Moda, vintage e usata, il trend del riutilizzo va alla grande e genera economia sostenibile circolare virtuosa

Gen 14th, 2021 | Di Redazione | Categoria: Ricerche e Statistiche, Trend


A noleggio (il fenomeno del Fashion Renting in arrivo dagli Usa, con l’italiana Twinset apripista con una capsule collection di abiti ideata per l’affitto), rimessa più volte (la duchessa di Cambridge Kate Middleton è paladina del pret-a-reporter persino in importanti occasioni ufficiali), vintage tra negozi ad hoc, magari solidali e mercatini o esperienze web come Armadio Verde: il mondo della moda cambia anche per le nuove sensibilità dei consumatori riguardo l’impatto ambientale, la sostenibilità sociale, la riduzione dello spreco… e gli armadi che nonostante il metodo di Maria Kondo restano stracolmi.

Preoccupazioni che stanno orientando gli acquisti nel settore della moda a livello mondiale e italiano, dove accanto all’imperante fast fashion, che punta su bassi costi e quantità (e scarsa attenzione a valori come qualità, durata, sostenibilità ambientale ed umana) si fanno strada sempre di più altri modelli come è evidenziato dal recente studio “The State of Fashion 2019” elaborato della società McKinsey&Company.

Una “rivoluzione” che vede il progressivo superamento dell’approccio classico che trovava nell’acquisto di un capo nuovo una scelta quasi obbligata. Basti pensare alla stima che prefigura addirittura il sorpasso in termini volumi d’affari del mercato dell’usato sulla fast fashion da qui a dieci anni.

Crescono esponenzialmente i modelli di business dell’usato e quelli che mettono al centro della dinamica economica le pratiche di rinnovo, riparazione e noleggio.

Dall’esclusività del principio di proprietà tradizionale a nuovi modi di accesso al prodotto in grado di contemplare le esigenze sociali e ambientali.

Un cambiamento fondamentale nel comportamento di acquisto, se, come riporta l’indagine, nove consumatori su dieci della Generazione Z ritengono che le aziende abbiano la responsabilità di affrontare le questioni ambientali e sociali. Temi che compaiono in testa alla lista di esigenze che i giovani consumatori riconoscono essere decisive: l’acquirente di domani sarà quindi con tutta probabilità spinto a valutare una serie di elementi e variabili, come l’accessibilità economica e il grado di sostenibilità dell’abito e, che prima entravano nel raggio di pensiero soltanto di nicchie di consumatori.

Una tendenza che ritroviamo anche nel nostro Paese, dal momento che l’indagine “Osservatorio 2017 Second Hand Economy” condotta due anni fa dall’istituto Doxa ha rivelato che il mercato dell’usato è in crescita costante, segnando un valore totale di circa 21 miliardi di euro (soltanto nel 2015, la second hand economy generava un volume di affari pari a 18 miliardi di euro).

Cresce l’attenzione all’abbigliamento sostenibile rispetto ai consumatori più anziani. L’indagine “Think Sustainability, The Millennials view” condotta da Pwc sul tema moda e sostenibilità pubblicata nel 2016 ha rivelato come la generazione Z dei post Millennials (i nati tra il 1995 e il 2010), assegni oggi grande importanza al potenziale di sostenibilità dei prodotti: l’81% pagherebbe anche un sovrapprezzo per un capo sostenibile, preferendo marchi in grado di testimoniare un effettivo impegno in termini di trasparenza della filiera, rispetto dei lavoratori e impiego di materiali ecosostenibili.

Se la tendenza di crescita del mercato dell’usato è un fenomeno confermato su scala globale, anche l’Italia non fa eccezione. E si stanno diffondendo in Italia anche quei charity shop (in Gran Bretagna sono 10 mila) che nel nord Europa sono una bella esperienza di acquisto.

Un esempio è la ormai sempre più affermata rete di punti vendita di Humana People to People Italia, organizzazione umanitaria impegnata nella raccolta di indumenti usati il cui ricavato è impiegato per progetti solidali in Paesi in via di sviluppo: sono otto i punti vendita (Milano, Pavia, Torino e Roma), nel 2015 erano solamente tre e in quattro anni i volumi di ventida sono quasi decuplicati dai 36 mila pezzi ai 300 mila dello scorso anno. E poi ci sono tanti esempi locali, come Le fate lunatiche a Roma, i vari mercati vintage ecosolidali.

Tra Vintage e Second Hand il trend del riutilizzo va alla grande: non dobbiamo pensare a mercatini delle pulci come qualche anno fa ma a capi selezionati, pezzi unici: dalle camicie anni Sessanta ai jeans a vita alta, a capi firmati in ottimo stato. E poi, nel caso dei charity, c’è il fine umanitario che appare oggi per una parte crescente dei consumatori in grado di orientare le scelte.

Il target sono giovani tra i 20 e i 35 anni, studenti universitari o giovani lavoratori, giovani indie, vintage addicted, hypster al fianco magari di una giovane mamma che ha a cuore la tutela dell’ambiente.

Non lo senti il vento che soffia da ovest? No, non stiamo parlando di meteo in senso stretto, ma di una nuova energia che vortica tra i coetanei americani d’oltre oceano che si sta diffondendo come nuovo dress code e stile di vita. Dietro ai movimenti green di Greta Thumber e ai recenti disastri e incendi in Australia dovuti all’emergenza climatica, anche la scelta dell’abbigliamento oggi ha il suo peso specifico.

E cosa fanno i Gen Z come te? Scelgono di indossare vintage non solo come trend moda 2020, ma lo fanno con una consapevolezza e determinazione che oltrepassa il narcisismo fine a se stesso per diventare un gesto attivo e testimone di una volontà chiarissima: quella di dare uno stop all’inquinamento dell’industria fashion in favore di un’economia circolare virtuosa.

Se per fare una t-shirt servono 2700 litri di acqua, la faccenda si fa più che preoccupante.

In una chiacchierata diventata una bella intervista per Cosmo, Linda Calugi, fashion designer per Twins Florence, mi ha detto che il suo sogno più grande è sapere che una sua giacca di pelle rimanga nel guardaroba di chi la compra almeno 5 anni.

Perché in quei 5 anni assorbe pezzi di vita di chi l’ha indossata. In quei 5 anni si modella sul corpo di chi ogni giorno l’ha scelta, diventando così un pezzo unico e irripetibile. Ecco, questo e molto altro si pone tra le motivazioni valide che spingono tutti noi verso la moda vintage con un nuovo approccio.

Se ci pensi bene da quando eBay nel 1995 ha inventato la formula di vendita digitale, di fatto ha dato il kick al business dei negozi vintage online movimentando così tesori nascosti accumulati nelle cantine, nei garage, nelle soffitte e, naturalmente, negli armadi del mondo.

La moda vive proprio di questo, del recupero cioè di tendenze passate con abiti, accessori, tessuti e forme, cercando di presentarle come nuove a un pubblico ignaro. Se ancora non è chiaro cosa si intende per vintage, il significato è semplice se pensi ai look meravigliosi della Signora Maisel: abiti vintage anni 50 e 60 così femminili ed eleganti da farti venire voglia di gonne a ruota, cappellini eccentrici che nemmeno ad Ascot e palette pastello.

Ecco, i decenni non passeranno mai di moda finché tu avrai voglia di giocarci e sperimentare. E le passerelle parlano chiaro. La moda del vintage è sempre di moda.

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