PRIMARK è successo davvero, non è leggenda metropolitana

Tutti almeno una volta abbiamo sentito raccontare la storia del biscotto della fortuna che, invece della solita banale citazione, conteneva una richiesta d’aiuto.

È una delle leggende metropolitane più diffuse , ma in questo caso non c’è nulla di leggendario, è tutto vero.

Nel 2013 la britannica Primark finì nell’occhio del ciclone, per una serie di etichette che denunciavano le condizioni di lavoro inumane, a cui erano costretti gli operai in Bangladesh.

Le proteste degli utenti furono molto forti, in Italia non ne abbiamo saputo nulla, solo perché all’epoca Primark non era ancora sbarcata nel nostro paese.

A peggiorare le cose, dopo lo scandalo delle etichette, arrivò la notizia ben più tragica del crollo Rana Plaza, il palazzo di Dacca dove aveva sede un laboratorio di Primark.

I dati vanno presi con le dovute cautele, perché non sapremo mai i numeri reali, ma si parlò di 1130 vittime.

Questo ha alimentato ulteriormente l’antipatia per il marchio, con danni economici molto rilevanti.

Va detto che nel Rana Plaza non aveva sede solo il laboratorio Primark, ma anche quelli di altri colossi dell’abbigliamento low cost, come Mango, le vittime non erano solo dipendenti Primark.

Come ci hanno insegnato i casi di Nike e Nestlé, è inutile sperare che questi colossi intervengano sui fornitori perché lo ritengono umanamente giusto.

Le condizioni dei lavoratori in Bangladesh non interessano agli alti dirigenti di queste aziende, ma i fatturati invece sì.

Nell’epoca di internet un boicottaggio può generare perdite paurose, già negli anni ’90 lo scandalo Nike danneggiò pesantemente il colosso americano.

Oggi essere eticamente “puliti” non è più facoltativo, ma una condizione indispensabile.

di Fortunato Monti

 

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