Nei talk show vince chi grida di più, non le sue idee

Televisione gridata
 
La libertà di pensiero, e quella di poterlo esprimere, è una delle basi della convivenza civile. Ce ne dovremmo ricordare in questi tempi in cui, con la prevalenza di un argomento di confronto su tutti gli altri (la guerra in Ucraina, provocata – forse non è male ricordarlo – da una aggressione russa), chi esprime le proprie idee si sente autorizzato a cercare di imporle all’interlocutore di turno e non invece di discuterne, pacatamente come sarebbe giusto.

Continuano i confusionari confronti nei talk show italiani

I dibattiti televisivi dicono esattamente il contrario, con la prevalenza di chi, intorno alle sue idee, ha costruito una barriera dietro cui si trincera non ammettendo nemmeno l’ipotesi di arretrare di un centimetro.

E’ ormai il tempo in cui si preferisce discutere delle diverse sfumature di un problema – parliamo pur sempre di un conflitto armato -, non formulando invece delle soluzioni degne di questo nome, se veramente di intende dare un contributo.

Si dice: bisogna perseguire con ogni mezzo la pace.
Giusto, ma poi non si spiega come fare a ”imporre” la pace a qualcuno che ha scelto i cannoni per sostenere il suo punto di vista.
Si dice: fermiamo la guerra.
Giusto, ma poi non si spiega come farlo se chi persegue la pace non ha gli strumenti per farla accettare dai duellanti.
I motivi di questo approccio, oltre alla ricerca di un auto-accreditamento nei confronti dell’opinione pubblica (cosa che si può tradurre in un’occasione per promuovere un proprio libro o solo la propria immagine, da capitalizzare in termini di presenze e quindi di cachet), sono da mettere forse in relazione ad modo di pensare che ci riporta agli anni ’70 quando si criticavano e combattevano le varie forme in cui si esplicava la nostra democrazia, proponendone solo la cancellazione e basta.
Qui sembra la stessa cosa.

Dando per scontato per tutti sono per la pace e, quindi, nessuno sostiene la guerra in quanto tale – non guardando ipocritamente alla distinzione tra chi è stato attaccato e chi ha attaccato -, quando si va davanti alla telecamera si assumono atteggiamenti che poco hanno a che fare con quella parola del nostro vocabolario (ma esiste in tutte le altre lingue) che è ”rispetto”. E’ un termine purtroppo desueto che viene calpestato spesso con la scusa della passione e della foga che prende chi si confronta con chi non la pensa come te.

L’elenco di chi urla, pensando in questo modo di disinnescare le posizioni dell’altro, è lunga e variegata, spaziando tra tutti gli schieramenti che si formano in un talk show.

Un esempio è venuto dallo scambio di opinioni, su La 7, tra Paolo Mieli e Michele Santoro, anche se questa definizione appare abbastanza inesatta. Non perché i due giornalisti non abbiano espresso idee interessanti e meritevoli di riflessione, quanto perché Santoro ha cercato di ”prevalere” su Mieli, usando toni che gli sono familiari e che hanno contribuito a creare il suo personaggio.
Non ricordiamo chi, per descrivere talvolta Santoro, ha usato la definizione di ”tele-tribuno”, ma è un modo abbastanza vicino alla realtà di fare capire come intenda (lui e anche altri) il ruolo di fustigatore delle idee che non collimano con le sue. Anche nel confronto con Mieli ha usato lo stesso copione e questo non ha molto aiutato chi, mettendosi davanti alla tv per capire qualcosa, alla fine ha avuto nelle orecchie solo il modo puntuto di Santoro di esprimere le sue idee. Che devono essere rispettate, come lui dovrebbe fare con quelle degli altri, cosa che non sempre gli riesce, sempre che intenda farlo.

Michele Santoro ha incarnato per decenni la figura di giornalista ”di area” che ha le sue convinzioni e non ha certo paura di esprimerle e difenderle. Questo ne ha fatto per tanti un modello; per molti un cliché difficile da metabolizzare perché accusato di restringere il perimetro di libertà di coloro che, ospiti dei suoi programmi, sostenevano tesi che lui non condivideva. E anche quando, con un coup de theatre entrato nella storia della nostra televisione, invitò l’arcinemico Silvio Berlusconi ad una sua trasmissione, quello apparve non come un atto di ”liberalità” verso l’avversario, ma un modo per ridimensionarne l’immagine agli occhi di milioni di telespettatori.
Una ‘linea del Piave’ che Santoro ha sempre difeso, ma che oggi, quando non è lui a guidare il dibattito, è difficile da metabolizzare. Ma, si dice, il personaggio è questo e chi lo invita a parlare sa che, su certi argomenti, non accetta compromessi: io si è con lui o contro di lui.
 
E il comune telespettatore, se ne condivide le tesi, applaude, ma se non ne è convinto batte in ritirata, preferendo la pacatezza di un confronto ad una filippica.

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