Volano i consumi di pasta 100% italiana e crescono anche le importazioni di grano duro straniero di alta qualità

Set 7th, 2020 | Di Redazione | Categoria: Consumi e Consumatori


Si impennano i consumi di pasta 100% italiana, in controtendenza rispetto all’andamento degli acquisti negli ultimi anni in Italia, che registrano una costante riduzione, in un settore considerato dagli esperti maturo. Lo evidenzia il report Ismea “Tendenze. Frumento duro – pasta di semola”.

Il richiamo all’origine nazionale della materia prima infatti ha fornito un forte stimolo all’acquisto da parte delle famiglie, per cui oggi il prodotto italiano rappresenta oltre il 20% dei consumi di pasta.

Nel 2019 le confezioni che esibivano in etichetta la dicitura 100% italiana hanno avuto una crescita a doppia cifra (13% in volume e in valore). L’incremento risulta ancora più marcato se si prende in esame il primo semestre del 2020 (+23% per la quantità e + 28,5% per la spesa).

“Uno stimolo molto consistente al consumo di pasta di semola secca – si legge nel dossier Ismea – sta pervenendo dalla pasta 100% italiana, il consumatore infatti negli ultimi anni sta mostrando un crescente interesse nei confronti di questo prodotto così come l’industria a nazionale sta utilizzando sempre più l’etichetta d’origine per il riposizionamento del prodotto”.

Durante i mesi del lockdown, in analogia a quanto verificatosi per l’intero comparto alimentare, anche le vendite di pasta hanno registrato un aumento su base annua dell’8% in volume e del 13,5% della spesa.

La pandemia e le misure restrittive hanno esposto le industrie della trasformazione molitoria e della pasta nazionale a una forte vulnerabilità, data la strutturale dipendenza dalla materia prima estera. “La produzione nazionale di granella di frumento duro – precisa Ismea – non è sufficiente a soddisfare la domanda estera e interna […] Molini e pastifici, quindi, hanno necessità di approvvigionarsi sui mercati esteri di partite di granella omogenee e con un livello qualitativo elevato”.

In media, i quantitativi importati da Paesi come Francia, Canada e Stati Uniti oscillano tra il 30% e 40% del fabbisogno delle imprese di trasformazione. La cosa importante da sottolineare, è che senza questo grano non potremmo produrre ed esportare un prodotto simbolo dell’industria alimentare nazionale e del made in Italy. Va infine ricordato che la metà circa del fatturato del settore si realizza sui mercati esteri.

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