The Social Dilemma: “Se non paghi il prodotto, allora il prodotto sei tu!”

I social non sono solo un modo per connetterci agli altri e non sono
affatto innocui. Tutta la rete in realtà non lo è e quello a cui stiamo
assistendo (passivamente) a livello globale è un cambiamento epocale: i
social stanno modificando il nostro modo di pensare e vivere in maniera
subdola con il solo scopo di generare profitti.

Vi siete mai chiesti come guadagnano i social? Come mai non paghiamo
per usufruire dei servizi che offrono? La risposta è semplice: “Se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei TU”.

Un’infinita possibilità di connessione e
uno sconfinato accesso all’informazione ci rendono soggetti liberi?
Quest’interrogativo è il punto di partenza della ricerca di Byung-Chul
Han, filosofo e autore di saggi sulla globalizzazione e sui cambiamenti
della società attraverso la digitalizzazione, ed è il punto di arrivo di
un nuovo progetto documentaristico targato Netflix, The Social Dilemma, diretto da Jeff Orlowski. Quello che questo documentario prova ad analizzare è come il nostro cervello viene manipolato.
Nello specifico, la manipolazione avviene tramite algoritmi progettati
per attirare la nostra attenzione e innestarci idee distorte sul mondo e
su noi stessi. I social network, nella narrazione di The Social Dilemma, non sono spazi di comunicazione, non sono mezzi espressivi; sono centri di rieducazione,
scatole chiuse in cui viene proposto il riflesso di ciò che già si
pensa. Sono rassicuranti, narcotici. In questo senso non producono
complessità, ma costringono alla mediocrità. 

Partiamo dal presupposto che i social network non sono il male assoluto. Il motto aziendale di Google, non a caso, è stato Don’t be evil,
ovvero non essere cattivo. Una scelta narrativa dell’azienda
statunitense per forgiare eticamente il proprio lavoro e rispettare i
dati degli utenti attraverso un codice di condotta piuttosto
integerrimo. Il problema, il dilemma per l’appunto, nasce da una precisa
dicotomia antropologica – e di conseguenza tecnologica – che si dipana
all’interno di questi mondi virtuali.

The Social Dilemma: Don’t be evil

Il mezzo (digitale) ha un enorme
potenziale emancipativo. Sui social network non ci sono (grossi) divieti
e nessuno ci obbliga al silenzio, anzi tutto il contrario. Il mezzo
stesso ci invita invece a comunicare, a esprimere opinioni, a raccontare
la nostra vita, continuamente. Quindi da un lato gli utenti sono partecipi (non proprietari) di uno spazio narrativo in esplorazione, personale e collettivo (non
privato), che è inevitabilmente seducente, un luogo che si abita
relativamente da poco ma che è diventato fin a subito familiare, vicino.

L’altro aspetto dicotomico è la condivisione, spontanea e incosciente, delle proprie informazioni, dei dati, che sono profilati, analizzati, studiati, mercificati. Secondo il sociologo Evgeny Morozov, e autore del saggio L’ingenuità della rete,
 ogni volta che condividiamo dati personali su un social network
aumentiamo la probabilità che qualcuno possa usarli per scoprire chi
siamo. E sapere chi siamo è un passo nella direzione del controllo delle
nostre azioni. Molte delle funzioni che rendono i social network così
facili da usare rendono più facile rintracciare le identità che stanno
dietro gli indirizzi e-mail. O addirittura ricostruire le attività degli
utenti su vari altri siti.

L’utente è succube di un meccanismo da cui è costantemente stimolato e che ha il solo scopo di trattenerlo in un un gioco di ruolo: se non si conoscono le regole non si è mai un giocatore, ma un giocato. Come accade in Matrix,
l’essere umano subisce una trasformazione, diventando un accumulatore
di dissuasioni. L’uomo si trasforma in una pila, una fonte di energia da
adoperare per gli scopi più diversificati.

Il documentario Netflix di Jeff Orlowski

Jaron Lanier, informatico e saggista, autore del libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”, all’interno di The Social Dilemma
tenta di analizzare come gli algoritmi dei social media siano adattivi,
che significa che apportano continuamente piccoli cambiamenti per
cercare di ottenere risultati migliori. Un
algoritmo non è altro che un sistema di calcolo, un procedimento
schematico per risolvere problemi, che spesso non viene adoperato per il
nostro benessere: per esempio, un algoritmo può essere costruito per
seguire le abitudini delle persone,
studiare
un meccanismo che sta dietro un movimento o un’azione. In questo caso
il potenziale dell’algoritmo è al servizio della previsione dei
movimenti online delle persone. L’algoritmo li studia, li analizza e
quindi può teoricamente direzionarne un comportamento. 

Essere adattivi significa, secondo
Lanier, che gli algoritmi sono più ingaggianti e quindi più redditizi. I
primi a sfruttare online questa intersezione, tra matematica e cervello
umano, sono gli inventori delle macchine digitali e automatiche. Come
quelle usate per i giochi d’azzardo, come le slot machine, il videopoker
e i siti per il gioco online. Questa evidenza veicola, in maniera molto
chiara, come i social network siano simili al tiro di una slot machine, aggiornare il feed è come giocare d’azzardo, come ne Il Giocatore di Dostoevskij, il tempo è annichilito dal gioco e il gioco è indeterminato.

Ridisegnare un nuovo sistema digitale

Non è un caso che l’assuefazione e la gratificazione siano parte essenziale e preponderante dell’esperienza online. Sean Parker, inventore di Napster e fra i primi collaboratori di Mark Zuckerberg, ha affermato: «C’era
bisogno di dare una piccola dose di dopamina ogni tanto, per esempio se
qualcuno metteva un like alla tua foto o al tuo post.
È un loop di
feedback e validazione sociale esattamente quello che un hacker come me
cerca, perché si sta sfruttando una vulnerabilità della psicologia
umana. E noi, gli inventori, i creatori di questa cosa – cioè io, Mark
(Zuckerberg), e Kevin Systrom su Instagram, insomma tutti noi – lo
comprendevamo pienamente. E l’abbiamo fatto lo stesso».

La dopamina è un neurotrasmettitore coinvolto nel senso del piacere ed è
ritenuto centrale nel meccanismo che crea una modifica del comportamento
in risposta all’ottenimento di ricompense, afferma Lanier. Ogni clic,
ogni scorrimento, ogni like, vengono osservati, letti, interpretati, confrontati con quelli di altre persone, e
reintrodotti in un sistema progettato per tenere connessi gli utenti il
più tempo possibile. Le parole di Edward Tufte, statistico
statunitense, sono molto esemplificative: «Ci sono solo due industrie che chiamano ‘users’ i loro clienti: il mercato delle droghe illegali e quello dei software».

The Social Dilemma e i rischi che corriamo sui social

Il documentario di Jeff Orlowski tenta di realizzare un discorso quantomeno sensazionalista possibile e di produrre delle domande, di dar spazio ad un dibattito. Quale può essere la soluzione a queste evidenze? Può esistere un modo di rimanere autonomi e autodeterminati in una realtà dove si è sorvegliati, sollecitati e manipolati? O la soluzione è, inevitabilmente, cancellare tutti gli account e abbandonare i social network, come asserisce lo scrittore statunitense? Quel che Lanier sentenzia è che la soluzione, alternativa alla cancellazione, è quella di trovare nuovi modi per interagire con questi strumenti, ridimensionarli, imparare a usarli di meno e in modo più consapevole, sensibilizzare e creare coscienza, obbligando così le imprese virtuali e le social media company a ridisegnare un nuovo sistema digitale, che veda l’etica applicata seriamente al marketing.

Per esempio, secondo lo scrittore, l’idea di pagare un canone mensile per usare i social può essere una valida alternativa. Come accade per le piattaforme streaming, come Netflix, anche le social media company potrebbero essere spesate direttamente dagli utenti. Sarebbe sicuramente più appropriato rispetto ad oggi che invece sono sostenute da terze parti ignote. A quelle condizioni saranno a servizio non più di aziende esterne ma degli utenti. Forse la direzione più giusta non è abbandonare i social ma imparare a starci in un altro modo, ripensare a un nuovo modo di stare insieme, trovare un nuovo modo di stare online, essere pionieri di un territorio virtuale che abbiamo cominciato ad abitare da poco.

La nostra idea, come sito d’informazione tecnologica, nato per divulgare ma soprattutto capire la tecnologia nella sua dimensione quotidiana, è che i social network devono attraversare un processo di comprensione. La fattualità ci porta a osservare quanto moltissime persone, ancora oggi, non ne comprendano i limiti, né la struttura, né i meccanismi che sottendono.

Manca un’istruzione digitale di base che porti a considerare i social come spazi narrativi potentissimi, e non solo come luoghi di indottrinamento e di brainwashing. L’autonomia, la capacità di pensiero autodeterminato e la preparazione essenziale delle logiche virtuali possono condurre verso un uso più consapevole dei social network.

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