Sanzioni anti-Russia, efficaci o boomerang per l’Europa? Cosa dicono i numeri

Pochissimi giorni fa, non senza difficoltà, è arrivata l’intesa sull’embargo (solo via mare, secondo molti un po’ al ribasso) al petrolio russo. Non si ferma dunque il pressing Ue su Mosca ma l’interrogativo è sempre lo stesso: le sanzioni rischiano davvero di fare più male a noi o i numeri dicono altro? Teleborsa lo ha chiesto a Matteo Villa, a capo del DataLab dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

“Parlando di sanzioni in generale – spiega Villa – alla Russia stanno facendo molto più male, quantomeno al momento.

Nel breve periodo, la recessione in Russia è 5 volte circa più forte rispetto al rallentamento economico della crescita al quale assistiamo nel resto del mondo e parlo del peggior rallentamento economico che è quello di Italia e Germania che sono molto più legate a Mosca rispetto ad altri paesi e che dell’effetto delle sanzioni risentono molto.

Il FMI ha rivisto al ribasso la previsione di crescita per il nostro Paese, con un taglio di circa l’1 e mezzo, subito dopo la Germania con un taglio dell’1,7% e probabilmente le cose andranno un po’ a peggiorare nei prossimi mesi.

Ma in Russia non va di certo meglio, anzi: lo stesso Ministero delle Finanze russo stima un -8% di PIL quest’anno. C’è poi da considerare che le sanzioni avranno un effetto, se continueranno, anche sul medio e lungo periodo specie calcolando che Mosca è costretta a rivedere una parte importante della propria industria per cercare di sopperire a tutto ciò che l’Occidente non le vende e questa forzata riconversione avrà un forte effetto nel medio periodo in Russia. Questo, appunto, in generale sulle sanzioni che non sono energetiche, sugli energetici invece ci sono tanti rischi di cui dobbiamo parlare perchè dobbiamo evitare che colpendo la Russia non si finisca per colpire noi stessi”.

“L’ Europa si sta già autosanzionando non importando prodotti petroliferi e sono, in particolare, tre le variabili da prendere in considerazione e cioè quanti volumi di petrolio la Russia esporterà in tutto il mondo, quindi a noi ma anche agli altri, quanto riuscirà a sostituire gli europei; la seconda è qual è il prezzo del Brent quindi il prezzo del greggio internazionale, infine la terza, ossia qual è il prezzo a cui la Russia vende il suo di petrolio, per noi il benchmark è Urals, il prezzo del petrolio russo. Intanto, ho fatto un po’ di calcoli e per esempio ad aprile con le autosanzioni che avevamo, quindi con la non voglia dell’Europa di comprare petrolio russo, il costo – ossia i mancati guadagni per la Russia erano di circa 600 dollari a cittadino in un anno, un bel colpo”.

“In pratica, dalle autosanzioni ogni cittadino in Russia perdeva qualcosa come il 5% del proprio reddito in un colpo solo in un anno; facendo la stessa cosa verso l’Unione europea, quindi per i cittadini dell’Unione europea, si traduceva in una perdita (ovviamente anche noi abbiamo una perdita perchè costa di più la benzina e costa di più un po’ tutto) di 150 dollari, più o meno 150 euro visto che siamo vicini alla parità all’anno, quindi in realtà eravamo messi meglio. Inoltre, 600 euro per un russo che ha già un PIL procapite molto più basso rispetto a quello europeo è molto più forte come perdita rispetto a 150 euro per noi”.

Ma – spiega Villa – “c’è un problema: se prendiamo maggio la forbice inizia a chiudersi e questo perchè è salito molto il prezzo del brent siamo sopra i 120 dollari al barile, quindi le nostre autosanzioni e alcune dinamiche internazionali del prezzo del petrolio, domanda e offerta del greggio, hanno fatto sì che a maggio il prezzo del petrolio fosse molto elevato, il che significa che noi iniziamo a perderci di più (risale il costo della benzina eccetera, malgrado gli interventi governativi) e la Russia inizia a perderci sempre meno.

Come andrà da qui a fine anno?

“Non lo sappiamo, quindi bisogna stare attenti ogni mese e monitorare, quello che per ora riusciamo a capire dai dati di esportazione della Russia è che anche sul fronte dei volumi Mosca sta riuscendo in buona parte a sostituire i clienti occidentali con clienti altrove. Non è detto però che sarà sempre così o che sarà sempre rapido, per adesso sta vendendo all’India, altre cose le vediamo arrivare verso la Cina e al momento la perdita è abbastanza marginale, circa il 10% della sua produzione. Questo per dire che sono sanzioni che rispetto a quelle generali (mi riferisco a quelle che evitano per esempio le esportazioni verso la Russia di prodotti occidentali ad alta tecnologia e tutta una serie di prodotti che non sono neanche alta tecnologia ma prodotti finiti, fanno mancare i bottoni, la carta, che fanno tornare a produrre macchine sovietiche) hanno un effetto più difficile da stimare e più controverso, paradossalmente possono fare male anche a noi”.

Intanto, Bruxelles apre al tetto al prezzo del gas: proposto all’Europa da Draghi, è stato adottato dai governi di Spagna e Portogallo, con ingenti benefici per i consumatori. E’ la soluzione giusta o potrebbero esserci degli “effetti collaterali”?

Partiamo col dire che lo hanno già fatto Spagna e Portogallo, chiarisco anche che non si tratta di un tetto del prezzo al gas ma un tetto del prezzo al gas quando produci elettricità quindi per le centrali elettriche che vanno a gas e ovviamente è un’idea per abbassare la bolletta elettrica. La Spagna lo ha fatto e si tratta comunque di un meccanismo che ha delle controindicazioni.

Il mercato funziona così: il prezzo orario e anche al minuto dell’energia è fissato dall’ultima fonte che produce, quindi se è il gas l’elettricità costerà in base a quanto costa a una centrale a gas produrre elettricità. Ne deriva che tutte le altre fonti che entrano sempre nel sistema producendo elettricità che magari producono a minor costo sono avvantaggiate.

L’idea di ridurre questo prezzo funziona per Spagna e Portogallo nel breve periodo perchè riduce il prezzo dell’energia elettrica per tutti ma lo riduce soprattutto se il gas utilizzato per fare elettricità in un Paese è poco.

Prendiamo la Spagna dove solo il 15% dell’elettricità prodotta è prodotta con gas, per il resto sono rinnovabili, un po’ di carbone eccetera. Dunque, usando il gas solo per il 15% dell’elettricità prodotta, sostanzialmente tu abbassi il prezzo ai produttori di gas che quindi producono in perdita, ovviamente lo abbassi a sufficienza da non mettere in perdita tutte le altre fonti quindi il carbone eccetera, tutte le altre fonti continuano a produrre in profitto ma gli riduci il profitto.

Questo ha due conseguenze : devi ricompensare i produttori a gas altrimenti vanno fuori mercato, quindi ci sono meccanismi compensativi. In pratica, il Governo dice ti dò dei soldi, ma da dove li prendo? Dalle tasse. Ovviamente si compensano solo i produttori a gas non gli altri che comunque continuano a fare un profitto.

Questo è fondamentale per capire qual è il punto: io abbasso il prezzo del gas e ricompenso solo i produttori a gas che stanno producendo in perdita, se i produttori a gas nel mio sistema elettrico sono pochi va bene perchè tanto ho ricompensato solo loro e ho abbassato il prezzo per tutti, invece se come in Italia fare elettricità significa per il 40% usare gas significa ricompensare tutti quelli, tutte le centrali a gas che entrano nel sistema per tot tempo e in teoria per il 40% del totale dell’energia prodotta.

“Questo meccanismo già ci fa capire una cosa: che si introducono asimmetrie tra Paesi a seconda di quanto gas viene utilizzato per fare elettricità e l’Italia è svantaggiata perchè il nostro sistema va molto a gas e finchè non riduciamo la quota gas saremo sempre svantaggiati rispetto agli altri. La prima distorsione dunque è questa: sbilanciare la competitività tra paesi nel breve periodo perchè alcuni beneficiano molto più di altri del prezzo del gas e sono quelli che già adesso utilizzano meno gas”.

“Poi c’è un secondo aspetto che riguarda la transizione: se vogliamo accelerare, i prezzi del gas che fanno male ai consumatori e alle bollette nel breve periodo sono invece importanti nel lungo periodo per segnalare al mercato che lì c’è una carenza di qualcosa e c’è un’opportunità nell’investire nelle rinnovabili

Guerra da una parte, inflazione dall’altra: la sicurezza alimentare globale è davvero a rischio?

“I prezzi alimentari – spiega ancora Villa – stavano aumentando da circa un anno e mezzo, ossia dal post pandemia ed erano già abbastanza alti, ciò significa che non possiamo attribuire tutta la colpa alla guerra ma chiaramente eliminare decine di tonnellate di grano dal mercato porta alla situazione attuale e ci muoviamo sicuramente in un perimetro molto pericoloso.

Del resto, basta guardare l’indice di prezzi alimentare della FAO o della World Bank che hanno superato i massimi del 2011, anno che per il Mediterraneo fu l’inizio della primavere arabe, le rivolte del pane in Tunisia, a maggio si sta stabilizzando ma resta su livelli molto elevati. Assistiamo, dunque, a qualcosa di estremamente pericoloso per tutti, soprattutto per i non europei.

L’Europa nel breve periodo è abbastanza tranquilla dal punto di vista della sicurezza alimentare, il problema sono gli altri, sappiamo bene però che siamo un po’ tutti collegati , cito lo Sri Lanka un paese che è fallito, che ha dovuto dichiarare bancarotta perchè non poteva permettersi di pagare le importazioni di grano e lo vedremo purtroppo in parecchi altri posti.

Sarà un anno complicato per tutti con tante pressioni perchè Putin ha scelto un gioco pericoloso che mette in questione anche la sua credibilità, ossia non sblocco dal punto di vista monetario la questione del grano finchè voi non sollevate le sanzioni”

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