Sotto il token niente: gli Nft sono passati di moda prima ancora di capire che cosa fossero

C’è qualcosa di più volatile delle criptovalute? Sì, certo. Sono gli Nft: i Non-fungible Token. Diritti di proprietà digitali di oggetti, anch’essi digitali o reali, che nascono nelle piattaforme di blockchain – le stesse da cui si sono originate le criptovalute – e che vengono comprati e venduti in rete, pagando e incassando esclusivamente criptovalute.

I loro valori, da mesi, stanno andando sull’ottovolante, come e più di quelli delle criptovalute. Per il mondo dei Bitcoin e degli Ether questo è un momento di “crypto winter”: vuol dire che le cose vanno male.

Secondo gli analisti di Dapp Radar, tra i più accreditati sul mondo del Web 3.0, la capitalizzazione totale delle criptovalute ha perso il 65% da gennaio scorso ad oggi.

E ancora peggio è andata agli Nft, che hanno lasciato sul terreno l’82% del loro valore. Ma in questo mondo anche i dati sono volatili, e secondo un altro centro di analisi, Dune Analytics, la perdita sarebbe ancora peggiore: il 97%. I volumi di Nft scambiati nel gennaio 2022 erano stati di 17 miliardi di dollari. A settembre il dato era sceso ad appena 466 milioni di dollari. 

È chiaro, allora, che gli Nft siano in crisi e che il crollo registrato negli ultimi mesi equivalga allo scoppio di una bolla. Ma una bolla esattamente di che? Ecco, il problema è questo. «Il mercato è esploso prima che si arrivasse a capire a che cosa servissero effettivamente gli Nft», spiega Valeria Portale, responsabile dell’Osservatorio Criptovalute e blockchain del Politecnico di Milano. 

Partiamo dall’inizio. Due anni fa, settembre 2020, gli Nft erano poco più che un’idea: 300 compratori in tutto il mondo; un volume di transazioni giornaliere attorno ai 50 mila dollari. Poi, dal gennaio 2021 il mercato inizia a salire ininterrottamente per un anno. All’inizio a fare notizia (e soldi) sono stati i primi Nft legati a beni fisici, specie nel mercato dell’arte e della musica. Era una specie di crowd investment: si potevano comprare quote di un’opera d’arte.

Nel giugno del 2020 il pittore scozzese Trevor Jones ha digitalizzato come Nft un suo quadro a olio, “Il toro di Picasso”. Inizialmente ne ha prodotte 9 versioni, vendute a 750 dollari ciascuna. Poi, in pochi mesi, complice il boom delle criptovalute, attraverso cui venivano pagate le opere, la quotazione è lievitata fino a 55mila dollari. Nel frattempo Jones aveva anche venduto il quadro originale, fisico, per 50 mila dollari, ossia 5mila in meno degli Nft. Ecco l’origine della bolla.

Man mano che i compratori sui marketplace digitali degli Nft crescevano di numero e il valore delle criptovalute di riferimento decollava, tutto il mercato degli Nft si è gonfiato. A quel punto tutti hanno iniziato a produrre opere digitali da gettare su un mercato che sperava di aver trovato la nuova “big thing”. Si è cominciato a vendere e a digitalizzare di tutto.

L’ex ceo e fondatore di Twitter Jack Dorsey ha venduto l’Nft del suo primo tweet del 2006 per 2,9 milioni di dollari. Un tweet di Elon Musk, il fondatore di Tesla, è stato venduto per 1,1 milioni di dollari. Nel marzo di quest’anno Christie’s – la più grande casa d’aste al mondo – ha battuto la sua prima opera d’arte nativa digitale, “Everydays: The First 5000 Days”, creata da Mike Winkelmann, artista più noto come Beeple.

Le quotazioni, partite da 100 dollari, sono arrivate a superare i 69 milioni di dollari. «Le cose hanno preso a viaggiare alla velocità della luce – continua Portale – Si sono creati Nft su ogni cosa, persino il battito cardiaco di un cantante mentre era sul palco di un concerto». 

Grazie alla tecnologia blockchain gli Nft garantiscono l’unicità di un file digitale, la sua non replicabilità, e rendono evidenti e trasparenti tutti i passaggi di proprietà. Il problema è: la proprietà di che? Oggi ci sono sul mercato più Nft che compratori. Le transazioni, che un anno fa avevano superato le 100mila al giorno, ora sono crollate a poco più di 3mila.

OpenSea è la più grande delle piattaforme per la vendita P2P degli Nft: ne controlla il 90% ed è arrivata ad ospitare transazioni complessive per 14,7 miliardi di dollari, con il record a gennaio scorso di 3,7 miliardi di dollari in un solo mese. Prima del crollo del mercato, a fine settembre, secondo il sito Crypto Slam, le transazioni mensili sono scese a 550 milioni di dollari; le transazioni sono state 7 milioni.

I compratori unici sono stati 503mila (avevano superato il milione a gennaio) e i venditori unici 530mila (erano quasi 900mila. Il numero di Nft era di 12mila il 5 ottobre scorso, ma almeno 10mila non hanno un valore: dalla numero 520 in poi la quotazione scende sotto i 1000 dollari di valore, dalla numero 1200 si scende sotto i 100 dollari.

Non a caso l’80% degli Nft lanciati finora è già fallito. In cima ci sono, con alterne vicende, i due – per ora – giganti: Bayc e Axie. Bayc, ossia Bored Ape Yacht Club, è una collezione di 9998 Nft ciascuno rappresenta il disegno di una scimmietta antropizzata vestita in vari modi: a febbraio scorso una versione con il pelo dorato e il cappello da marinaio è stata venduta a 2,8 milioni di dollari.

Dal suo lancio, primavera 2021, ha transato vendite per 2,2 miliardi di dollari, i suoi Nft sono appannaggio di poco più di 6 mila proprietari unici. L’altro è Axie Infinity, con un modello diverso: i suoi Nft sono legati a un videogioco, ha prezzi unitari minori e infatti ha 2,1 milioni di acquirenti, che con 17 milioni di transazioni hanno mosso valore per circa 4 miliardi di dollari. 

A che cosa serva tutto questo non è chiaro. Ne sono coscienti gli stessi creatori di Nft. Orange Comet, studio digitale creativo fondato da celebrity Usa (e questo già la dice lunga), ha appena lanciato una collezione di Nft legate alla serie tv di successo “The Walking Dead”, una storia di zombie che ha appassionato una paio di generazioni di adolescenti di là e di qua dell’Atlantico.

Nella pagina web della società il ceo Dave Broom ha spiegato con queste parole il loro business plan: «We are driven by a single focus: making stuff that truly matters». Tradotto: «facciamo cose che contano». La versione 3.0 del «faccio cose, vedo gente» di Nanni Moretti. 

Tutta fuffa, quindi? Certo che no. Dietro ci sono le prove generali di una tecnologia che avrà un peso nel futuro. Spiega Valeria Portale: «Gli Nft avranno un futuro quando troveranno applicazioni in ambiti in cui una certificazione digitale sicura avrà una sua utilità. Dai certificati di ogni genere, a partire da quelli riguardanti la formazione, alla vendita di biglietti digitali per eventi reali, concerti, partite di calcio.

Potranno rivoluzionare tutto il ticketing, e arricchirlo di contenuti. Per esempio, i fan di un gruppo musicale, comprando Nft di un disco, potranno avere altre offerte premium, per esempio il diritto di acquisto anticipato sui biglietti di un concerto.

Altri ambiti sono immaginabili, ma bisognerà attendere lo sviluppo del Metaverso, ossia dell’universo digitale unificato, dove ognuno potrà portare i suoi contenuti digitali dove vorrà, mentre oggi sono “prigionieri” in ogni singola piattaforma: i nostri contenuti su Facebook non sono nostri, sono di Facebook, così come non possiamo portare le nostre applicazioni Android su un iPhone della Apple o viceversa.

Ma quando si arriverà a quel momento Blockchain e Nft non saranno più l’unica opzione tecnologica e altre piattaforme si faranno rapidamente strada». 

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