Poesia e non conscio, alla scoperta della potenza comunicativa (ed evolutiva) del linguaggio in versi

Quella prima poesia imparata a memoria.

Voi ve la ricordate quella prima sensazione legata al “dover imparare a memoria” una poesia?


Aliena dapprima – poi stimolante, di dover insegnare alla mente allora acerba, una catena di parole non nostre, che dovevano scorrere in un ordine preciso? Quello strano inquietante presagio di insormontabilità, misto alla curiosa piacevolezza delle rime che atterravano per prime sulle superfici immacolate della nostra memoria piena di spazi liberi?
Le rime sembravano appiccicarsi piano, ma poi, tenevano.

Io quel mio primo pomeriggio passato a ripetere nella cucina bianca e gialla e rossa me lo ricordo benissimo, con Mamma che era una giovane insegnante in pensione (quando l’INPS era un caro amico accomodante) e quindi mi allenava nei compiti fino allo sfinimento. Strofetta dopo strofetta, e da capo, e da capo ancora.

A fine giornata arrivò Babbo dal lavoro e Mamma gli disse “sai Babbo, che Silvia ha imparato una poesia? fagliela ascoltare, Silvia”.
E io, emozionatissima, incespicando, respirando a salti, dimostrai al Babbo come sapevo infilare le rime una dietro l’altra, mentre con parole – non mie! – sbocciava dalla mia bocca una piccola scena che non avevo mai immaginato né vissuto di persona.

Non ricordo di cosa si trattasse, ma ricordo con precisione tutto il contesto e le emozioni attorno a quelle rime. Rime che portai anche a scuola il giorno dopo: ancora vivissimo quel calore imbarazzato al viso, le mani strette dietro la schiena, il vestitino scozzese sotto il grembiulino, e le scarpe lucide, e lo sguardo severo ma segretamente orgoglioso della mia maestra, nel silenzio rarefatto della classe in ascolto.

Quelle prime rime incisero solchi indelebili sul vinile della mia memoria, e stamparono per sempre quei due giorni nella mia materia grigia.

Da quell’incontro-tuffo tra me e la poesia, mi rimase acceso – da allora e per sempre – uno strano motorino nel cervello che indagò – da allora e per sempre – il legame tra i suoni delle parole, le immagini nella mente e le reazioni dell’anima.

L’indagine di quella bambinetta in abito scozzese è andata di pari passo con la vita: subito dopo lo “shock” della prima poesia, –- credo di avere avuto 7 anni –- iniziai a mia volta a scrivere “poesie”.
Cercavo rime che regalassero emozioni e visioni sempre più evolute, che facessero commuovere la Mamma.

Poi, liberata dalle rime, (ma per anni impegnata a studiarle), scoprii il potere evocativo di frasi ad effetto, poi di intere stringhe di frasi ad effetto. E poi, con il liceo (un lugubre, devastante, traumatizzante classico), mi immersi nel romanticismo, nel lirismo, nel modernismo, e con una certa antipatia ammirata anche nel futurismo.

Qualche anno fa infine, in piena coerenza con gli anni che passano e il logorio della mente e del vissuto, sono atterrata nel lucente, ordinato, delicato mondo degli Haiku giapponesi e della loro purezza essenziale. E mi sono sentita finalmente a casa.

Ma perché quel primo ricordo
è ancora così vivo?


La scienza sta dimostrando che per il cervello umano i primi quattro/sei anni di vita sono una vera e propria età dell’oro.

Spiega Cristina Alberini, professoressa al Center for Neural Science della New York University e coordinatrice di una ricerca fatta sull’amnesia infantile e sullo sviluppo dell’ippocampo1 – che “nella prima fase della vita, anche se il cervello non riesce a formare ricordi a lungo termine in maniera efficiente, è impegnato a imparare come farlo. Per riuscirci ha bisogno di essere stimolato tramite l’apprendimento, in modo che si eserciti in continuazione. Senza questa pratica, la capacità di imparare dei sistemi neurologici finirà con l’essere ridotta”.2

Ecco allora che le buone vecchie poesiole e filastrocche della culla, dell’asilo e delle elementari, agli occhi della scienza contemporanea si rivelano per la loro preziosa funzione evolutiva: sono gli stimoli ambientali adatti e necessari a un periodo del cervello umano in cui esso galoppa, formando ed espandendo le proprie reti neuronali, e in cui gode di “fenomeni di plasticità neurale ai massimi livelli”.3

Anche da adulti comunque, le rime in particolare non perdono mai il loro potere: ci fanno sempre e ancora sorridere in qualche modo, e funzionano tanto bene per fare battute, per canzonare, ma anche per farci riflettere in modo potente da oltre il velo del loro scherzo apparente.

Insomma le parole di una poesia possono fare male. O bene. O ragionare. O sognare.
Come succede?

Se ci pensiamo bene, la poesia ha una grande forza rispetto alla narrazione in prosa.
Essa infatti, per sua stessa essenza e licenza, non ha bisogno di introduzioni, spiegazioni, giri di parole, cenni storici, prologhi e giustificazioni: può immergere il suo lettore esattamente là dove secondo il poeta fa più male o più bene, là dove più serve e più commuove (cum-movere: mettere in movimento, agitare).

Figlia delle emozioni del poeta e della sua capacità evocativa e comunicativa, la poesia tocca in modo istantaneo e con velocità e potenza sia la nostra parte analitica sia la nostra parte emozionale, che insieme la reinterpretano all’istante rendendola propria del lettore a 360°: e non stiamo parlando solo di un discorso intellettuale ed emotivo.

Nell’età adulta infatti (purché in condizioni sociali e storiche “normali”), il nostro cervello si ritrova evoluto naturalmente in quel meraviglioso calcolatore-sintetizzatore-elaboratore-inventore che ci permette di sopravvivere ed emergere valutando e selezionando in tempo reale i dati e le informazioni provenienti da un mondo rapido, complesso e sfidante.

Insieme alla mente, anche il nostro cuore evolve in modo sorprendente, e ben più connesso al cervello di quanto immaginiamo: la scienza più recente4 ha dimostrato infatti che il nostro cuore ha la capacità di rilevare e trasmettere le variazioni meccaniche e biochimiche dei propri tessuti grazie ad un pugno di neuroni particolari ( detti “neuroni afferenti cardiaci”) appoggiati e innestati proprio sull’organo cardiaco: da questi neuroni il cuore modula in tempo reale tutta una ricchissima serie di informazioni da inviare al cervello sulla base del vissuto emozionale momento per momento.

È interessante notare che, con una intuizione antica come la loro scrittura, i Giapponesi usano una unica parola per esprimere le due istanze opposte della mente umana: con il termine “kokoro” loro indicano sia la “mente” (intesa come l’insieme delle facoltà razionali dell’individuo ), sia il “cuore”( inteso come gli aspetti più emozionali e intuitivi della persona).5

Dunque, ecco come funziona la poesia: il poeta distilla una serie di parole dal proprio “kokoro” e le cristallizza in parole.
Quando queste parole raggiungono il “kokoro” del lettore, esse si innestano e mescolano nel suo vissuto e nella sua coscienza soggettivi: così riprendono vita, creando reazioni e stimolando nuovamente mente e cuore.

La Poesia davvero è una delle Arti umane in grado di suscitare, anzi di CREARE in chi la riceve, emozioni, sentimenti, evocazioni, ricordi, riflessioni, a volte persino una conversione politica o spirituale.

L’etimologia stessa della parola “poesia” racchiude il proclama nascosto di questo potenziale produttivo: essa passa dal latino pŏēsis e dal greco ποίησις, a sua volta derivato dal verbo ποιέω = produrre, fare, creare ed, in senso più ampio comporre, arrivando ad agganciarsi alla radice sanscrita pu-, che ha appunto il significato di generare, procreare.
Frutto della creatività umana, la poesia ci fa “raggiungere vette sublimi, in quanto riesce a trasfigurare (e sublimare NdR) non solo le passioni positive ma anche il dolore, la sofferenza e le tragedie in bellezza estetica ed etica”.6

Ma come fa la poesia a entrarmi così dentro,
da così fuori?

Pare che tutto parta proprio dall’atto della lettura. Una recente ricerca rivela che “la lettura è il miglior modo per rilassarsi, e che perfino 6 minuti di questa attività al giorno possono ridurre i livelli di stress del 68%”.

Secondo gli scienziati, questo succede perché “la lettura di per sé genera un senso di evasione”, oltre al fatto che “la totale immersione in un libro fa in modo che il corpo si concentri di meno sui suoi stessi muscoli, e di conseguenza li rilassi (e quindi si rilassi).”7

E così, da questa vantaggiosa posizione sull’essere umano che la sta leggendo, e che si abbandona muscoli e pensieri alle parole, la poesia si alza, entra in azione, e subito comincia ad evocare. Qualunque cosa. Suoni, sensazioni, ricordi, immagini fugaci, diapositive e dipinti mentali.


Un esempio meraviglioso di questa capacità di creare “diapositive” e “dipinti” con le parole (anzi, per la precisione, con 17 sillabe), si riscontra negli Haiku – una particolare forma di poesia giapponese divenuta famosa nel diciassettesimo secolo. Semplice e diretta, la poesia Haiku privilegia soprattutto la natura e qualche accenno palpitante di emozione umana.

Lo diceva già Orazio nel primo secolo a.C.: “poesia ut pictura”, “la poesia è come un quadro” o “un quadro è come una poesia”. Incantatori rimasti incantati, molti scrittori del Novecento, passando da Rainer Maria Rilke e Paul Eluard fino agli ermetici italiani Ungaretti e Quasimodo, si invaghirono di questo genere poetico non appena uscirono le prime traduzioni di Haiku in occidente.

Spiega la scrittrice e filosofa Federica D’Auria che ciò che più affascina degli Haiku è probabilmente “il fascino del frammento. Questo vale per i poeti giapponesi tanto quanto per gli occidentali. Lo Haiku è l’arte di comunicare un’immagine, un sentimento o una situazione nello spazio di un respiro. In tre righe, (…) , chi scrive Haiku cerca di catturare una situazione fugace, e come in un’istantanea, di fissare un momento ben preciso che se non venisse trascritto rischierebbe di sparire nel tempo”.

Ma non si tratta solo di evocare immagini. La poesia sa interagire con i miei ricordi, il mio vissuto, il mio senso del bello, della gioia, del dolore. E quindi con la mia pelle, con i miei occhi, con il mio battito cardiaco, con la quantità e qualità stessa dei neurotrasmettitori che rilascia nel corpo il mio sistema endocrino in risposta alle sue sollecitazioni: o sotto forma di ormoni della felicità9, o dello stress10.

Vladimir Nabokov aveva intuito benissimo questo legame, e diceva che “non si dovrebbe leggere con il cuore o il cervello, ma con il corpo”.

Dentro una poesia io posso passeggiare, deliziandomi e riposando dalle corse del giorno, posso tornare bambina, o rivivere e piangere un amore perduto come se fosse ieri, viaggiando nel tempo.
Proviamo? Un esempio tra milioni: “Si muero”, di Pablo Neruda. “Se muoio“.

Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso nè i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.

Vivi nella mia assenza come in una casa.
E’ una casa sì grande l’assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell’aria.

È una casa sì trasparente l’assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente.

Come state?
Io nodo alla gola, occhi lucidi. Brividi. E la leggo 100 volte all’anno! Non c’è volta che questo componimento non mi commuova. Leggendolo, a volte scivolo al mio passato, a volte volo al mio futuro, a volte esploro il mio presente, il tutto in pochi secondi, e in modo così pieno di pathos che mi sento cadere e commuovere, sempre.
Perché sembra uscita da me. Dalla mia vita. Torna a me ogni volta con forza nuova.

La poesia, può persino farmi sfiorare per qualche breve istante i barbigli del divino, con il suo carico evanescente di fede e di amore assoluto, di cui solitamente sento la presenza solo quando l’aria si fa più sottile.

Per dimostrarvi come la poesia sia in grado di avvicinarci anche al divino, non vi riporterò tra le ultime strofe abbaglianti del Paradiso XXXIII di Dante; solo perché magari le conoscete già bene. Vi presento invece Rumi. 

Per chi non lo conoscesse, Jalal Ad-Din Rumi fu definito “il san Francesco dell’Islam” e “il Dante dei persiani”: in occasione degli 800 anni dalla sua nascita nel 2007 è stato presentato al mondo dall’UNESCO come “uno dei più grandi umanisti, filosofi e poeti appartenenti all’umanità intera”.
Rumi fu un mistico e un poeta dell’amore, un amore declinato in tutte le direzioni, omnicomprensivo: verso Dio, verso la verità, verso la coerenza con la propria natura, verso la morte come sublimazione e ritorno e non dispersione, verso la creazione, verso il partner, i figli, le creature viventi, e l’intero cosmo.

Scegliere tra la sua opera è come offrirvi una fogliolina per spiegare la foresta pluviale, ma provo a darvene un assaggio.

Ecco qualche sua riga preziosa. Un bel respiro, e si parte, con direzione: il divino.

Nella Tua Luce ho imparato ad amare,
nella Tua Bellezza a scrivere poesie.
Danzi nel mio petto,
dove nessuno può vederti,
ma qualche volta io Ti vedo,
e quella Luce diviene quest’arte.
Ero neve, tu mi hai fatto sciogliere.
Il suolo mi ha assorbito.
Nebbia dello spirito, ritorno verso il sole.

Lascia il mondo e ne sarai signore,
esci da te, sarai compagno di Dio.
Dàtti, tu freccia, all’arco del Signore,
che egli ti scocchi rapido al tuo segno.
Cresci, tu grano, e sii campo di spighe,
poi lasciati mietere nel giorno della falce;
fatti nel forno ardente pane al mondo,
lascia lieto la terra e sarai stella.

Sai che cosa sei? Sei un manoscritto di una lettera divina.
Sei uno specchio che riflette un volto nobile.
Questo universo non è al di fuori di te.
Guarda dentro te stesso, tutto ciò che desideri è già lì.

Ecco.
Come state? Che vi definiate atei, agnostici, credenti della domenica o Bodhisattva risvegliati, come vorrei sapere cosa vi suscitano queste parole!

Io alla fine di alcuni suoi componimenti provo sempre un brivido

mentale, come se mi fossi avvicinata tantissimo a una verità enorme e bellissima di cui percepisco appena la portata. In quei brevissimi istanti io sono lì, in presenza del divino.
A millimetri.
In quei brevissimi istanti mi viene da dire che il cuore si “allarga”. 

Cioè? Cosa sta succedendo al mio “kokoro”?

Muoviamo qualche piccolo passo nella storia delle neuroscienze: anche se ad oggi la scienza divide i processi di pensiero in due grandi aree, il cervello conscio e il cervello subconscio, nel 1972 lo scienziato Paul Donald MacLean aveva ipotizzato una teoria che ci aiuta a spiegare molto bene l’interazione tra lettore e poesia, con il beneplacito degli esperti di neuromarketing.

MacLean introdusse infatti la tesi che ammetteva la presenza di ben “tre diversi cervelli all’interno della nostra scatola cranica: un cervello rettile (quello più antico, responsabile del 95% delle nostre funzioni vitali pur occupando uno spazio molto esiguo, circa il 5% della massa cerebrale complessiva), il cervello limbico (quello che si sarebbe sviluppato più tardi, responsabile dei processi emotivi) e la neocorteccia (la parte di sviluppo più recente, in termini evoluzionistici, responsabile di ragionamenti– anche se fallaci – di calcoli e di tutto quello che riguarda la logica.”11a

Ecco. Nei momenti in cui ci si abbandona alla lettura di una poesia, succede che:

  • La mente smette di demandare prepotentemente schemi e soluzioni logiche alla neurocorteccia.
  • Il cervello rettile – deputato a cercare cibo, alla riproduzione e alla difesa dai pericoli – tace, in quanto per lui non c’è nulla da fare.11b
  • La mente cede il passo alle emozioni del sistema limbico, abbandonandosi a un vago senso di “dolce, mistico ritorno a casa”

Come gli spartiti di un brano musicale, la poesia è comunicazione nero su bianco sempre pronta e in attesa di venire letta e messa in atto, vissuta con le emozioni e le rivelazioni che essa stessa evoca nel lettore.

È una forma di linguaggio sospeso e cristallizzato, ma con una vitalità potente: si risveglia grazie a chi la legge, come un seme che germina in presenza di acqua.

Essenza nata dal vissuto del suo creatore, essa ha la capacità di transitare dal mondo del poeta a quello del suo lettore, raggiunto il quale essa ridiventa da capo materia prima per il cuore e per il corpo, dove si attiva sotto forma di sensazioni, emozioni, e reazioni molto soggettive e private. Pur essendo per natura un estratto di pura soggettività, la poesia prende vita proprio quando diventa oggetto dell’attenzione altrui.

È emozione immobile ma capace di viaggiare velocissima e precisissima,
è comunicazione che acquista significato e potenza solo viaggiando da una mente all’altra.
Praticamente il sogno di ogni comunicatore.
E di ogni pubblicitario.

A cura di Silvia Rollino – Copywriter e creativa bilingue
via https://ottosunove.com

 

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