Mestieri della Comunicazione: Professione Spin Doctor, caratteristiche e competenze

Dic 14th, 2021 | Di Redazione | Categoria: CATEGORIA B, Comunicazione


Moglie e buoi dei Paesi tuoi? L’antiquato proverbio risulta attualissimo nella comunicazione politica: per poter influenzare gli elettori è molto importante appartenere alla stessa Nazione.

Già il fatto che in Italia non esista una Università, un indirizzo, un master, un corso per specializzarsi la dice lunga. E la mancanza di formazione rammenta il percorso delle nostre facoltà di Scienza della Comunicazione: le prime risalgono agli anni Novanta mentre, nel mondo anglosassone, erano oggetto di studio già da parecchio.

Eppure, benchè poco nota e per certi versi misteriosa, la professione di spin doctor esiste ( e imperversa) anche nel Belpaese.

Spin nel linguaggio tennistico significa colpo a effetto, doctor esperto. In pratica, lo spin doctor è il consulente di comunicazione dei politici. Un mestiere che, nonostante la mancanza di riconoscimento giuridico, è delicato e prestigioso. Porta infatti a lavorare in Parlamento, all’Europarlamento, nelle Regioni e nei Comuni al fianco di donne e uomini che prendono le principali decisioni per il nostro Paese.

D’accordo, è molto importante. Ma quali sono le caratteristiche e le competenze che ha, o dovrebbe avere, uno/a spin doctor?

Occorre un mix tecnico di base, per esempio una laurea in Scienze Politiche e un’impostazione basata sulla comunicazione, oltre a possedere creatività e intuito. Lo spin doctor deve conoscere bene le dinamiche del mondo politico e, nel contempo, avere una grande capacità di leggere (e spesso interpretare) media e social, centrare il target e saper veramente comunicare.

Non basta quindi una laurea, occorrono anche e soprattutto precise caratteristiche caratteriali, del talento socio-comunicativo.

Perchè le attività dello spin doctor riassumono e superano di gran lunga quelle di ufficio stampa e consulente d’immagine, l’esperto deve essere in grado di dar forza a un programma elettorale per avvicinare il politico a posizioni quanto più in sintonia col pubblico.

Come? Estrapolando il meglio da ogni situazione si ritrovi il cliente per cui lavora, per poi offrire ai media una versione ragionata e “a effetto” della notizia. Un compito complesso.

Sarà per questo che diversi nostri aspiranti ad alte poltrone governative in passato hanno ingaggiato top spin doctor dagli USA, probabilmente pensando avessero una formazione più incisiva rispetto ai colleghi italiani. E invece no, non ha funzionato.

Moglie e buoi dei Paesi tuoi! Suona buffo, ma in questo caso tant’è.

Francesco Rutelli e Mario Monti a suo tempo si sono fatti aiutare dai guru americani Stanley Greenberg e David Axelrod, con scarsi risultati. Matteo Renzi si era invece rivolto allo stratega d’oltreoceano Jim Messina per gestire la sua campagna del referendum costituzionale. Valutando che Messina ha portato Barack Obama a essere rieletto nel 2012 alla Casa Bianca, Renzi non ha avuto dubbi sulla linea scelta dall’espertone: una strategica campagna door-to-door. Noi italiani, però, non siamo rimasti conquistati dall’operazione porta-a-porta che, come ricorderete, per Renzi è stato un flop.

D’altronde, chi più chi meno, per un motivo o per l’altro, talvolta oppure spesso i nostri veri e presunti leader restano affascinati dai consultenti yankee.

Ma come poter riproporre le dinamiche statunitensi da noi? Impossibile o quasi.
Chi ha soggiornato almeno una volta negli Stati Uniti ha ben chiara la differenza con gli italici stili di vita, cultura, usi, costumi, retaggio storico. E ancora, gusti, abitudini, attitudini, retroscena che compongono il DNA di una Nazione e del suo popolo.

Fattori determinanti in una campagna elettorale, dove bisogna fendere nella società. D’altronde gli spin doctor, bravi o meno, sanno di dover utilizzare degli strumenti operativi che necessitano di una profonda conoscenza di passato, presente e futuro di ogni singolo step della loro propaganda.

Dal passaggio di notizie anonime o confidenze ai giornalisti che seguono la politica, al redigere discorsi, sino a trattare il loro politico-cliente come fosse un prodotto, applicando precise tecniche di marketing.

Fondamentale creare eventi ad hoc per sollecito e consenso dell’opinione pubblica.

Non certo ultimo, utilizzare con i media una comunicazione sistematica che dia una giusta interpretazione alle esternazioni del soggetto. Il rischio di fraintendimenti o di manipolazioni, si può facilmente intuire, è alto.

Comunque, come dicevamo in Italia quella dello spin doctor è una professione e i nostri leader consultano regolarmente gli esperti nostrani per far risultare vincente ogni loro sbadiglio.

Un’occhiata dietro le quinte. Matteo Salvini ha un vero e proprio team tra cui ci sono – o ci sono stati - Iva Garibaldi e Luca Morisi.

Il Movimento 5 Stelle si avvale – o si è avvalso – del coordinamento di Rocco Casalino.

Matteo Renzi ha invece optato per il giornalista e comunicatore politico Filippo Sensi e, in precedenza, per Marco Agnoletti che, nel 2014, era il portavoce del sindaco di Firenze Dario Nardella.

Ci auguriamo con tutto il cuore che gli spin doctor lavorino anche pensando a noi italiani e all’Italia, non solo per ideare cattedrali nel deserto.

La politica italiana subisce troppo facilmente il fascino degli spin doctor Usa? Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia e storico responsabile delle campagne elettorali di Silvio Berlusconi, la pensa esattamente così. «La realtà politica e comunicativa statunitense – racconta – è profondamente diversa dalla nostra. Di conseguenza, il modello americano non è immediatamente sovrapponibile».

E così affidare una campagna a un guru straniero rischia di essere un autogol. «Viste le precedenti esperienze tenderei a dire che è così» ragiona Guarino. Il problema è nelle diversità.

Le elezioni a stelle e strisce sono molto diverse dalle nostre. «Nessuno di questi esperti è abituato al contesto italiano. Le campagna americane hanno tempi più lunghi, risorse economiche maggiori, persino l’atteggiamento dei tanti volontari è diverso: le persone sono davvero motivate e senza alcun interesse personale in gioco».

Insomma, va bene ispirarsi alla politica d’Oltreoceano. «Ma serve un passaggio culturale – insiste Guarino – È inutile importare consulenti americani sperando che abbiano la bacchetta magica».

Per averne conferma basta fare qualche passo indietro nel tempo. Nel 2001 Francesco Rutelli affidò la sua campagna elettorale a Stanley Greenberg, storico stratega di Bill Clinton.

Ma il leader dell’Ulivo fu superato facilmente da Silvio Berlusconi. «Greenberg era un bravissimo sondaggista – ricorda Sara Bentivegna – ma non riuscì a incidere in quella campagna elettorale. Del resto in questo lavoro chi non conosce bene il nostro Paese è destinato a incontrare ostacoli insormontabili».

E il Cavaliere? Contrariamente a quanto si pensa, il leader di Forza Italia non ha mai appaltato le sue campagne a spin doctor americani. «Abbiamo ricevuto diverse visite di consulenti statunitensi – ricorda oggi Palmieri – Non sono mancati incontri sporadici e qualche colloquio. Ma le nostre strategie elettorali le abbiamo sempre studiate in prima persona. Slogan, materiali e parole d’ordine vengono scelti su misura da Berlusconi e da un piccolo gruppo di collaboratori».

Di Marina Martorana
studiomarinamartorana21@gmail.com
www.marinamartorana.it

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