio team non era poi così lontano da quella definizione.

Oggi i paesi del Nord-Europa sono leader nell’adozione di questo nuovo approccio. Qui sono nate organizzazioni come il Constructive Institute, e nuovi progetti editoriali di successo come De Correspondent, basati su questo innovativo modo di fare del buon giornalismo. Anche negli Stati Uniti è nato nel 2013 il Solutions Journalism Network, un’organizzazione che si occupa di diffondere e formare i giornalisti specificamente su questo nuovo approccio, che sembra essere vincente.

L’Italia è come sempre cinque passi indietro. Oggi nel nostro Paese il termine “giornalismo costruttivo” viene ancora confuso il concetto di “buone notizie”, che è tutt’altro approccio, classificato accademicamente come “giornalismo positivo” poiché consiste perlopiù in notizie leggere, a lieto fine, lontane dai grandi fatti di attualità che occupano le prime pagine dei quotidiani. L’unica organizzazione formalmente costituita che sta cercando di divulgare questi nuovi canoni in Italia, dove ancora prevale lo scetticismo generale tra gli addetti ai media, è l’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, principalmente con le sue attività formative.

Papa Francesco ai giornalisti: «Non date troppo spazio alle cattive notizie»

Troppe brutte notizie in tv, sui giornali, sul web. Papa Francesco chiede ai giornalisti, nella festa del santo patrono della categoria, san Francesco di Sales, di “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ’cattive notizie’: guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane”.

Il richiamo contenuto nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che ha come tema di quest’anno: “Non temere, perché io sono con te”, tratto dal Profeta Isaia, contiene l’invito a puntare su uno “stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista”.

La scelta di favorire una comunicazione positiva e costruttiva spetta al giornalista: sta a lui decidere “quale materiale fornire”. “L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare” e che queste notizie “possono essere belle o brutte, vere o false”.

 “La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di ’macinare’ ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire”. Da qui la scelta per costruire “una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”.

Per farla breve il Pontefice suggerisce ai mass media di evitare di assegnare sempre al Male il primo posto nei notiziari. “Certo, – scrive sempre Francesco nel suo Messaggio – non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male.

Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite”.

In un sistema comunicativo, spiega Francesco, dove vale la logica “che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”.

Contatti

Address

Via Andrea Costa 7, Milano, 20131 Milano IT

Phone

Phone: +39 02.2610052

Email

redazione@marketingjournal.it