Salary Satisfaction Report 2021, i dati sugli italiani

Mag 18th, 2021 | Di Redazione | Categoria: Breaking News


Gli italiani sono soddisfatti della propria retribuzione? Che fattori (meritocrazia, trasparenza, equità rispetto al ruolo ricoperto e alle competenze richieste, ecc.) incidono su quanto i lavoratori sono contenti del proprio salario? O, ancora, quali categorie di lavoratori mostrano una maggiore soddisfazione salariale?

E, più in generale, quanto rosee sono le aspettative future nel contesto di un mercato del lavoro in profonda trasformazione? A queste e molte altre domande ha provato a rispondere il Salary Satisfaction Report 2021 di JobPricing.

Più soddisfatti che in passato, ma non ancora a sufficienza: quanto gli italiani sono contenti del proprio stipendio

Una buona prima notizia sembra essere che la soddisfazione generale dei lavoratori italiani per il proprio stipendio è cresciuta nel corso del 2020 di quasi un quinto rispetto all’anno precedente: la percentuale di chi ha espresso giudizio positivo è cresciuta dal 34% del 2019 ad almeno il 46% nel 2020, mentre quella dei lavoratori che si sono detti completamente insoddisfatti è scesa dal 26,3% al 18,9%.

Il quadro è meno rassicurante, però, se si va a guardare il livello medio di soddisfazione salariale degli italiani: per quanto sia cresciuto rispetto al 2019, rimane molto al di sotto della sufficienza, attestandosi su una scala da 0 a 10 intorno al 4.4.

Dirigenti e quadri sembrerebbero leggermente più soddisfatti della propria retribuzione rispetto ad altre categorie di lavoratori, operai soprattutto, e lo stesso si può dire per chi lavora in un’azienda medio grande o nel comparto dei servizi finanziari. La soddisfazione salariale degli italiani cresce, fino quasi a raggiungere la sufficienza, anche se, oltre alla sola quota fissa dello stipendio, si considerano incentivi a lungo termine, premi non monetari e benefit personali offerti ai lavoratori e la possibilità di contare su iniziative di welfare aziendale.

Stando ai dati del Salary Satisfaction Report 2021, gli italiani sembrerebbero particolarmente insoddisfatti di tutto ciò che ha a che vedere con la capacità delle aziende di premiare il merito (quando si tratta di meritocrazia, il livello di soddisfazione cala al 3.9) e con la facilità di comprensione dei sistemi tramite cui vengono attribuiti premi, aumenti, promozioni (in questo caso il livello di soddisfazione degli italiani cala al 4.4).

Più soddisfatti sembrano, invece, quando si tratta di rapportare le proprie entrare mensili con competenze e responsabilità richieste dal proprio ruolo e con la paga media nel proprio settore di riferimento (alla voce “equità” la soddisfazione salariale si attesta al 4.6 e a quella “competitività” al 5)

La pandemia ha influito sulla soddisfazione degli italiani per la propria retribuzione?

La rilevazione di quest’anno non può non risentire, comunque, di un certo “effetto pandemia”: sulla soddisfazione salariale degli italiani, cioè, non possono non aver inciso l’emergenza sanitaria e le sue implicazioni di ampio spettro sul mercato del lavoro.

Lo hanno fatto in maniera per certi versi sorprendente e inaspettata: quando al campione di JobPricing è stato esplicitamente chiesto di pensare a quanto soddisfatto fosse del proprio salario alla luce di quanto successo nel corso del 2020, infatti, il livello di soddisfazione generale si è alzato (al 5.1 dal 4.4 di partenza), con il 57% dei dipendenti che si è detto «abbastanza soddisfatto» o «molto soddisfatto» della propria paga.

Ciò sembrerebbe particolarmente vero per chi ha lavorato in aziende che sono riuscite a non risentire degli effetti della crisi e per chi è riuscito a mantenere fissi la propria posizione e il proprio salario anche se la propria azienda è stata impattata in maniera fortemente negativa dalla pandemia (tra gli ultimi il livello di soddisfazione generale cresce al 4.8%).

Stando ai commenti dei curatori del Salary Satisfaction Report 2021 sembra, insomma, che il solo essere riusciti a guadagnare in tempi di pandemia come l’anno prima sia motivo di soddisfazione per molti lavoratori italiani, come lo è l’aver risparmiato in spese correnti (per trasporti, pasti, ecc.) grazie allo smart working e l’essere riusciti a migliorare, per la stessa ragione, il work life balance.

Anche l’aver guadagnato di più grazie agli straordinari e l’aver usufruito della cassa integrazione sembrano essere tra le ragioni di soddisfazione degli italiani.

Di fronte all’emergenza sanitaria, comunque, i dipendenti sembrano aver apprezzato la capacità dei propri datori di lavoro non solo di continuare a offrire loro le stesse condizioni lavorativo-retributive ma anche i migliori standard di sicurezza e tutela della salute: a fronte di più del 58% del campione che si dice soddisfatto anche in questo senso, c’è una percentuale piccola (del 2%) di lavoratori italiani che sarebbe disposta a cambiare azienda per sentirsi più tutelata anche di fronte al rischio sanitario e che lo farebbe anche a costo di una riduzione del salario.

La fiducia lavorativa degli italiani messa alla prova dal coronavirus

L’effetto pandemia sulla soddisfazione dei lavoratori italiani si noterebbe anche sulle aspettative per l’immediato futuro: la fiducia che hanno nel 2021 si rivela di fatto neutra (sempre su una scala da 0 a 10, si attesta a 5.5), con nessuno o quasi che si attende quest’anno grosse svolte professionali (poco più di un quinto del campione del Salary Satisfaction Report 2021 si dice convinto che la propria retribuzione possa aumentare nei prossimi 12 mesi, contro l’oltre 67% che crede che la stessa rimarrà invariata). Le aspettative degli italiani sembrano, insomma, del tutto in linea con i trend del mercato del lavoro per il 2021.

Quanto conta la soddisfazione salariale nella scelta del posto di lavoro: i dati del Salary Satisfaction Report 2021

Quest’anno più che mai, ottenere una promozione, trovare una posizione più in linea con il proprio profilo professionale o, anche, continuare a fare job hopping (forse la tendenza occupazionale da tenere più sott’occhio quando si tratta di giovani millennials e giovanissimi della generazione z alle prese con il mercato occupazionale) potrebbe risultare quanto mai difficile.

Se c’è una cosa che non si può dire è infatti che, anche in tempi di crisi, la paga sia l’unico criterio o il criterio principale per scegliere il posto migliore in cui lavorare. Stando ancora ai dati del Salary Satisfaction Report 2021, la retribuzione fissa sarebbe al primo posto tra i criteri di scelta solo per chi si trova a dover decidere se cambiare azienda o meno. Chi si trova, invece, a dover scegliere tra più alternative occupazionali tiene in egual considerazione anche altri fattori come la possibilità di stabilire relazioni interpersonali positive e di valore con superiori e colleghi o l’essere coinvolto in attività interessanti e stimolanti.

Stando a una ricerca condotta da Techyon sul mercato delle professioni ICT, una delle tattiche più utilizzate dalle risorse umane per attrarre talenti e professionisti di alto profilo nel settore è offrire loro la possibilità di lavorare con tecnologie innovative, all’avanguardia e che nessun altro nel campo o quasi utilizza ancora.

Anche ai fini della employee retention i soli aspetti retributivi contano meno di quanto si immagini: chi, a fronte di altre opportunità di lavoro, sceglie di restare nella propria azienda lo farebbe, ancora, per via delle relazioni che ha intessuto con capi e colleghi, per la flessibilità nell’organizzare al meglio anche la propria vita privata che l’attuale impiego gli garantisce o perché è soddisfatto dell’ambiente di lavoro.
quanto conta la paga in come gli italiani scelgono il lavoro

Secondo il Salary Satisfaction Report 2021 donne e uomini in Italia non sono ancora parimenti soddisfatti del proprio salario

Letti in chiave di genere, i risultati del Salary Satisfaction Report 2021 sembrano confermare infine le ipotesi secondo cui le lavoratrici donne avrebbero sofferto più dei propri colleghi uomini gli effetti negativi della pandemia (con il 98% dei licenziamenti che riguardano, per esempio, proprio questa categoria di dipendenti).

La soddisfazione complessiva delle italiane si attesta a livelli decisamente più bassi della media e di quelli dei propri colleghi uomini (con un punteggio medio di 3.9 contro 4.6). Le lavoratrici italiane sembrerebbero essere state quest’anno particolarmente insoddisfatte della meritocrazia sul posto di lavoro e di quanto la propria retribuzione fosse soppesata alle proprie performance (qui i livelli di soddisfazione registrati dal Salary Satisfaction Report 2021 scendono, infatti, rispettivamente a 3.4 e 3.5).

Divise sembrano essere le lavoratrici donne, invece, nei confronti di smart working e lavoro da remoto : c’è chi, parimenti ai propri colleghi uomini, li considera un’opportunità per gestire meglio lavoro e tempo libero e passioni personali e chi, invece, si dice completamente insoddisfatta dal dover lavorare da casa, specie se ha lavorato completamente in telelavoro per tutta la durata della pandemia o se l’home working è stata una soluzione solo “emergenziale” adottata dalla propria azienda.

Il sospetto è che, come si sottolinea nel report, questa insoddisfazione dipenda dal fatto che sulle lavoratrici donne in smart working sia gravato in questo periodo d’emergenza anche «il lavoro di cura della casa, dei figli e degli anziani».

Così il gender pay gap riduce la soddisfazione salariale delle italiane

La pandemia sicuramente non ha fatto che aggravare una situazione già critica di suo. La maggiore insoddisfazione delle lavoratrici donne non può che dipendere, infatti, da una disparità salariale che non è certo figlia dell’attuale emergenza sanitaria. Da tempo il Global gender gap Report colloca l’Italia in basso nella classifica dei paesi in cui, in più campi e in particolar modo in quello lavorativo e retributivo, si può dire raggiunta una certa parità di genere (secondo l’edizione del 2020 è solo 76esima).

Per guardare direttamente ai numeri, quelli riferiti agli ultimi dodici mesi non sono poi così diversi dai dati sul gender pay gap in Italia nel 2019. Secondo i dati dell’Osservatorio sulle retribuzioni degli italiani, riportati dal Centro Studi UIL, la retribuzione netta di una donna è in media di 1367€ mensili, contro i 1477€ per un uomo (con una differenza cioè di oltre 100€ al mese).

Il quadro peggiora se si considerano solo le lavoratrici che hanno un più basso inquadramento in azienda: qui in media lo scarto rispetto a quanto guadagnano i propri colleghi uomini diventa del 15%, con buste paga che da contratti nazionali del lavoro si aggirano in media sui 1418€ per un uomo e 1200€ per una donna.

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