Moda e Comunicazione di Marina Martorana

Da necessità di coprirsi a status symbol, dalla rivoluzionaria minigonna sino alla attuale tendenza del vestire secondhand. Il messaggio più iconico della comunicazione universale ha fedeli seguaci e non, detta e disdice leggi, crea tendenze, controtendenze e business.

Dimmi come vesti e ti dirò chi sei, oppure l’abito non fa il monaco? Psicologia e sociologia si intrecciano, dicono e contraddicono. Un affascinante groviglio di discordanze. Sembra strano eppure non lo é poi tanto. Basta pensare a quale vastità di significati comprendano le quattro letterine della parola moda, intesa come abbigliamento e accessori, stile di vita, business ( con fatturato di 91,7 miliardi nel 2021) .

E’ il messaggio più iconico della comunicazione universale, che ci illustra i dettami più cool del momento.

Seguirli ha un significato di identificazione in uno status, dà una forma di sicurezza, fa sentire parte di un insieme. Ignorarli ne ha un altro, in netta antitesi.

A partire dal non volersi abbigliare come tutti, perché per esaltare la propria individualità non bisogna mai far parte di una massa, cosa da pecoroni. Nascono così le controtendenze, lanciate da un leader-ribelle, come per esempio il genere punk. Anch’esso però miete seguaci e , volenti o nolenti, quel primario grido di unicità diventa fenomeno collettivo, fashion.

Oggi è di gran punta modaiola vestirsi con l’usato e prolificano secondhand shop, di conseguenza all’attenzione dilagante (e meno male) per l’ecosistema esangue.

Ma non illudiamoci che chiunque opti per gonne e braghe riciclati lo faccia per amore del pianeta. Al solito, un/una capobanda lancia il sasso, magari in buonissima fede e fa anche diventare trendy un valore.

Lo sciame umano attirato da quella tendenza, però, rappresenta solo il bisogno di appartenenza a qualcosa di emergente, per sentirsi innovatori, moderni, progressisti. Così il desiderio di singolarità è appagato o quasi, poiché vive in compagnia di quanti la pensano allo stesso modo.

E via così, tra corsi e ricorsi, impossibile essere i soli in assoluto a indossare certi capi e accessori, siano pure pezzi numerati artigianali ma, come tutto, replicabili.

D’altronde fa parte della umana psicologia imitare o emulare, non a caso gli influencer spadroneggiano sui social. E non ci sarebbe da meravigliarsi se la persona con un milione di followers postasse una sua foto con un vaso da notte in testa e, da quel momento, si diffondesse il pitale style.

E pensare che verosimilmente la moda, o qualcosa di simile, è nata per pura sopravvivenza. I popoli primitivi si coprivano con tessuti, pelli o materiali ad hoc per necessità. Chissà, è probabile che già all’epoca qualcuno di più creativo facesse un fiocco a mò di chiusura, oppure drappeggiasse l’indumento.

Tuttavia in Occidente, in gran sintesi, lo sviluppo in varie fogge si può datare tra il 1200 e il 1300 per poi raggiungere, dal tardo Medioevo, una forma di categorizzazione sociale e di classe. Oltre al desiderio di vestirsi in modo diverso dagli altri, per meglio esaltare la propria individualità.

Dal passato al presente il salto, sia pur di secoli, non cancella dunque quelle antipatiche caratteristiche classiste. Chi è ricco può permettersi certi abiti, chi è povero no…e spesso si riconosce l’appartenenza sociale, appunto, dal modo in cui una persona si veste.

La moda come la intendiamo oggi nasce tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento grazie a Charles Worth, sarto di origine inglese che introdusse a Parigi i primi capi di Haute Couture.

Fu il primo a creare i propri modelli per il vestiario e a non lavorare solo su commissione. Introduce la figura del sarto-stilista che dona appunto lo stile all’ abbigliamento: le nobili donne dell’aristocrazia francese, non a caso, lo consacrarono a mito.

Charles Worth fu il primo a mostrare in anticipo le sue collezioni nei suoi atelier parigini, utilizzando modelle e organizzando delle presentazioni. E’ anche il primo a firmare i suoi abiti dando inizio al cosiddetto “potere della firma” , che diventa elemento di riconoscibilità dell’abito e forte elemento di rassicurazione sul mercato.

Da Worth in poi nella panoramica modaiola spiccano personaggi rivoluzionari, la cui ingegnosa arte trasformò il costume. Come la francese Coco Chanel, la prima stilista a mettere i pantaloni alle donne o l’inglese Mary Quant, che inventò la minigonna.

Al di là di schieramenti convenzionali, di quelli sovversivi e pseudo tali, di talenti straordinari e, non certo ultimo, di fatturati miliardari, la storia della moda è strettamente legata al pensiero umano. Viene in mente un libro del grande esteta Oscar Wilde, “Filosofia del vestire”.

Dal dandy inglese ci si aspetterebbe un’apologia del fashion invece, il noto ed elegantissimo scrittore scrive che la moda è la negazione di ogni bellezza.

E spiega che essa é legata all’effimero alternarsi del gusto e di un gusto schiavo del conformismo della società. Quindi, secondo Wilde, seguire la moda significa abdicare alla propria libertà, rinunciando alla bellezza. Perché, per usare le sue parole, “La bellezza dell’abito, come la bellezza della vita, viene sempre dalla libertà”

Ha forse almeno un po’ ragione o si tratta di speculazione intellettuale?

A ognuno la risposta, naturalmente soggettivissima.

di Marina Martorana
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