Scienza e Comunicazione di Marina Martorana

Il narcisismo patologico, ahinoi, dilaga anche tra medici e ricercatori. Si dovrebbe comunicare con molta più attenzione ogni notizia di forte impatto nella collettività invece di optare, perlopiù, all’effetto catalizzatore.

Bisogna far subito una precisazione. Non mettiamo in discussione la scienza ma i modi. La recentissima pandemia ha scoperchiato paludi di ignoranza, ma la colpa va spartita tra narcisisti insigniti di laurea ad hoc, i canali d’informazione e persone con livello medio-basso di istruzione. Siamo equi.

Comodo attribuire ai social gestiti da webeti gli insuccessi comunicativi e i conseguenti sproloqui. In un momento tragico come quello vissuto abbiamo visto , o meglio, ascoltato numerosi scienziati e pseudo tali, ognuno con la sua teoria sul Covid, a iniziare dal vaccinarsi o meno in poi. Cosa può evincere un pubblico ignaro in materia dai risvolti psicologici dei vari dibattiti contraddittori, riportati dai media?

Il fatto che tizio, per brillare su Caio, lo smentisca é troppo spesso mera conseguenza dell’epoca in cui viviamo, in cui tutti vogliono essere numeri uno e si acchiappano la loro porzione di protagonismo sperticandosi in teorie perlopiù in antitesi con la più accreditata per attirare l’attenzione. E poi, magari, intraprendere la carriera politica. Fregandosene bellamente della società che ascolta gli specialisti per capire.

Vien da sé che in tale marasma nascano pure i finti esperti, o meglio persone deluse, amareggiate, frustrate e a loro volta ansiose di emergere che fondano movimenti razionalmente strampalati, come per esempio quello dei terrapiattisti.

Per carità, non stiamo giustificando le scemenze semplicemente, invece di giudicare i buoni e i cattivi, si tenta di far un po’ di ordine nel gran caos di informazioni.

Fidatevi della scienza. La velocità della luce non si attribuisce a maggioranza”, diceva Piero Angela, il serio divulgatore scientifico mancato di recente. Già, ma quale scienza? La vera disciplina che conta anni di ricerche, di verifiche, di studi, di eccellenti confronti accademici e pratici svolti da accreditati professionisti o l’improvvisata, escogitata dal capobanda del quartiere?

Non eccellente il ruolo dei media che a loro volta, invece di vagliare con molta attenzione ospiti, interviste e dichiarazioni del mondo scientifico, cercano l’effetto per catalizzare lettori e telespettatori.

Sempre per esemplificare, il vaccinarsi ha ragioni storiche e fondate. Non tutti, per età o per disinformazione, hanno idea di cosa sia stata la poliomielite per la società. La grave malattia infettiva debellava o rendeva paralitiche circa mezzo milione di persone all’anno e, in Europa, é stata sconfitta solo nei primi anni Duemila. Purtroppo, a livello mondiale, continuano a verificarsi casi – a causa della scarsità di vaccini – provenienti principalmente dai tre Paesi dove la poliomielite è ancora endemica Afghanistan, Nigeria, Pakistan e Stati confinanti.

 

Ricordiamo per amore di cronaca che quando lo scienziato americano Jonas Salk annunciò, nell’aprile del 1955, di aver sviluppato con successo il vaccino contro la poliomielite la notizia fu accolta in tutto il mondo con momenti di giubilo collettivo.

Campane a festa nelle città, fabbriche ferme e persino processi nei tribunali sospesi per permettere alla gente di ascoltare la notizia alla radio e festeggiare. Sin dal 1939, intanto, l’esimio collega polacco Albert Sabin svolgeva ricerche tra microbiologia e virologia. Finché , alla fine degli anni Cinquanta, introdusse un vaccino orale che sostituì quello di Salk.

Il vaccino anti-polio di Sabin divenne obbligatorio in Italia nei primi anni Sessanta, provocando la scomparsa della malattia dal nostro Paese, come in tutti gli altri che lo adottarono.

Non stiamo adesso a rammentare anche quante vite abbiano salvato il vaccino per il vaiolo (e, di recente, come avrete letto o sentito è spuntato pure quello cosiddetto delle scimmie) o gli antibiotici, e mille altre scoperte che sono state straordinari traguardi scientifici per l’umanità.

Passiamo alla divulgazione. Che, come osservavamo prima, al momento risulta un tantino sciatta. Peccato ascoltare sciocchezze. La scienza, per sua natura, é portatrice di innovazioni.

Da Aristotele, Archimede e altri geniali Greci della civiltà ellenistica a Galileo Galiei, ritenuto il padre della scienza moderna: nel Seicento elaborò la teoria eliocentrica di Copernico, per cui non la Terra, ma il Sole si trova al centro del sistema e i pianeti girano intorno con moto rivoluzionario. Insomma, solo con lui abbiamo iniziato a capire come é fatto il mondo.

Importantissimo quindi saper comunicare correttamente i risultati di nuovi esperimenti che, via via, contribuiranno al nostro progresso.

Come? Per iniziare, usando un linguaggio semplice, chiaro, comprensibile a chiunque. Albeno, carpello, adenosintrifosfati… Bando a paroloni che, spesso, sono usati da tizio o caio per celare una incapacità scientifica di fondo.

Per lo stesso motivo, sciorinare cifre, formule e numeri può essere solo il paravento degli incapaci. Intendiamo nel rivolgersi alla massa, ovvio che durante i convegni specialistici tutti gli addetti ai lavori parlino lo stesso linguaggio e ne comprendano i significati.

Altro accorgimento per farsi capire dalla collettività consiste nell’esemplificare i concetti, in modo da renderli fruibili. Vien da sé che per fare un esempio calzante sia necessario l’aver ben compreso la teoria.

Non certo ultimo, bisogna essere coerenti nel comunicare. Mai puntare al sensazionalismo, ahinoi, tanto amato dai vari pseudo scienziati per far convergere le attenzioni su di sé. E, consequenzialmente, generare solo confusione se non sbigottimento

Se ancora non esiste certezza, utilizzare il condizionale: “sarebbe, dovrebbe essere, potrebbe”. Prassi corretta e amata dai seri divulgatori scientifici, mentre i narcisisti puntano su affermazione o negazione, sì o no. Credendo così di risultare pubblicamente più preparati, i migliori sul campo. Invece dubbio e scienza sono sempre andati a braccetto, un confronto inevitabile per arrivare a risultati oggettivi.

Ma é altamente probabile che chi usa la scienza per sua autocelebrazione manco se ne sia reso conto.

di Marina Martorana
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